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Da Obama una buona notizia

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Ho conosciuto Massimo Morelli, professore di Scienze Politiche ed Economiche presso la Columbia University, a New York tramite il nostro comune amico Riccardo, “emigrante” di Medicina. Vedendolo arrivare da solo, in taxi, ero gia’ assolutamente impressionata, molto piu’ che per il suo curriculum, perche’ Massimo e’ cieco. Sicuramente per un mio limite mentale e per degli sciocchi pregiudizi che mi portavo dentro da qualche parte, l’idea che una persona disabile potesse avere un lavoro da fare invidia a molti (assolutamente meritato) e andarsene in giro in una citta’ come New York da solo, per raggiungere gli amici, mi aveva sorpreso.

Spesso, vivendo qui, mi sono trovata di fronte ai “miei’ pregiudizi e mi sono scoperta meno “aperta” di quanto pensassi. Come quella volta che un mio amico gay, alla domanda, “stiamo andando in un gay bar?”, mi fece notare che quando ero io ad invitarlo lui non mi chiedeva mai la connotazione “sessuale” del posto scelto. Lui, ovviamente, aveva ragione e non e’ servita nemmeno una riflessione troppo profonda per capirlo. Essere “tolleranti” e “non razzisti” e’ facile quando si e’ fra persone che noi “accettiamo” e che ci “somigliano” per colore della pelle, religione, scelte sessuali, opinioni politiche. Un po’ piu’ difficile e’ “sbandierare” quella tolleranza con chi e’ “diverso” da noi e che pure non amare per quello sarebbe una perdita enorme per la nostra vita. Un’altra in cui mi sono scoperta “razzista sebbene in maniera latente” e’ stato quando al posto di polizia, dove mi ero recata per una denuncia, alla domanda “colore?” ho risposto “castani” pensando si riferisse ai capelli, dimenticando completamente (ma ero anche un po’ agitata) che al mondo (e meno che mai a New York) non sono tutti bianco/mozzarella come me. Massimo, dunque, con cui poi ho avuto il piacere di condividere altre serate divertenti, compreso un mio (multietnico/plurireligioso) compleanno, e’ stato il mio viatico verso la presa di coscienza che la disabilita’, per quanto reale, non e’ un limite ad una vita “normale”, se non che nelle menti di chi non riesce ad andare un passo oltre.

Dall’incontro con Massimo mi e’ capitato di notare, con soddisfazione che a New York c’e’ molto rispetto per le persone con disabilita’ che possono girare da sole (quasi sempre), prendere l’autobus, andare nei negozi a fare spese e, non di rado, avere ottimi lavori.

Ovviamente, non esistendo un mondo perfetto, la situazione non e’ idilliaca sempre e comunque. I dati sulla disoccupazione di luglio, infatti, mentre segnano una percentuale sostanzialmente stabile per la popolazione “in generale”, fanno segnare un aumento del 2% relativamente ai disabili (dal 14.4% al 16.4%). La statistica tiene conto di tutti i maggiori di 16 anni non ospitati in istituti.

Va aggiunto che, fino allo scorso febbraio, non esistevano rapporti sulla disoccupazione relativi, nello specifico a questa parte della popolazione.

Considerato tutto cio’ mi e’ sembrata proprio una buona notizia, la scelta del presidente Obama di reintegrare un ordine esecutivo firmato nel luglio 2000, dall’allora presidente Bill Clinton, per assumere 100mila nuovi impiegati, affetti da disabilita’, all’interno delle strutture federali. L’ordine di Clinton, accantonato dall’amministrazione Bush, riprende oggi vigore e da’ nuove speranze a tantissimi giovani in cerca di impiego. Obama, cosi’, mantenendo fede alla promessa fatta in campagna elettorale, si impegna a monitorare la messa in atto dell’ordine e le sue concrete conseguenze.

Non esiste un mondo perfetto, dicevo, ne’ qui in Usa, ne’ altrove. Esiste, pero’, il migliore dei mondi possibili e quello che “vedo”, grazie anche all’attuazione di questa decisione, a me piace.

 

 

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