“Fa un po’ schifo capire che i nostri diritti vengono disprezzati, quando invece siamo fieri di contribuire anche dall’estero alle sorti del nostro Paese”. Così Guido, ex scalpellino di Asiago, che abita nel Canton Ticino da quarant’anni e che interviene a una riunione di connazionali che ho avuto l’occasione di introdurre venerdì scorso a Bellinzona.

Casa del Popolo, un modernissimo e molto frequentato locale di fronte alla stazione della capitale della Svizzera italiana, restaurato dall’Unione Sindacale e luogo di riunione dei lavoratori e delle loro famiglie. Riunione sui referendum del 12 e 13 giugno organizzata dal locale circolo di Sinistra e Libertà con la presenza vivace e interessata di una cinquantina di attentissimi partecipanti. Racconto delle peripezie cui sono sottoposti i quesiti referendari, delle acrobazie del governo per affossare la consultazione, del silenzio tombale su acqua, nucleare e giustizia a cui i servitori del potere si sono volentieri sottomessi. E scopro cose non note, ma di una gravità inaudita.

Gli Italiani residenti in Svizzera avrebbero dovuto entro il 9 aprile scorso avvisare il comune di origine sul loro eventuale rientro per depositare la scheda in Italia, ma non hanno avuto alcun avviso dal Consolato. Voteranno quindi per corrispondenza: hanno appreso dai quotidiani svizzeri che sarà tra il 29 maggio e l’8 giugno, ma non hanno ricevuto alcuna comunicazione, nemmeno dal Comites (un organismo eletto dagli italiani all’estero) che ha il dovere istituzionale di farlo. Forse a giorni riceveranno un plico dal Consolato con dentro tutti e quattro i quesiti – evidentemente anche quello sul nucleare per cui il Governo impudentemente cerca di evitare la consultazione popolare, ma su cui la Cassazione non si sarà ancora pronunciata – e si chiederanno che farne e se vale la pena di consegnare la busta con il loro voto, visto che gira la voce “che i referendum sono inutili, perché ci sta pensando Berlusconi e non si sa nemmeno se si faranno”.

Chiedo loro se sanno del quorum. Lo sanno altroché: ricordano che da quando concorrono anch’essi al raggiungimento del quorum, la loro scarsa o alta partecipazione è subito riportata dai media italiani come trend anticipato del risultato nazionale. E possiamo star certi che l’azione cosciente dei Maroni e dei Frattini (i ministri che se ne occupano “alacremente”) affinché due milioni di italiani fuori confini non spediscano le schede per i referendum di giugno, verrà ricompensata dalla rottura del silenzio dei vari Minzolini, desiderosi di comunicare un flop da Bellinzona a Buenos Aires.

Quando, indignati per le informazioni che ci siamo scambiati, ci spostiamo dalla sala riunioni al grande salone con i muri tappezzati di schermi piatti che rilanciano le Tv nazionali, vediamo sculettare Belén, inveire il Cavaliere contro i magistrati, gracchiare la Moratti sui trascorsi estremisti di Pisapia. Ma di acqua, Fukushima, sole e legittimo impedimento niente di niente. Napolitano questa volta li dovrebbe fermare”, dice il responsabile delle Acli con l’accento integro dei baresi trapiantati. Speriamo, dico io. Anche se rimane l’amarezza e davvero lo schifo di fare gli italiani in mezzo ai ragazzi e alle ragazze più giovani che fanno l’happy hour alla Casa del Popolo rinnovata, e che ormai la cittadinanza italiana la lasceranno per strada senza grandi rimpianti…

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