Nel crescente declino economico dell’Italia risulta a dir poco singolare lo scarso interesse che si continua a manifestare nei confronti dell’industria più a portata di mano: quella “del sole”, il turismo. Tra l’altro, attività “sostenibile” (con tutte le riserve nei confronti di un termine ambiguo quale sostenibilità).

In passato, quando ancora le derive produttivistiche assicuravano margini di crescita, il settore dell’accoglienza era liquidato con baronale albagia alla stregua dell’ipotesi di trasformarci in “un Paese di camerieri”. Intanto la Francia mostrava come il turismo potesse diventare un’industria coi fiocchi, dinamica e innovativa. Resta il fatto che – comunque – il comparto contribuisce per l’11,4% al Pil nazionale, quando – per dire – il settore automobilistico resta all’8%; siamo la quinta meta più visitata al mondo, con una struttura di oltre 33mila alberghi di vario livello.

Tema che diventa particolarmente critico nel momento in cui si evidenzia l’esaurimento dei modelli di sviluppo su cui avevamo puntato a fine Novecento.

Ultimo dei quali, quello distrettuale manifatturiero. Con buona pace degli Enrico Letta e dei Pierluigi Bersani, una delle aree canoniche di tale modello – l’Emilia Romagna – risulta aver perso nel biennio 2008-2009 ben il 3,7% del proprio Pil, con un ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni per il 2010 che vede tra le province più utilizzatrici di tale ammortizzatore sociale ben sei emiliano-romagnole. Tragica inversione di tendenza, ricordando che nel periodo 2000-2007 il valore medio delle esportazioni regionali era cresciuto del 26,6% (la fase successiva all’introduzione dll’Euro; dunque, senza gli aiutini monetari delle svalutazioni valutarie. Con buona pace dei denigratori della moneta unica).

Difatti l’area emiliano-romagnola punta intelligentemente sulla propria reputazione turistica per uscire dalle secche attuali. Ma trova costanti difficoltà per la mancanza di adeguate azioni di supporto. La scelta dell’acquirente di prodotti turistici avviene a tre livelli: il primo è il Paese di destinazione, il secondo l’area e il terzo l’esercizio (albergo, pensione, camping…). E la sequenza non è aggirabile. Questo il motivo per cui si impone uno stretto coordinamento tra Stato, Regioni e operatori di categoria. In assenza del quale ci si ritrova nella situazione italiana: se nel 1990 intercettavamo il 5,6% degli arrivi mondiali, oggi siamo passati al 4,1%. E le proiezioni al 2020 ci abbassano al 3,7%.

Una recente ricerca, promossa dal Presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, ricorda che il baricentro dei flussi turistici sta modificandosi e le nuove entrate ci sottraggono quote di mercato. Ma sottolinea anche che in tale perdita ci mettiamo pure del nostro. In primo luogo divergenze a livello territoriale e assenza di riorganizzazione industriale. Dunque, mancanza di governance: tra i 7.500 assessori regionali, provinciali e comunali, tra i 13.000 enti a vario titolo preposti. Infatti da più parti e da tempo si reclama un Piano Strategico Nazionale per il rilancio del settore (conferenze di Riva del Garda 2008 e Cernobbio 2010) che ancora non si è visto. Mentre la ministro Brambilla gioca con il suo inutile portale e infarcisce gli uffici romani di compagnucci. Ma c’è anche l’altro aspetto, quello dell’industrializzazione del settore, accantonando l’antica cultura della rendita a tutti i livelli. Per dire, l’albergatore dovrebbe essere più un manager che un anfitrione.

Difatti, nella nostra offerta di attrattività continuiamo a puntare sulle città d’arte (Roma, Venezia e Firenze) spartendoci lasciti di antiche epoche, con scarsissimo valore aggiunto in termini imprenditoriali e di innovazione del prodotto. Considerando come il Paese conservi (quando lo conserva) il più cospicuo patrimonio artistico mondiale e rimanga uno dei più importanti dal punto di vista paesaggistico (quando non lo devasta), un atteggiamento che supera ampiamente le soglie dell’autolesionismo.

Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2011

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