Bisogna sfogliare un onesto quotidiano fino a pagina 16, ormai, per potersi godere un paio di colonne di “gnocca”, a interrompere la noia delle parole: è lei, Karima Ruby, col vestitino di rasatello nero e la scarpa leopardata da coatta.

Dopo averla guardata con l’attenzione che si dedica ai personaggi del passato, leggo finalmente l’articolo. Parla della notte fra il 27 e il 28 maggio 2010, quando l’icona mondiale delle ragazze da Premier fu fermata, minorenne, con un’accusa di furto e quasi subito affidata alle cure di una sua pari, poco poco più vecchia appena appena meno analfabeta, che l’ha consegnata nelle responsabili mani di una prostituta straniera.

Al processo un poliziotto ammette: “Avevamo capito che tra Ruby e Mubarak non c’era alcuna parentela”. Siamo tutti sollevati: l’ipotesi che la sicurezza dei cittadini sia affidata a una banda di idioti è ansiogena. Ma, con la lucidità della distanza, è naturale chiedersi: e se, per le stravaganze della storia, la piccola ladra prostituta fosse stata, veramente, nipote di un capo di Stato, di un collega Premier o di un qualsivoglia strapotente del creato, sarebbe stato legale, corretto e istruttivo non fermarla, non identificarla, non processarla e non tentare, almeno tentare, di correggerla? In fondo, in democrazia, dovremmo essere tutti uguali.

Il Fatto Quotidiano, 19 Febbraio 2012

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