Ha dell’incredibile – a prescindere dalla sua correttezza o meno sotto il profilo giuridico – il principio che il Tribunale di Roma ha messo nero su bianco nella sentenza con la quale ha dichiarato inammissibile la class action con la quale Altroconsumo intendeva chiamare la Rai a rispondere nei confronti degli abbonati per l’arbitraria ed illegittima (secondo la tesi dell’associazione di consumatori) decisione con la quale l’azienda televisiva di Stato decise, a suo tempo, di sospendere i talk show politici e con ciò di limitare la propria attività di servizio pubblico relativa, appunto, all’informazione politica.

Secondo i giudici, infatti, i cittadini italiani, abbonati Rai, non avrebbero alcun diritto di rivolgersi alla giustizia per chiedere che verifichi il puntuale adempimento da parte della Rai agli obblighi su di essa gravanti in forza del contratto di servizio pubblico quale concessionaria del servizio pubblico televisivo.

Gli abbonati, è scritto nella sentenza, non sono né parte del contratto di servizio pubblico, né terzi beneficiari di tale contratto, con la conseguenza che non possono recriminare alcunché nell’ipotesi in cui la Rai si renda inadempiente alle obbligazioni assunte con tale contratto. L’unico soggetto legittimato a contestare alla Rai tali eventuali inadempimenti è il Ministero dello Sviluppo economico che firma, per lo Stato italiano, il contratto di servizio pubblico con la Rai.

La situazione che deriva dall’applicazione del principio stabilito dal Tribunale di Roma è paradossale e di inaudita gravità, specie dato il peculiare intreccio tra potere politico e mediatico che caratterizza il nostro Paese. L’azionista di maggioranza della Rai, con il 99,56% delle azioni, è il Ministero dell’economia e delle finanze che, ovviamente, risponde al Governo ma, secondo i giudici, sarebbe solo il Ministero dello Sviluppo Economico – che, ovviamente risponde allo stesso Governo – a poter contestare alla Rai eventuali inadempimenti.

Come si può ipotizzare che il Governo, attraverso il Ministero dello Sviluppo economico chiami la Rai, e dunque il Ministero dell’economia, e quindi se stesso, a rispondere di eventuali inadempimenti al contratto di servizio pubblico?

L’attuale disciplina del servizio pubblico televisivo – ammesso che i giudici del Tribunale di Roma l’abbiano correttamente interpretata – stabilirebbe, dunque, che il Governo è, a un tempo, committente e appaltatore del servizio pubblico televisivo con l’ovvia conseguenza di essere arbitro unico e insindacabile del corretto adempimento di tale servizio che, val la pena ricordarlo, gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo culturale, democratico ed economico del Paese.

I cittadini abbonati, in tale scenario, pur pagando la “tassa del canone”, non avrebbero alcun diritto di pretendere dal concessionario pubblico del servizio radiotelevisivo un servizio libero, pluralista e di qualità come previsto dalla legge e dal contratto che lega la Rai allo Stato, in forza del quale, giova ricordarlo, la prima porta a casa dal secondo una montagna di euro ogni anno.

Se a questo si aggiunge che il Governo è, attualmente, nelle mani del proprietario della maggiore concorrente della Rai, l’unica conclusione che se ne può e deve trarre è che se non si cambiano – e di corsa – le regole del gioco, il nostro Paese non ha nessuna possibilità di uscire dall’attuale condizione di semi-democrazia, o semi-regime, perché tale passaggio richiede un servizio pubblico che funzioni davvero e che sia affidato a un soggetto che possa, in caso di inadempimento ai propri obblighi, essere chiamato a rispondere dinanzi ad un giudice terzo e imparziale su istanza dei cittadini abbonati.

L’immunità – l’ennesima in un Paese in cui più si occupano posizioni chiave per l’equilibrio democratico e più si è sistematicamente deresponsabilizzati – che l’ordinamento oggi sembra riconoscere alla Rai è un intollerabile oltraggio alle regole democratiche e alla dignità dei cittadini italiani.

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