C’è chi scambia la retorica per poesia, e il sentimentalismo per sensibilità. Il confine è sottile, ammettiamolo. Sarà forse la decima volta in pochi anni che la mia homepage di facebook è invasa da link monografici su un artista. E’ successo per Micheal Jackson, Nilla Pizzi, Gary Moore, Amy Winehouse e ora per Whitney Houston. Sono omaggi virtuali, va bene.

Vogliamo esorcizzare la morte con i ricordi e le belle parole, è comprensibile ma viene spontaneo chiedersi come sia possibile che artisti che hanno venduto milioni di copie, che hanno oggettivamente lasciato segni indelebili nella storia della musica possano morire nel totale declino fisico e psicologico apparentemente abbandonati da amici, parenti, fan e media. Avremo pensato tutti a cosa avremmo o non avremmo fatto al posto loro. Come avremmo sfruttato fama, soldi, credibilità. Ci siamo cascati tutti. Io per prima, la notte scorsa, ho passato ore a chiedermi come sia possibile sprofondare in una depressione così violenta rifiutando inconsciamente un talento naturale come quello di Whitney Houston. “Coloro che soccombono al successo”, li chiamerebbe Freud. Ma psicanalisi a parte, la verità è che di solito siamo un pubblico di merda ma questa volta no. E’ vero che regaliamo claque e idolatrie al “mito” di turno e con la stessa facilità fischi e fiaschi e pomodori virtuali in faccia allo “zimbello” del mese perché siamo il pubblico sovrano, perché siamo quelli che comprano libri e dischi, perché siamo gli utenti della rete, perché noi siamo il mondo e loro sono al massimo i cantastorie di stagione, la hit dell’estate o la b-side dell’inverno.

Ma Whitney Houston era intoccabile. Vende 190milioni di copie ed è depressa al punto da autodistruggersi? E noi parliamo e linkiamo e postiamo dai nostri bilocali, con i nostri contratti a progetto e le nostre bollette da pagare e un po’ di rabbia viene fuori per forza. Un po’ di sana incazzatura è fisiologica, è condivisibile. E avremmo pure ragione se non fosse che lì, a fare i conti con un dono della natura senza libretto di istruzione, ci sono loro: le Whitney Houston, i Micheal Jackson e le Amy Winehouse (per dirne solo alcuni).   Dovremmo ammettere, con un po’ di umile sincerità, che non abbiamo nemmeno la più misera idea di cosa accade a un uomo quando il suo talento supera la soglia di vivibilità, quando ogni sua azione e decisione diventano pubbliche, soggette a opinioni, a giudizi.

E la velocità e la violenza con cui noi siamo capaci di etichettare, mitizzare o dannare un’artista è direttamente proporzionale all’accelerazione con cui inevitabilmente lo condanniamo a fare i conti con il proprio successo. Siamo il pubblico, condividiamo link, status e notizie, abbiamo gusti, critiche e obiezioni. Compriamo dischi, canzoni, libri e poster, chiediamo autografi e compriamo biglietti per i concerti. Ci emozioniamo, suggeriamo ai nostri amici di leggere o ascoltare qualcosa che ci ha cambiato nel profondo. Abbiamo un grande potere. Eppure siamo così inutili. Questa volta non siamo stati un “pubblico di merda”… abbiamo amato una grande artista da viva. Ma non sono bastati tutti gli applausi, i biglietti venduti, i dischi comprati del mondo. E non basteranno tutti i link dell’interspazio per riportarla qui, con la sua voce indescrivibile.

Il suo immenso talento è stato la sua condanna a morte e la sua condanna alla vita eterna nell’olimpo dei “cihalasciatotroppopresto”. E allora facciamo bene a mitizzarla, a intasare le homepage dei siti di mezzo mondo con le sue canzoni. Siamo il pubblico. Eravamo inutili quando affollavamo i suo concerti anche se non cantava più come prima, e forse non se ne accorgeva nemmeno che eravamo lì, che eravamo in tanti. Siamo utili adesso che continuiamo a dimostrarle affetto fino a sviscerare ogni sua apparizione televisiva, discografica o cinematografica per non lasciarla nel tugurio mediatico dei relitti abbandonati all’alcool e alle droghe in cui si ci era ficcata da sola, però. Infatti aveva da poco accettato la proposta di Simon Cowell di diventare una componente della giuria di xfactor Usa. Aveva dimenticato di essere una grande diva. Lei, l’aveva scordato. Noi no. Attenzione però. C’è chi scambia un’icona per maglietta e un mito per tendina del lunotto posteriore. Il confine è sottile. Andiamoci piano.

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