Ogni tanto accade persino a Sanremo. La musica, quella bella e addirittura stupefacente, dà segno di sé. Tsunami occasionali, spesso sottovalutati dalle classifiche finali. Vasco con Vita spericolata, Mia Martini con Almeno tu nell’universo, Silvestri con L’uomo col megafono. Eccetera (ma non troppo). Tra un Al Bano e un Cutugno, spunta – di colpo – un’istantanea indelebile. Mercoledì è accaduto con Elio e le Storie Tese. Band atipica, tra Frank Zappa e gli Skiantos, che suole declinare il talento evidente in cazzeggio. Quasi che il plauso della critica seriosa fosse una iattura (e probabilmente lo è).

Potevano essere coltissimi, e a loro modo lo sono, ma preferiscono giocare con tapparelle e terre dei cachi. Sono arrivati all’Ariston con due brani. Il primo era Dannati forever, che un cantautore arrabbiato (se ancora ne esistono) avrebbe rivestito di puro folk per accendere la miccia. Loro, no: lo hanno camuffato al punto che non tutti hanno udito le granate. E poi La canzone mononota. Quattro minuti di genio brado, difficoltà enormi e gradevolezza immediata. Basterebbe la strofa su Jobim per gridare all’epifania creativa. C’è molto di più: un capolavoro travestito da canzonetta.

Il Fatto Quotidiano, 15 Febbraio 2013

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