La copertina di "Piccola cucina cannibale", l'ultima opera di Lello Voce

“La poesia è un’arte che abita il suono […] Ha dita fatte di vocali e consonanti per battere e carezzare, per catturare e per liberare, per coprire e per svelare”. Lello Voce è un anfibio in grado di muoversi magistralmente sia in poesia che in musica, è il Gil Scott-Heron nostrano, una delle voci più interessanti della poesia italiana, tra i fondatori del Gruppo 93, il primo in Italia ad introdurre il Poetry Slam (una competizione di poesia cantata, ndr).

Piccola cucina cannibale è il suo nuovo disco/libro di poesia, uscito per Squi[libri] editore. Un esperimento raffinato ed elegante con la collaborazione di artisti del calibro di: Paolo Fresu, Frank Nemola, Antonello Salis, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio; e infine le tavole di Poetry Comics di Claudio Calia. Un’opera di confine dove il suono delle parole viene rafforzato dalla “voce” graffiante del poeta/cantante (?) e dalle note di artigiani di musica elettronica. “Piccola cucina cannibale” spinge e corrompe le definizioni dei generi in quei luoghi poetici che aspettano ancora un riconoscimento, un nome, perché troppo distanti, perché le “parole sono il ritmo della riscossa”.

Dove sta andando la poesia e che senso ha oggi?
La poesia sta tornando a casa. Mi spiego: essa, da che era allocata nella voce, nel corpo del poeta, nel suo respiro, da che si accordava con la musica, si è fatta segno muto, sulla pagina. Da arte dell’orecchio è diventata arte dell’occhio. Oggi è un’arte affilatissima e tagliente, capace della raffinatezza linguistica estrema e della forza della voce che scandisce a tempo. E torna, profondamente mutata, in quella terra da cui era migrata qualche secolo fa: la terra dell’oralità. Ma la poesia è poi rimasta – in fondo – sempre la medesima e se oggi, letteralmente, riprende la parola, anche se lo fa con forme diversissime dal passato (soprattutto da quello recente), non ha alcun bisogno che le si cerchi un nome nuovo. E’ poesia, e tanto basta.

Quale è la differenza tra un qualsiasi disco e il tuo?
Io faccio spoken music come dicono in America, cioè poesia in musica. La poesia ha una sua musica interna, un suo ritmo, una sua velocità, una sua durata. Che sono caratteristiche spiccatamente musicali, oltre che linguistiche. E’da lì che parte la realizzazione delle mie poesie. La musica che sente chi ascolta un mio disco è in buona misura la musica della poesia stessa, quella inscritta nelle parole, nel loro ritmo, nella loro melodia.

Hai mai pensato di scrivere e cantare canzoni nel senso stretto del termine?
No, e per le ragioni che esponevo prima. Io non canto, io scandisco un testo. E un lavoro che, pur sembrando simile, è in realtà, affatto diverso. Ho anche provato, su richiesta degli amici musicisti, a comporre testi per loro. I risultati sono stati orribili. Le mie poesie sono piuttosto incantabili, nel senso proprio, tonale, del termine, quindi alla fine è un gatto che si morde la coda.

Quanto è difficile oggi pubblicare poesie?
La poesia è una merce assai difficile da vendere, il suo valore d’uso è enorme, minimo quello di scambio, e poi l’Italia è un paese assolutamente romanzo-centrico. Il romanzo ha divorato tutto lo spazio letterario disponibile, tutto è, e deve essere, romanzo, e questo spiega anche la mediocrità di vastissima parte della produzione in prosa italiana. Ma anche noi poeti abbiamo le nostre colpe: dovremmo avere più coraggio nello strappare la poesia all’abbraccio assassino della letteratura, accettare la sfida dell’oralità, incidere dischi, salire sui palchi. È  quello che sta succedendo in molte altre parti del mondo, si pensi alla scena del Poetry Slam internazionale.

Nella raccolta si trova anche un’intensa versione de “La canzone del maggio” di De Andrè, perché questa scelta?
Intanto perché è un brano che amo da sempre. Avevo vent’anni nel ’77. E poi perché mi piaceva l’idea che per una volta fosse un poeta a trasformare in poesia una canzone, fare una cover poetica di una canzone che era già una cover, poiché il brano, da noi noto soprattutto per il meraviglioso re-mix di De Andrè, nasceva come ballata popolare anonima durante il ‘68 francese. Tutto è cambiato nella realtà politica in questi anni, e così se quella era una ballata, la mia, la nostra, è un incalzare di bassi, che ricorda il battere dei manganelli sugli scudi prima delle maledette, inutili cariche di Genova 2001. I ritmi e le melodie della repressione sono un po’ variati. Il sangue no: quello è sempre il nostro.

In “Lai del ragionare lento” scrivi: ‘C’è un’aria che spira un’atmosfera da strage […] c’è che chi dovrebbe opporsi pone domande e non ha risposte’. Credi sia paura o incapacità di governare”?
Non credo che sia paura. Lorsignori hanno una sola paura, quella di perdere i loro privilegi. Siamo passati dalla lotta di classe alla lotta di casta. E non è una buona notizia, anche perché le caste, tranne l’essere solidali quando si tratta di reprimere i Paria, che saremmo noi tutti, tendono poi ad essere litigiose tra loro creando danni ulteriori alla collettività. Le caste sono, inoltre, il regno di Bengodi dell’incompetenza. Di una casta si fa parte per nascita, non per merito. Anche di quelle e ce ne sono tante di Sinistra, che sono le più sinistre. Per altro verso è un paradosso continuare a chiedere di governare questa nave a chi ha evidentemente tutto l’interesse per far sì che essa affondi. Sono già pronti, dopo aver saccheggiato il bastimento, a vendere il relitto al migliore offerente, come in Grecia. Senza alcun problema etico, peraltro. Chi gode di un privilegio, inevitabilmente, è portato a pensare che sia un diritto. Sta a noi suggerirgli il contrario.

In “Rivoluzione fragile” affermi: ‘perché non vogliamo tutto ci accontentiamo /  di una parte quella essenziale / ma la vogliamo tutta e subito’. Cosa è cambiato dal “vogliamo tutto” degli anni ’70?
Come ti dicevo prima, tutto è cambiato, radicalmente cambiato dagli anni ‘70. Questa crisi non è semplicemente una crisi finanziaria, è molto di più: è una crisi sistemica, dunque una crisi della società tutta insieme, una crisi culturale, politica, antropologica e valoriale, una crisi in cui a essere messo in ballo è il significato stesso della parola democrazia, almeno per come esso ci era stato consegnato dalla tradizione liberale. Siamo costretti sulla difensiva, si fa lotta di resistenza. Non ci penso neanche a volere tutto, come negli anni ‘70, ma voglio anche che sia ben chiaro che non sono affatto disponibile a rinunciare a ciò che è essenziale, al nocciolo duro che fa di un paese una democrazia: la libertà dal bisogno e, conseguentemente, la libertà di pensiero, parola, organizzazione. E, poiché l’immaginario è evidentemente uno dei luoghi chiave per decidere chi vincerà questa battaglia, credo che la poesia possa dire la sua, in questa crisi. Non per suonare il piffero alla rivoluzione, certo, ma piuttosto per inventare parole nuove che ci permettano di sognare nuovi sogni, di far nascere nuove identità.

di Daniele Sanzone – ‘A67

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