Esce in questi giorni, per Garzanti, L’amore secondo Nula di Giuseppe Pederiali, uno tra i più grandi scrittori emiliano-romagnoli contemporanei, tradotto anche in giapponese. Questo romanzo è l’avventura di Nula, vispa Jack Russel Terrier, e di Lula, adolescente milanese. Una delicata e intima storia di affetti, tessuta sapientemente, che racconta quanto sia difficile diventare ed essere genitori in una società che ha perduto Amore e Natura.   

Il romanzo è narrato dal punto di vista di Nula. Ha incontrato delle difficoltà a scrivere un romanzo dalla prospettiva canina?

Creare un animale che conosce tanto bene anche la cultura degli uomini è un artificio narrativo. Credo però che l’interpretazione del mondo – in particolare famiglia e società – di Nula sia una giusta critica. Difficoltà non ne ho incontrate, non ho mai scritto un romanzo così velocemente: per la prima stesura ho impiegato un mese, questa storia mi premeva dentro. L’amore secondo Nula non è una somma di considerazioni su come può essere una “vita da cani”, è un basato su un plot vero e proprio che vede oltre a Nula un’altra protagonista alla pari, la ragazza Lula.

Lula, non padrona ma amica di Nula, è un’adolescente che si viene a scontrare  con un mondo di adulti subdolo e utilitaristico. É una semplice figura adolescenziale o rappresenta una critica sociale?

Il racconto è quello che è: la storia di un adolescente, che poi diventi metafora è  inevitabile. Lula parla per sé, Lula non vuole rappresentare qualcosa, anche se finisce per farlo. Questo è anche un romanzo di formazione; parla di una ragazza molto diversa dalle sue coetanee, con un carattere forte che la porta a decidere di diventare madre a sedici anni. Una personalità così forte da mettere k.o. persino la psicologa. Da queste sue scelte scaturiranno tutta una serie di problemi. Si troverà a che fare con un mondo privo di umanità; umanità vera la troverà solo nel suo cane – Nula.

Da dove le deriva questo amore verso i cani e il mondo animale in generale?

Credo di averlo avuto sino da ragazzo. Abitavo in un paese di campagna. Il rapporto con la natura era molto intenso; mi piaceva passare ore a guardare gli animali. Questo rapporto privilegiato l’ho coltivato anche attraverso le letture: ho sempre preferito libri dove gli animali rivestono una certa importanza. É poi arrivato un gatto, un cane, altri cani e infine Nula. Con lei si è instaurato un rapporto speciale, siamo arrivati ad una conoscenza  molto approfondita l’uno dell’altro. Non è che Nula sia diversa dagli altri cani, è normalissima, intelligente come tutti i cani; però questo rapporto, così intenso, mi ha portato a guardarla come mai avevo guardato un animale. Riflettendo sul come vengono trattati gli animali, questo amore è cresciuto ancora. Mi riferisco a episodi estremi, ma anche a fatti tragicamente normali come l’abbandono dei cani e la modalità di trasporto delle mucche al macello: visto dove devono andare penso sia inutile sollevarle con benne e trattarle in maniera abominevole. Nel romanzo è citato anche Green Hill – al tempo della stesura ancora aperto. Non possiamo continuare a considerare gli animali come oggetti.

Il modo degli umani visto con gli occhi di Nula è mostruoso. Quanto pensa sia rimasto di istintuale nella razza umana?

Sicuramente è rimasto molto, ma è filtrato dalla nostra cultura. La costruzione egoistica di religione, politica ed educazione ci ha portato a credere di essere il fulcro dell’universo. Stiamo mandando alla malora il nostro pianeta, fregandocene degli animali ma anche di noi stessi. Credo il punto cruciale sia questo: l’uomo ha perduto la naturalità. Dovremmo smetterla di crederci padroni della natura.

Nula vede sottrarsi i suoi cuccioli perché non di razza pura. Trasponendo il concetto all’uomo: pensa che il concetto di razza sia pericoloso ancora oggi?

É sempre pericoloso. É un po’ meno esasperato da certe ideologie che fortunatamente sono, o spero siano, sparite. Credo che aumentando la commistione di persone e razze diverse diminuisca anche il razzismo. C’è poi l’altra faccia della medaglia: considerato che le persone  migrano per bisogno e necessità, perchè poveri senza casa né lavoro, è comprensibile che vengno a crearsi degli attriti con chi deve accoglierli. Questi atteggiamenti non sempre sono, anche se facilmente vi sfociano, forme di vero razzismo; credo vada letto più come scontro sociale che razziale. Con questo non voglio dire che il razzismo sia sparito del tutto, ma è meno esasperato rispetto ad altri momenti della storia dell’uomo.

Qual è il rapporto di Lula con i genitori?

Lula scoprendo se stessa scopre anche i suoi genitori e i loro difetti. Non sono dei genitori cattivi, sbagliati; sono normalissimi genitori di oggi. Il padre è un giornalista, un po’ pieno di sé perché noto, la madre è invece alla prese con il passare del tempo, si monitora continuamente la cellulite. Piccole e normalissime cose che li fanno apparire agli occhi di Lula come genitori distratti. Certo, la madre non è simpaticissima, tra i personaggi è quello che fa meno bella figura perché preda di molte turbe: mentre la ragazza sta diventando matura  lei si trova in un momento difficile tanto quanto l’adolescenza, quello della diventare anziani.

Nel romanzo ci sono vari riferimenti cinematografici. Le piacerebbe una trasposizione su grande schermo?

Certo, mi piacerebbe, non avrei remore. Ma il cinema è altra cosa da un romanzo, sarebbero cavoli amari del regista e dello sceneggiatore. Raccontare su grande schermo una storia dalla prospettiva di un cane non dev’essere facile. Presumo che leggendo il romanzo, essendo narrativa scritta, il lettore riesca ad immedesimarsi subito nel cane, con le immagini non è possibile o almeno non è facilissimo.

Ha pubblicato il suo primo libro nel 1967: cosa è cambiato nell’editoria italiana e cosa è cambiato nei lettori?

É cambiato tutto. I lettori sono migliorati, nonostante quel che si sente dire in giro, sono aumentati anche come numero. Certo, non abbiamo il numero di lettori che hanno altri paesi, ma le case editrici ci sono e lavorano anche alla scoperta esordienti. La situazione non è così negativa, ed è giusto che le grandi case editrici si stiano direzionando verso l’e-book, anche se io non riesco ad amarlo. Sono di un’altra generazione, un libro me lo porto a letto, me lo sfoglio, me lo tocco, cerco il punto g per godermelo. Come faccio con uno schermo digitale? Sarebbe come farlo con una bambola di gomma. Ho comunque un buon rapporto con il pc, ai tempi sono stato anche programmatore;  erano altri computer – c’erano ancora le schede perforate – però mi è rimasta la mentalità dell’operatore. Anche per questo continuo ad usarli, ma li considero solo mezzi.

Lei è di Finale Emilia. Cosa spera per quelle terre così duramente colpite dal sisma?

Mi auguro arrivi qualche aiuto da parte del governo, perché ad oggi si è visto poco. Sta succedendo quello che io, e tanti altri, avevamo previsto: il fatto che gli emiliani, gente forte come i friulani, si siano rimboccati subito le maniche e abbiano lavorato per la ricostruzione ha portato a pensare che potessero fare tutto da soli. Ma i poveracci che hanno perduto la casa non se la possono né ricomprare né ricostruire. C’è bisogno di aiutare questa gente. La notizia del terremoto io l’ho avuta vedendo via web l’immagine della torre di Finale Emilia dimezzata. Il primo pensiero è stato: “Guarda, un tizio si è divertito a rompere la torre di Finale con Photoshop”. Poi ho letto il resto e mi sono attaccato al telefono per contattare parenti e amici.

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