Mai giudicare un disco dalla sua copertina, anche perché se ci si fosse fermati a quella, il disco d’esordio di questo giovane inglese dall’aria da hipster – bè, una volta si sarebbe parlato di “Teddy Boy”, ma i tempi son cambiati – e sosia di Justin Bieber non l’avremmo neanche preso in considerazione. E una volta premuto il tasto play, ecco che arriva l’illuminazione. E ringrazi di non esserti fermato alle apparenze. Perché del giovane Jake Bugg, classe 1994, ne sentiremo parlare. E molto.

Proveniente dalle Midlands orientali inglesi, precisamente da Nottingham, Jake Bugg col talento che si ritrova è da considerarsi un predestinato. Giovanissimo, brucia le tappe a incredibile velocità, la Mercury Records, infatti, per non farselo scappare, appena adocchiato se l’è messo sotto contratto lanciandolo immediatamente a livello planetario nonostante il rischio di bruciarlo come si fa con i giovani calciatori, che dopo essere ingaggiati da rinomati club, finiscono per svernare in squadre di fasce inferiori.  Ma non è il suo caso. E quello con il calcio è un paragone azzardato. E’ stato in tour con gli Stone Roses, con l’artista rivelazione Michael Kiwanuka e fino a qualche giorno fa con Noel Gallagher, aprendogli i concerti. Questa è la sua gavetta. Non ha avuto bisogno di fare la trafila, lui, passando dai reality show all’X-Factor di turno.  Segno che, ancora oggi, nonostante tutto, quando l’estro, il talento e a creatività ci sono, c’è ancora qualche remota speranza di ottenere quel che si merita.

Jake inizia a suonare e comporre fin da quando aveva 12 anni e sin da subito inizia a dar segni di nostalgia per i bei tempi andati. Ma è possibile rimpiangere un passato che nemmeno si è vissuto? Platone nel suo caso parlerebbe di Anamnesi, quel processo di risveglio della memoria, il ridestarsi di un sapere già presente nella nostra anima, ma che viene dimenticato  al momento della nascita. Teoria che il filosofo enuncia per provare l’immortalità dell’anima.

“Jake Bugg” il suo album d’esordio, è di una bellezza che colpisce sin dalle prime note: con quella voce un po’ nasale e con lo stile inconfondibile del folk e del blues è impossibile non riconoscerne le influenze: in primis del menestrello Woody Guthrie, poi a seguire, colui che più a questo si è rifatto: Bob Dylan, ma anche Hank Williams, i Beatles e Jimi Hendrix. L’ex Oasis Noel Gallagher, del giovane talento ha detto: “È il futuro della musica. È come se Bob Dylan incontrasse gli Arctic Monkeys”. E’ molto probabile che l’icona del Brit Pop non si sbagli. C’è da credergli. Se nel 1974 Jon Landau, sul settimanale bostoniano The Real Paper, dopo aver ascoltato Bruce Springsteen scrisse quella frase che è passata alla storia: “Ho visto il futuro del rock ‘n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen” nel caso di Jake Bugg, in tempi di retromania, si può ben dire di averne rivissuto il passato glorioso. Sempre Vive Le Rock!

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