Mi hanno chiesto, di recente, di ricostruire quella brutta vicenda successa a Roma, del neonato gettato nel Tevere dal padre, sabato 4 febbraio scorso. Dunque, dicevo: essere entrata nel cuore di questa terribile storia, mi ha fatto sentire molto male, perché questo non è solo uno spaccato di vita all’apparenza lontano da noi, ma è anche una tremenda brutalità, non solo del fatto in sé, ma pure del meccanismo che si è creato intorno. Tutte le tv di sono interessate subito alla cosa, entrando nei dettagli più morbosi, ed entrando pure all’ospedale, dove era ricoverata la madre del piccolo Claudio (la donna che subiva le violenze dal marito), e quindi siamo venuti a conoscenza di tante sfumature, vere o non vere, e che poi la nonna del piccolo si è sentita in dovere di smentire o ribadire, davanti ai media più diffusi.

Essere entrata in quella casa, mi ha dato un senso di smarrimento, di codici poco chiari, di verità da cercare al di là delle parole che venivano dette, che mi ha preso molto tempo: stendere il resoconto di questa vicenda, è stato faticoso, più di quanto impieghi nella mia normale attività di giornalista di tutti i giorni. Perché raccontare quello che mi diceva la nonna, non era possibile: non con le sue parole. Non come voleva lei. Perché lei voleva mostrare una realtà, che non ci è chiara a tutti, noi che quelle cose non  le abbiamo mai viste. Ma nemmeno raccontare solo quello che mi diceva il carabiniere era possibile: perché per lui tutto era ovvio, scontato, quasi evidente, addirittura routine. E i due punti di vista erano scollati. Così come erano scollati da quello che ho visto io, anche i servizi che giravano in rete (e prima nelle tv), su questa storia. Insomma, mi ha fatto molto piacere, in termini di crescita professionale, che mi sia stato chiesto un articolo del genere. Soprattutto perché mi ha fatto vedere le cose da un’angolatura preziosa, da non dimenticare. E adesso che tutto sembra già archiviato, e nessuno pare interessarsi più, a me sono rimaste tante domande.

Intanto: perché l’ospedale Santo Spirito non ha sporto denuncia, quando ha visto arrivare al pronto soccorso una donna piena di lividi, con le braccia sanguinanti “perché il marito la infilzava con le penne” (come ha detto la signora Rita, a Canale Cinque, domenica scorsa)? Perché un uomo agli arresti domiciliari a Corviale, può arrivare fino a Trastevere a piedi, e dopo che aveva già picchiato la moglie, gli viene aperta tranquillamente la casa?  E’ normale che le ricerche del corpicino di Claudio siano finite dopo quattro giorni? E ora chi potrà trovarlo, per caso? Fino a che punto è giusto far parlare queste persone davanti alle telecamere?

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