Se ti sporgi dalle finestre dei corridoi, ti sembra di poter intravedere la cella dove Padre Pio ha trascorso, sino all’ultimo attimo, la sua vita. Ti affacci e fai parte anche tu di quel silenzioso mondo che si racchiude in preghiera, fatto di migliaia di persone che cercano lì la soluzione ai propri problemi. Accade quando il cuore di San Giovanni Rotondo lo guardi dalle finestre della Casa Sollievo della Sofferenza. E se sei lì è perché stai male e stai cercando nel polo di eccellenza della sanità pugliese la cura ai tuoi guai.

Ma l’ospedale di Padre Pio, nato dalle donazioni dei fedeli, rischia il fallimento. E non è un allarme lanciato per seminare panico. 123 milioni di euro di buco non lasciano molte speranze, nemmeno a chi ogni giorno lavora per darne agli altri. Una valanga che rischia di travolgere il colosso della sanità privata pugliese. Il problema cruciale sono i costi della struttura. Troppo alti, tanto da diventare insostenibili. Del resto 2 mila e 600 dipendenti non sono poca cosa, e naturalmente sono solo una parte delle spese che l’Ircss deve affrontare. Il grafico dei bilanci della Casa negli ultimi anni è una linea rossa che punta a picco verso il basso. Solo nel 2010 meno 17,8 milioni; nel 2011 altri 12,3. E per il 2012 si preannuncia un disavanzo ‘ineluttabile’. Il totale, ad oggi, è di 123 milioni di euro mancanti.

Ed è quando si parla di risanamento che vengono fuori altri nodi al pettine. Perché la Regione ha già sbarrato la strada a qualsivoglia richiesta. L’ultimo faccia a faccia tra il direttore generale della struttura ecclesiastica, Domenico Crupi, e l’assessore alla Salute della Regione, Ettore Attolini, sarebbe terminato con una fumata nera. “Non ci sono soldi”, pare aver detto il reggente della sanità. La Puglia, è in pieno piano di rientro, e per tale motivo neanche un centesimo lo si può muovere diversamente da quanto previsto dall’accordo firmato con il governo nazionale. Eppure Crupi insiste. L’ospedale di San Pio ha, con la Regione, lo stesso contratto che ha il Policlinico di Bari. Quindi devono farsi carico delle spese come accade per la struttura pubblica. Tesi rigettata fermamente dal numero due della sanità di Vendola, il dirigente d’area Vincenzo Pomo. E’ lui a spiegare che il contratto è uguale per entrambe le strutture limitatamente al rimborso delle prestazioni erogate – entro un tetto massimo – e agli stanziamenti in favore delle funzioni non tariffabili (trapianti, pronto soccorso ecc..). Ma – spiega Pomo – se il Policlinico va in disavanzo, la Regione, essendone proprietaria, può mettere le mani sui bilanci e procedere con tagli e risanamento. Cosa impossibile con la Casa Sollievo della Sofferenza. E’ una struttura privata – di proprietà del Vaticano – e per tanto operare sui bilanci sarebbe una ingerenza non autorizzata.

L’unica speranza è appesa al filo di un ricorso al Tar di Bari, presentato dall’ospedale di San Giovanni Rotondo contro la Regione. In buona sostanza la struttura ecclesiastica chiede di essere equiparata agli ospedali del sistema sanitario pubblico – come il Policlinico – anche nella parte del ripianamento del deficit. Un diritto che il Tar ha già riconosciuto ad un altro ospedale ecclesiastico pugliese, il Miulli di Acquaviva delle Fonti, ma solo fino al 2008, perché la legge nazionale che decretava quel principio è stata modificata chiarendo che eventuali disavanzi non sono a carico del pubblico, ma restano di competenza delle strutture private.

La posta in gioco è di 138 milioni di euro che potrebbero coprire esattamente il disavanzo attuale. Se, invece, il Tar di Bari boccerà il ricorso presentato dall’ospedale o ne ammetterà una parte limitatamente agli anni precedenti al 2008, la strada sarà segnata. Diminuiranno drasticamente i ricoveri – oggi si aggirano sui 57 mila all’anno di cui il 17% da fuori regione -, non si potrà garantire lo standard delle cure attuali e, non ultimo, 600 lavoratori tra medici, infermieri e amministrativi saranno licenziati. Il sindacato Usppi è da tempo che chiede chiarezza sui conti della struttura. “Qualcuno faccia qualcosa” esorta il segretario confederale Massimiliano Di Fonso. Questo qualcuno può essere il proprietario della struttura, il Vaticano. O, se dovesse cambiare idea, la Regione. Che però, ad oggi, tutti quei soldi non saprebbe nemmeno dove trovarli.

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