Il tribunale di Roma ha bocciato i ministeri leghisti di Monza per condotta antisindacale. E il primo a reagire è stato Roberto Calderoli: “Non può chiuderli”. Poi è arrivato Umberto Bossi a spiegare che “la sentenza non ci riguarda perché riguarda i lavoratori e noi non abbiamo spostato neanche un lavoratore”. Più articolato l’intervento del ministro per la semplificazione. “Non può chiuderli, non ha poteri di cancellare i decreti”. Il titolare della semplificazione, che lanciò l’idea di trasferire dalla capitale alcuni ministeri al Nord, ha annunciato che si consulterà “con la Presidenza del Consiglio, per me quello che deve essere affrontato e rimosso sono gli eventuali problemi sindacali che sono stati portati”, ha detto. “Il tribunale di Roma ha annullato gli effetti rispetto ai problemi sindacali che sono stati sollevati trattandosi di un giudice del lavoro, non poteva né ha l’autorità per annullare i decreti perché questo non gli spetta”, ha concluso il ministro. E Paolo Grimoldi, deputato del Carroccio e presidente dei giovani padani, suggerisce “di valutare la chiusura del Tribunale di Roma, più che dei ministeri di Monza”.

Secondo Grimoldi “questa è una sentenza politica, non possiamo fare finta di niente. Bene ha fatto il ministro Calderoli ad annunciare che i ministeri di Monza resteranno operativi. Sarà nostro dovere, a questo punto, esaminare tutti gli atti di questo efficiente Tribunale di Roma e vedere quale altre chicche ci ha regalato in passato”.

La vicenda avrà ulteriori strascichi dunque. Ma certo non c’è proprio pace per Umberto Bossi e i suoi, a cui forse in questi giorni bastavano le divisioni interne che stanno lacerando il Carroccio. Il Tribunale di Roma ha annullato gli effetti dei decreti che istituivano le sedi periferiche dei ministeri a Monza. Il colpo di spugna sulle sedi di rappresentanza di villa Reale, porta la firma del giudice Anna Baroncini, ed è stato motivato con la condotta antisindacale. Il ricorso era stato infatti promosso dai sindacati della presidenza del Consiglio che avevano appreso dell’istituzione delle sedi a Monza “dai giornali e dai tg – come spiega Alfredo Macrì, presidente del consiglio direttivo del Sipre (Sindacato indipendente della Presidenza del Consiglio dei ministri) -. La decisione era stata adottata e portata avanti senza coinvolgere le organizzazioni sindacali o attivando, come previsto dalla legge, informazione preventiva e concertazione prima di procedere al taglio del nastro”.

Ora un decreto del giudice del lavoro, depositato oggi, annulla gli effetti dei provvedimenti “stabilendo la chiusura – sottolinea Macrì – delle sedi periferiche affidate ai ministri Bossi e Calderoli”, rispettivamente “un dipartimento e una struttura di missione”. Condannando per di più la presidenza del Consiglio al pagamento di un terzo delle spese legali.

La sentenza, in realtà, si limita ad annullare gli effetti dei provvedimenti che sono stati adottati con condotta antisindacale. “Di fatto – precisa Macrì – le sedi periferiche cessano di essere strutture della presidenza del Consiglio. Noi ci eravamo spinti più in là, chiedendo l’annullamento dei decreti istitutivi. Ma questo tipo di decisione è stato rinviato al giudice amministrativo. Tuttavia, la sentenza depositata oggi ci dà ragione e rende inagibili le sedi di Monza”.

Una vera tegola sulla testa del Carroccio, ai minimi storici in fatto di credibilità. L’apertura della sede di villa Reale era stata annunciata come un vero e proprio trasferimento dei ministeri, tanto da scatenare reazioni delle massime cariche dello Stato, seguite dai commenti al vetriolo del Senatur che ribatteva al Capo dello Stato con tono sprezzante: “Non si preoccupi. Le sedi restano lì”. L’operazione, chiaramente propagandistica, era stata seguita da una raccolta firme lanciata sul sacro suolo di Pontida. Poi è arrivata l’inaugurazione di luglio e un mese e mezzo dopo, con qualche giorno di ritardo sulla data annunciata, gli uffici sono diventati operativi ospitando proteste e qualche riunione (ad alto tasso leghista). È proprio nel mese di settembre che si è scoperto il bluff. Di fronte agli uffici vuoti o per lo più frequentati da esponenti della Lega Nord, il ministro Roberto Calderoli si era giustificato spiegando che si trattava in realtà di “sedi distaccate” e, in ultima istanza, dopo la protesta di alcuni esponenti del Partito democratico brianzolo, i ministeri sono stati declassati a semplici “uffici di rappresentanza”. Sembrava che più in basso di così non si potesse cadere, invece il giudice di Roma ha sentenziato un ulteriore scivolone.

“Se decideranno di ignorare questa pronuncia e continueranno ad avvalersene siamo pronti a ricorrere anche al giudice amministrativo. Siamo stufi di regole che vengono puntualmente disattese, non ne possiamo più”, avverte poi Alfredo Macrì, che conclude esprimendo soddisfazione: “per il risultato ottenuto in un periodo in cui tutto il pubblico impiego è fatto oggetto di provvedimenti legislativi discriminatori e di svariati attacchi denigratori anche da parte di autorevoli membri del governo”.

E non è la prima volta che la questione dei ministeri leghisti finisce sotto la lente di ingrandimento della magistratura. È di metà settembre la notizia dell’apertura di un fascicolo da parte della procura di Monza per fare luce sulla vera natura degli uffici che, alla prova dei fatti, hanno dimostrato di essere più delle sedi di partito che delle vere e proprie sedi istituzionali.

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