Perché bisognerebbe leggere i quotidiani? Escono una volta al giorno, non contengono link diretti e non sono multimediali.
Rahaf Harfoush

Questa frase non è solamente una provocazione. Descrive già molto bene la dieta mediatica degli under30 del primo mondo (io, in primis, compro i quotidiani solo quando so per certo che avrò qualche difficoltà ad accedere a Internet. E probabilmente molti miei coetanei non sentono neanche l’esigenza di comprare un giornale o di informarsi in modo specifico). Racconta un passaggio di epoca che non va vissuto in modo conflittuale, con divisione tra apocalittici e integrati, ma analizzato con la massima lucidità e imparzialità possibile.

Prendete le prime pagine dei quotidiani di oggi: quasi tutte parlavano della morte di Steve Jobs. Peccato che il signor Apple fosse morto più di 24 ore prima e che la giornata di ieri ha visto la produzione di milioni di post, aggiornamenti, commenti, dibattiti, ricordi, programmi televisivi, speciali, in tutto il mondo e a qualsiasi ora.

I quotidiani italiani, oggi, hanno dimostrato di essere inadatti a raccontare l’attualità contemporanea. Sono arrivati per ultimi sulla notizia. E anche sull’approfondimento della notizia. Hanno perso il ruolo di principale porta d’accesso alla conoscenza dei fatti, superati dall’aggiornamento costante di Internet e messi a dura prova dall’integrazione tra mezzi tradizionali a diffusione costante (ad esempio, i canali all news in diretta 24 ore su 24) e web.

Se voglio sapere cosa succede durante il giorno, consulto Twitter da uno smartphone, o accedo a un portale online dall’ufficio o da casa. O, se proprio non ho alternative, guardo gli ultimi telegiornali della sera. Consapevole che ciò che ho appreso durante la giornata difficilmente sarà stravolto nelle ore successive, salvo casi eccezionali. Come la morte di Jobs, che infatti ha sparigliato l’agenda dei quotidiani perché è arrivata alle due di notte, ora italiana.

Sarà un caso, ma i dati Censis di luglio 2011 dicono che la quota di italiani che si informano dai giornali è scesa del 7% (dal 55% al 48%) dal 2009 a oggi. Istintivamente si potrebbe pensare che ci si informa di meno, o che questo dato rappresenti l’inizio della fine del giornalismo su carta o, addirittura, dell’informazione sui mezzi tradizionali. Non è così: i settimanali crescono del 2% nello stesso intervallo. I libri tengono. Radio e tv sono fermamente al loro posto. E questi dati vanno letti all’interno di un preesistente press divide (gli italiani che non leggono su carta), che è già intorno al 40%.

La responsabilità non è (solo) dei giornalisti, ma del formato editoriale. Un quotidiano racconta ciò che è accaduto il giorno prima. All’ora di pranzo è già vecchio. Il ‘ciclo di vita del prodotto’ (usando un’espressione tipica del marketing) si è dimezzato.

I quotidiani, per conservare un senso in questo scenario mediatico, devono cambiare. Non devono chiudere, né ridimensionarsi. Non devono compromettere anni di lavoro, di credibilità acquisita sul campo, né devono mortificare il lavoro delle migliori firme d’Italia. Ma non possono neanche restare uguali a se stessi mentre il mondo cambia. Un giornale di carta è utile se mi dà informazioni esclusive, se offre opinioni illuminanti, se realizza inchieste e se si occupa dei problemi della mia comunità, che sia il mondo, l’Italia o il mio comune. E se lo fa prima di tutti gli altri. Per tutto il resto c’è il web. Col tempo si sposteranno gli utenti e si sposterà la pubblicità. Vincerà chi saprà integrare, non chi vivrà il confronto tra carta e digitale come una specie di maledizione.

Nel futuro potrà persino andar bene che si parli di Steve Jobs sui quotidiani, arrivando ultimi: a condizione che sul giornale trovi una selezione dei migliori articoli e post mondiali sull’argomento e che si dia la notizia per primi sull’edizione online del quotidiano.

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