Verificare eventuali conflitti di interessi nell’operato dei ministri e valutare a fine mandato se questi abbiano indebitamente incrementato i propri beni usando la loro posizione di potere: dovrebbero essere questi gli scopi dell’operazione trasparenza del governo che ha invece suscitato commenti di invidia e supposizioni ingiustificate di arricchimenti scorretti, probabilmente anche come reazione ai commenti insultanti di Martone e Stracquadanio verso i cittadini.

Mi limito a esaminare il caso del ministro Paola Severino, avvocato e docente universitario con redditi al livello di altri colleghi avvocati, medici o architetti che non vengono pubblicati. Molti cittadini hanno confrontato il loro stipendio con il suo reddito parlando di ingiustizia sociale e sperequazioni che non hanno senso in un’economia di libero mercato: la prestazione di un professionista è soggetta alla legge della domanda e dell’offerta e se la Severino viene pagata bene è perchè c’è chi reputa di quel valore le sue prestazioni professionali.

Ogni operaio o impiegato – per quanto esperto, competente e laborioso e per quanto delicato e utile sia il suo lavoro – avrebbe centinaia, migliaia e talora milioni di potenziali concorrenti e anche per questo il suo stipendio non supera certi limiti. Lo dico da docente (per scelta) e presidente non pagato di una associazione di volontariato. E, al di là dei singoli casi sfortunati di persone costrette a lavorare già a quindici o vent’anni per supportare la famiglia, ciascuno di noi avrebbe potuto (provare a) diventare una Severino.

Personalmente mi indigna invece il cachet di quei tronisti o vallette pagati (dalla Tv di Stato con soldi nostri, non da clienti privati) solo per sorridere e mostrare le loro nudità. E il fatto che una signora  preparata dopo cinquant’anni di carriera abbia raggiunto redditi elevati per i quali paga le imposte non mi sconvolge, soprattutto pensando che il ventenne Valentino Rossi (ma non è il solo) ha evaso imposte di molto superiori al reddito annuale del ministro contribuendo a pesare su tutti noi.

Nei paesi maturi non importa quanto guadagnava il ministro prima di essere nominato (sempre che non fossero un criminale) ma cosa fa mentre è in carica, tanto che in alcuni Stati si usa il blind trust, ovvero la temporanea cessione del controllo del patrimonio del ministro a soggetti esterni, in modo che, non sapendo come sono investiti i suoi soldi, il ministro non possa agire in modo da favorire le proprie attività. In questo senso il Fatto Quotidiano ha reso un favore alla Severino evidenziando il possesso indiretto della villa in cui abita, perché, scoprendolo solo a fine mandato, alcuni avrebbero potuto supporre un arricchimento indebito del ministro.

In Italia, in passato, solo grazie a inchieste giornalistiche o a indagini del Garante per la concorrenza in virtù della fiacca legge sul conflitto d’interessi, siamo venuti a sapere che la famiglia del ministro Lunardi era proprietaria di una società cui il ministero aveva appaltato lavori pubblici per miliardi, mentre non abbiamo saputo, ad esempio, che Berlusconi era socio del San Raffaele, cui il suo governo elargiva finanziamenti milionari (a carico nostro). Ma molti altri usi strumentali della funzione pubblica a scopo personale sono passati nell’ignoranza generale.

Personalmente, dopo tanti ministri ignoranti e ministri della giustizia “ad personam”, della Severino mi interessa valutare solo l’operato come ministro della giustizia, la sua competenza, il suo senso delle istituzioni, il suo equilibrio. Poi sono sempre valide le considerazioni di Luca Telese sulla sensazione che può generare il fatto che ministri miliardari chiedano ai cittadini con redditi modesti di fare sacrifici. Per colmare, tuttavia, il disastro cui ci hanno portato proprio governi e legislature pieni di miliardari di cui non sapevamo nulla ma che hanno fatto – coi nostri soldi – sprechi e scelte in conflitto d’interessi.

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