La carriera di Francesco De Gregori si è più volte sovrapposta a quella di Bob Dylan. Nella maniera di narrare. Nello smarcarsi sistematicamente da se stessi. Persino nel devastare, anzitutto dal vivo, i propri successi. Dylan abbandonò il se stesso più noto, quello della prima metà dei Sessanta, attraverso la “svolta elettrica” e trasformando un banale incidente motociclistico in spartiacque esistenziale. Dopo la caduta a Woodstock nel ’66, Dylan non è più stato “quel” Dylan. In qualche modo refrattario all’applauso. Epidermicamente infastidito dall’eco della propria grandezza. 

Lo spartiacque di Francesco De Gregori, che si è esibito ieri al Club Tenco e che uscirà martedì 20 con il nuovo disco di inediti (Sulla strada), avvenne dieci anni dopo Dylan. Quando lo processarono al Palalido di Milano. Due aprile 1976. Sul palco, a dargli del “traditore venduto”, i cosiddetti autonomi. Gli stessi, più o meno, che due/tre anni dopo urlarono di tutto a De André (perché osava suonare con la Pfm) e a Gaber (perché gridava che “quando è merda è merda, non ha importanza la specificazione”). De Gregori fu minacciato. Qualcuno – si scrisse – gli puntò una pistola contro. Erano tempi così. De Gregori esalò: “Mancava solo l’olio di ricino. Coi concerti ho chiuso”. Entrò in crisi. Meditò il ritiro. Per fortuna ci ha ripensato.

Di concerti ne ha inanellati tanti (e di album dal vivo troppi). La carriera è andata avanti. Diversa, però: inseguendo un sentiero pienamente personale. E mai popolare. Alla musica lo fece reinnamorare Lucio Dalla, di cui inizialmente soffriva la fama maggiore e che dopo la scomparsa ha avuto il garbo nobile di piangere lontano da tutti. Come – lontano da tutti – preferisce ricordare De André, con cui scrisse nel 1975 parte di Volume 8 (Faber temette sempre di avere ricevuto gli “scarti” di Rimmel), e il Signor G (è tra i pochi a non avere mai partecipato al Festival Gaber di Viareggio). 

Per brevità chiamato artista, come recita il titolo di uno degli album meno affascinanti; e per estensione oggettiva definito intellettuale. Aduso alla ballata, alla sinestesia. Dotato di una scrittura rara, metaforica, dylaniana e dylaniata. Non sempre supportato da arrangiamenti adeguati. Negli ultimi quindici anni, De Gregori ha alternato lavori discreti a opere (si dice così) interlocutorie. Sulla strada, il nuovo cd, convince molto più di quanto fosse lecito sperare. Il titolo omaggia Kerouac, scoperto – per sua stessa ammissione – tardi. La produzione è del fido Guido Guglielminetti, bassista e produttore a lungo anche con Ivano Fossati. Nove canzoni, 41 minuti. Nessuna slavina qualitativa e almeno due picchi (Passo d’uomo, Guarda che non sono io). Dentro c’è tutto il De Gregori “classico” (vocabolo che detesta). Atmosfere blues, influssi latini e un accenno di quel rebetiko con cui si è sbronzato (forse troppo) Capossela. Ci sono gli archi di Nicola Piovani, c’è Malika Ayane. Soprattutto c’è quella voce; quel talento nel governare la parola; e quella misura – alto e basso, battere e levare – che nobilitava Terra di nessuno (1987) ma non Pezzi (2005). 

De Gregori presenterà i nuovi brani con due concerti-anteprima, martedì 20 all’Atlantico Live di Roma e il 28 all’Alcatraz di Milano. Sarà bello esserci. Ultimamente ripete di “non essere antipatico come dicono”, ma la questione non è poi dirimente. Sa bene come e quanto avesse ragione Carmelo Bene nell’asserire che discorrere di vita privata equivale alla privazione della vita. Come sa di avere un carattere smisuratamente spinoso. Icona della sinistra, da tempo insegue – pure qui – lo smarcamento. “La storia siamo noi”, ma più che altro è lui: assai più individualista che collettivo. In odor di revisionismo, secondo critiche miopi, con Il cuoco di Salò. Sobriamente affascinato dal governo Monti. L’uomo De Gregori non ama essere avvicinato. Non si lascia etichettare. Alla celebrazione oppone il minimalismo (esibirsi in piccoli club) e il muso lungo di chi ha sempre preferito – per snobismo o per sopravvivenza – la casa in collina alla militanza. Per quanto benedetto da una critica che lo reputa laicamente inattaccabile, di brani – e album, e concerti – ne ha sbagliati anche lui. 

Sulla strada è un regalo quasi inatteso. Una ripartenza convinta. Sta al 61enne De Gregori come Oh Mercy (o Time Out Of Mind) al 71enne Dylan. E’ un riportare tutto a casa discreto e coerente, ispirato e immaginifico. Poesia in buona forma, che esterna peraltro il desiderio antico di non somigliare mai all’idea che gli altri hanno di te. “Cammino per la strada/ Qualcuno mi vede e mi chiama per nome/ Si ferma e vuol sapere/ E mi domanda qualcosa di una vecchia canzone/ Ed io gli dico scusami/ Però non so di cosa stai parlando/ Sono qui con le mie buste della spesa/ Lo vedi sto scappando/ Se credi di conoscermi non è un problema mio”.

Parole così vivide, e centrate, e autobiografiche, che avrebbe potuto scriverle il miglior Dylan.

Il Fatto Quotidiano, 17 Novembre 2012

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