È uno sforzo che dovremmo fare tutti. Dieci parole per descrivere i cambiamenti del nostro paese e come questi hanno influito sul nostro modo di essere e sulla nostra vita.

L’ha fatto uno scrittore cinese, Yu Hua (La Cina in dieci parole, in uscita per Feltrinelli) che è nato nel 1960 e ha vissuto sulla sua pelle maoismo, Rivoluzione culturale, Tian’anmen, l’epoca delle Riforme, l’arricchimento sfrenato e tutto quello che ha trasformato la Cina in ciò che è oggi: insieme seconda potenza economica mondiale e paese del terzo mondo.
Un occidentale avrebbe dovuto vivere quattrocento anni per assistere agli stravolgimenti che i cinesi hanno visto in appena quarant’anni” e allo stesso tempo due cinesi contemporanei possono essere scaraventati in epoche diverse solo in virtù del luogo di nascita. Cosicché quando la televisione di stato Cctv intervista bambini di differenti aree geografiche sul regalo che più desiderano ricevere, un bambino di Pechino vuole un Boeing vero e proprio mentre una bambina di un paesino di una regione nordoccidentale chiede un semplice paio di scarpe da ginnastica.

Solo così possiamo spiegarci come quello che oggi è considerato uno degli scrittori cinesi più conosciuti e apprezzati a livello mondiale, abbia cominciato a godere di lettura e scrittura su dazibao poveri di lessico, in un’epoca in cui i maestri erano privati della loro autorità dalle guardie rosse e in cui l’unico libro disponibile era il Libretto rosso o, se proprio si era fortunati, i quattro tomi delle Opere scelte (sempre di Mao, l’unico leader. Chi altri se non lui?).

La Cina in dieci parole è insieme un saggio, una raccolta di racconti e un’autobiografia. Uno strumento indispensabile per chi vuole cercare di capire la Cina di oggi, senza passare come un bulldozer sopra tutte le complessità e le contraddizioni di questo paese. Le dieci parole che aprono i capitoli sono come dieci paia d’occhi con cui osservare la Repubblica popolare da dieci prospettive diverse, in una spirale che avvolge gli ultimi quarant’anni di storia per arrivare sempre allo stesso punto: le disparità economiche e sociali dell’oggi. E l’aumento della corruzione, direttamente proporzionale all’arricchimento.

Ci sono parole di cui si è abusato negli anni della Nuova Cina e che si sono svalutate fino a svuotarsi di senso: popolo, leader e rivoluzione. Ci sono parole di cui si è scoperto il significato solo crescendo come Lu Xun e disparità e parole rivalutate, riempite di un significato altro che diventa veramente importante solo nella società contemporanea: grassroot (radici d’erba), shanzhai (o taroccato) e huyou (o intortato).

Quest’ultima deve la sua fortuna al comico più importante del paese Zhao Benshan che qualche anno fa, durante il programma campione di ascolti del Gran Galà di primavera, andò in onda con uno sketch che – chissà perché  – nessuno ha più dimenticato: “Oggi vendo stampelle. Di gambe sane ti hanno dotato? Io ti intorto e sarai uno sciancato”.

In ultimo ci sono le parole che sono state importanti soprattutto nella vita e nel modo di essere del signor Yu Hua: lettura e scrittura. E pensare che la sua carriera lavorativa è iniziata cavando denti in una cittadina della regione sudorientale dello Zhejiang.

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