Oggi al Tg1 ho imparato che di gelato, gli italiani, ne mangiano molto, soprattutto in estate. I maggiori consumatori sono a Roma e a Napoli.
(Questo incipit è dedicato a quelli che dicono che su questo blog non si devono mischiare gli argomenti futili a quelli seri).

Ora veniamo all’argomento del post. Vorrebbe essere la recensione di un romanzo.
In vacanza ho letto l’ultimo libro di Paolo Nori, I malcontenti, uscito a marzo di quest’anno.
E’ da tanto che volevo scrivere qualcosa su questo scrittore, uno di cui, quando dico a qualcuno che mi piacciono molto i suoi libri, non so mai spiegare di cosa parlano. In pratica Paolo Nori nei suoi romanzi racconta sempre di sé, fa una sorta di autobiografismo estremo (o almeno ha l’aria di fare questo: io non lo conosco personalmente); alle sue vicende di scrittore/traduttore alterna, con ritmo a volte quasi frenetico, talora con una lentezza e una ripetitività estenuanti, brani di vicende che lo coinvolgono meno direttamente. Nel romanzo Noi la farem vendetta era una ricerca sui morti di Reggio Emilia; nei Malcontenti si tratta dello sgretolarsi della relazione tra due suoi giovani vicini di casa. Il titolo del romanzo si riferisce a un festival, quello dei malcontenti appunto, manifestazione culturale a cui i protagonisti lavorano, e che naufragherà in un insuccesso alla fine solo abbozzato, ma presagito fin dalla prima pagina.

Perché è da leggere? Perché nella scrittura di Nori c’è un mondo in cui immergersi, c’è uno sconclusionato rincorrersi di emozioni e suggestioni in cui non è possibile non riconoscersi (almeno, per me è così); perché è letteratura al massimo grado e nello stesso tempo è un divertente oggetto antiletterario, che sembra più parlato che non scritto; perché è quasi impossibile citarne dei brani che rendano l’idea di quello a cui andate incontro se lo leggete per intero (allora tanto vale leggerlo tutto); perché se leggete un po’ di recensioni in giro trovate chi lo esalta come genio della letteratura italiana contemporanea e chi quasi lo insulta perché lo giudica illeggibile, inconcludente, autoreferenziale, e hanno ragione entrambi; perché anche se molto spesso non succede niente, non racconta niente (l’intreccio, la trama, sono secondari), è come vivere insieme a chi racconta, è come vivere dentro il racconto, in una lunga straniante soggettiva dalla prima all’ultima pagina.

Ci tenevo, poi, a recensirlo su questo blog perché a un certo punto dice, a proposito dell’organizzazione del festival dei malcontenti:

Il pregio […], secondo Giovanni, era che a lui avevano chiesto di occuparsi di organizzare un festival, e che questa cosa lui non era assolutamente in grado di farla.
L’avevano, in un certo senso, preso per qualcun altro, e lui era molto curioso di vedere cosa saltava fuori.

… ed è un po’ quello che è successo a me quando mi hanno chiesto di tenere questo blog.

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