Terremoto, operaio morto per crollo fabbrica a Ferrara: 2 nuovi indagati

Due nuovi indagati per concorso in omicidio colposo nell’inchiesta riaperta per il crollo del capannone della Ursa di Stellata di Bondeno, la notte del terremoto del 20 maggio 2012, in cui morì un giovane operaio, Tarik Naouch. E’ stato infatti riaperto il processo davanti al Gup di Ferrara Piera Tassoni dopo l’esito di nuove indagini e atti investigativi svolti al ministero dell’industria a Roma su una trave del tetto dell’Ursa – che innescò il crollo -, risultata senza armatura interna, ma ugualmente omologata e ritenuta dal perito della procura non sicura e inadeguata. Per questo motivo, la procura ha modificato il capo d’imputazione e chiesto la trasmissione degli atti per due indagati della ditta di prefabbricati che fornì le travi.

Altra novità processuale è la richiesta del pm Nicola Proto, alla luce delle nuove indagini e del cambio di imputazione, di proscioglimento per due indagati per i quali aveva già chiesto il processo, escludendo ogni loro responsabilità nel crollo: il direttore dei lavori, Franco Mantero (presidente Ordine ingegneri) e il costruttore Simonello Marchesini della Stimet di Arezzo. Il pm Proto, però, cambiando il capo d’imputazione legato alla trave non armata, ha rinnovato la richiesta di rinvio a giudizio per gli altri due indagati rimasti: il progettista dei capannoni, Pierantonio Cerini di Arezzo e il collaudatore dell’opera, l’ingegner Mauro Monti, massimo dirigente tecnico Provincia di Ferrara. Su queste richieste presentate all’udienza durata quasi 6 ore, il giudice Tassoni deciderà il 10 dicembre.

Anche per le altre due inchieste sui crolli dovuti al terremoto, in cui morirono altri tre operai nel Ferrarese, sono in corso processi e nuove indagini: alla Tecopress, per la morte di Gerardo Cesaro, sono a processo tre tecnici (progettisti, direttori dei lavori e collaudatori): il processo è fissato al 30 aprile, in attesa che in un altro procedimento bis su Tecopress si valutino responsabilità del titolare e della responsabile sicurezza, per cui era stata chiesta l’archiviazione, per i quali il gip ha disposto nuovi accertamenti: chiusura indagini fissata per la fine dell’anno. Stesso termine previsto anche per l’inchiesta sul crollo alle Ceramiche Sant’Agostino (anche qui un allargamento dell’inchiesta e nuovi accertamenti tecnici sono in corso dopo la chiusura delle indagini e poi riaperte) che causò la morte di due operai Nicola Cavicchi e Leonardo Ansaloni per cui sono già indagati due tecnici.

Ferrara, 14 facchini licenziati alla Mirror: proteste di Cobas e centri sociali

Una vertenza contrattuale si trasforma in un campo di battaglia elettorale. E, accesa la miccia, dalla politica la protesta di quattordici facchini scende in strada, con scontri tra Cobas e centri sociali da una parte e forze dell’ordine dall’altra. Succede alla Mirror di Sant’Agostino, azienda attiva nel settore delle levigature, con base nell’Alto ferrarese.  I lavoratori chiedono il rispetto dell’accordo, scaduto il 30 settembre, che avrebbe dovuto portare alla loro riassunzione dopo il cambio di appalto operato dalla Mirror. I 14 facchini sono rimasti senza lavoro all’inizio di settembre quando l’azienda, dopo una serie di richiami alla cooperativa bolognese per presunte inadempienze, ha recesso il contratto d’appalto di facchinaggio per affidarlo a un’altra cooperativa, la Msz di Milano. Da qui prese subito vita, il 5 settembre, un presidio davanti ai cancelli di Via del Fantino che portò a un accordo: la Msz avrebbe assunto tre persone presso la Mirror, mentre gli altri sarebbero stati reimpiegati in altre aziende. Ma l’accordo, dicono lavoratori e Cobas, è stato disatteso e allora è ripresa la protesta, con picchetti quotidiani davanti ai cancelli, che hanno impedito a dirigenti e lavoratori dell’azienda l’ingresso in sede.

L’intervento delle forze di polizia, non senza forti tensioni, ha convinto i dimostranti (“manifestanti di professione, pendolari della protesta” secondo i vertici aziendali) a sgomberare l’accesso alla fabbrica. Poi il problema occupazionale si trasforma in contesa politica. Prima con il sindaco della vicina Bondeno, il leghista Alan Fabbri, candidato alla presidenza della Regione per il centrodestra, che stigmatizza la protesta: “Non si ottiene con la violenza il diritto al lavoro e, soprattutto, non si ottiene impedendo ad altri lavoratori di svolgere le loro mansioni. Credo che in questi casi le forze dell’ordine debbano intervenire, anche con la forza”. Poi con il segretario nazionale del Carroccio Matteo Salvini che via Facebook traduce il tutto in “decine di magrebini” che, “insieme ai centri sociali, hanno paralizzato per settimane un’azienda, la Mirror. I lavoratori di questa azienda, una trentina di famiglie, rischiano la cassa integrazione per colpa di questo casino. Non è possibile perdere altri posti di lavoro. Se a certa gente non vanno bene le nostre regole, tornino a casa”.

All’ansia di espulsione collettiva di Matteo Salvini ha fatto seguito una interrogazione parlamentare del deputato leghista Guido Guidesi, che sostiene che “i facchini furono denunciati per estorsione e violenza privata, perché pretendevano contratti a tempo indeterminato nonostante il cambio di fornitore di servizi, promettendo nuovi blocchi se questo non fosse accaduto”. Il deputato chiede quindi al Governo di intervenire per “scongiurare altri danni alla Mirror e proteggere i veri lavoratori dell’azienda”. Sulla “situazione limite” interviene anche Giulia Gibertoni, candidata presidente alla Regione Emilia Romagna per il Movimento 5 stelle, che si chiede “quante di queste notizie sconfortanti dobbiamo vedere ancora prima di avere finalmente il reddito di cittadinanza in Italia, che eviterebbe questi scontri sociali?”.
Secondo la grillina da qui in avanti avremo “ogni giorno di più” altre Mirror “se lasciamo fare al Pd e alla sua visione del lavoro che tramite il Jobs Act promuove la libertà di licenziare, l’abbandono di ogni forma di tutela per i nuovi assunti, il demansionamento facile, una flessibilità esasperata, niente soldi per i sussidi, l’indebolimento dei centri per l’impiego a favore di agenzie interinali private e l’abbandono a se stessi di professionisti e artigiani con partita Iva”.

Rimini, chiude l’aeroporto. Enac: “Non ci sarà gestione provvisoria”

Dall’1 di novembre stop ai voli all’aeroporto di Rimini. In una nota dell’Ente per l’aviazione civile si specifica che “a partire dal primo novembre risulta giuridicamente impossibile per l’ENAC e per il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti intervenire con forme di gestione diretta, ancorché straordinaria, dell’Aeroporto di Rimini, per continuare l’operatività dello scalo”.

Il Consiglio di Amministrazione Enac “garantisce che con altrettanta solerzia l’Ente porrà in essere tutte le azioni necessarie atte a velocizzare l’implementazione delle fasi procedurali previste nel bando di gara, nonché di tutta la normativa relativa al processo di certificazione in modo da procedere al più presto con l’affidamento definitivo della gestione totale alla società Air Riminum, e alla piena operatività dello scalo, nell’interesse generale del settore e per evitare disagi ai cittadini e al territorio”.

In conclusione “si rammarica che nonostante l’encomiabile impegno del Prefetto di Rimini, Claudio Palomba, e la piena collaborazione dell’ENAC la soluzione ipotizzata di una gestione provvisoria in attesa dell’immissione con decreto interministeriale del soggetto aggiudicatario del bando di gara, sia stata resa impossibile dalla mancata proroga, in qualunque forma, da parte del Tribunale fallimentare di Rimini dell’esercizio provvisorio della società Aeradria oltre il 31 ottobre 2014″.

Bonus bebè Berlusconi, 8mila mamme multate per errore: “Abbiamo reso tutto”

Prima le “felicitazioni” per l’arrivo del neonato, e in allegato un assegno da 1.000 euro firmato dall’ex premier Silvio Berlusconi. Poi, cinque anni dopo, la richiesta di restituire il cosiddetto bonus bebè con tanto di multa: 3.000 euro. Motivo? La mancanza di chiarezza della lettera recapitata a 700.000 neogenitori italiani nel 2006, che nel dare il benvenuto al nuovo nato con un ‘dono’ da parte del secondo governo Berlusconi, il bonus appunto, non specificava se ad avere diritto all’assegno fossero i nuclei familiari con un reddito complessivo annuo di 50.000 euro netti oppure lordi. Così circa 8.000 famiglie in Italia, coloro che avevano dichiarato il reddito netto invece che quello lordo, tra cui la modenese Elena Fini, mamma di 4 bimbi, nel 2011 furono accusate dal ministero dell’Economia “di aver riscosso illecitamente il bonus bebè utilizzando un’autocertificazione mendace”, peraltro punibile penalmente, e multate. Per dirimere la questione servì un provvedimento sanatoria iscritto nella manovra bis del Ferragosto 2011, che cancellò la sanzione, lasciando per le famiglie solo l’obbligo di restituire i 1.000 euro.

“Fu un vero calvario – racconta a ilfattoquotidiano.it Elena Fini, residente a Formigine, in provincia di Modena, che nel 2006 si vide recapitare a casa la missiva firmata dall’ex premier – per un anno, tra la raccomandata della Ragioneria di Stato e l’intervento del Parlamento, io e mio marito vivemmo col terrore di Equitalia e di una condanna penale, senza che nessuno sapesse spiegarci cosa fare, come difenderci. Ora l’idea che il presidente del consiglio Matteo Renzi stia elaborando un nuovo bonus per le neo mamme mi lascia perplessa, mi sembra una trovata propagandistica come lo fu quella dell’ex premier Berlusconi. Non potrebbe il governo, invece, aiutare le famiglie abbassando la pressione fiscale? Questo sì che sarebbe di supporto agli italiani, che oggi non hanno né il denaro, né la sicurezza lavorativa necessaria a crearsi una famiglia”.

Elena Fini, come tanti altri, nel 2006 ricevette la famosa missiva berlusconiana, inviata indistintamente ai neogenitori a prescindere dal loro reddito: “Caro … Felicitazioni per il tuo arrivo! Questa è certamente la prima lettera che ti viene indirizzata. È il presidente del consiglio a scriverti per porti probabilmente anche la prima domanda della tua vita: lo sai che la nuova legge finanziaria ti assegna un bonus di 1000 euro?”. In allegato c’era l’invito a recarsi in posta con un’autocertificazione da compilare, in cui si dichiarava di avere un reddito “complessivo” non superiore ai 50.000 euro. Il bonus, infatti, era stato introdotto nella finanziaria del 2006 per premiare le famiglie per ogni figlio nato o adottato nel 2005, o per ogni secondo o ulteriore figlio nato o adottato nel 2006. Non era tuttavia specificato che tale importo fosse da considerarsi lordo, così circa 5 anni più tardi 8.000 famiglie, che invece avevano inteso la cifra al netto, ricevettero una comunicazione dal ministero dell’Economia, che le informava non solo dell’obbligo di restituire i 1.000 euro del bonus bebè “riscosso illecitamente” tramite la sottoscrizione di “un’autocertificazione mendace”, ma che “sarà fatta apposita segnalazione alla Procura della Repubblica”. Più una multa da 3.000 euro. Dopo molte polemiche la questione venne portata in Parlamento dalla deputata Pd Manuela Ghizzoni, e tramite la cosiddetta manovra bis di Ferragosto (2011) si decise di sospendere eventuali procedimenti penali a carico di mamme e papà in cambio della restituzione, entro tre mesi dall’entrata in vigore del provvedimento, dei 1.000 euro di bonus bebè.

“Ma il concetto di bonus è di per sé una farsa – spiega Fini – lo Stato ha molti strumenti per aiutare le famiglie, ad esempio intervenire sui servizi, o sulle imposte, aumentare le tasse e poi regalare qualche euro a una singola categoria io la chiamo campagna elettorale. Vedo molte similitudini tra Berlusconi, che introdusse il bonus a ridosso della tornata elettorale del 2006, e Renzi: Entrambi escogitano manovre populiste per prendere voti”.

“Dobbiamo fare le dovute differenze – spiega invece Ghizzoni – Il caos che generò il bonus bebè fu dovuto a una cattiva gestione da parte del governo Berlusconi, nulla a che vedere con gli 80 euro annunciati da Renzi per le neomamme. In questo caso parliamo di un bonus calcolato sul reddito a erogazione triennale, non di un assegno una tantum. In più la misura si affianca ai 100 milioni di euro previsti da questa finanziaria per i servizi all’infanzia. Credo che questi due provvedimenti, da considerarsi in maniera congiunta, vadano nella direzione giusta”.

Università Bologna detta il codice social agli studenti. Ma per tutelare cosa?

In una Bologna in cui gli affitti in nero pagati dagli studenti sono un affare per molti “furbetti da appartamento”. In una Bologna in cui gli studenti sono da sempre il sostegno economico non riconosciuto dell’economia del centro storico e il fulcro del fermento culturale della città, anche se considerati pubblicamente solo “rumorosi giovinastri senza diritto di voto alla amministrative”. In questa Bologna il Senato accademico dell’Alma Mater Studiorum ha ben pensato che il problema da risolvere fossero i pensieri degli studenti. Il bispensiero di orwelliana memoria che si esprimerebbe pubblicamente in strada o addirittura su Facebook. E così si sono inventati il Codice etico di Comportamento che già dal nome suona molto perbenista.

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L’articolo 15 del codice recita: «L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine». Ma di quale prestigio parlano? A ledere l’immagine dell’Alma Mater Studiorum e dell’Università Italiana sono i docenti che infilano i figli a lavorare all’università, sono i docenti che obbligano a comprare i loro libri solo per aumentarne la tiratura, sono i poveri assistenti, ricercatori, borsisti che sostengono con il proprio lavoro l’Università italiana in cambio di due lire, e che sono costretti anche a ringraziare per questa elemosina, sono gli affitti in nero, le raccomandazioni agli esami, non è certo uno studente che su Facebook si lamenta che la retta universitaria è troppo alta. Non dimenticatevi distinti “senatori” della Accademia che l’Università è di chi paga le tasse, non di chi le incassa, e che il suo prestigio è conseguenza dei fatti e non delle libere opinioni degli studenti.

Mi sa che mi becco una sanzione disciplinare post-laurea.

Foto credit: twitter 

Vita e morte: l’infinito ne ‘Il rumore del lutto’

Il Rumore del LuttoÈ possibile far avvicinare la morte alla vita, in un ambito diverso adatto a comprenderne l’imprescindibile e necessaria coesistenza? Negli spazi creati dalla rassegna Il Rumore del Lutto, vita e morte raggiungono, attraverso metodi e riflessioni personali, una continuità reale. Una sorta di festival che si svolge nei giorni della commemorazione dei defunti e si sviluppa in luoghi significativi della città di Parma – con la realizzazione di eventi – per lo più gratuiti e per tutte le età – legati ad ambiti artistici e culturali diversi.

Il progetto ha inteso, fin dalla prima edizione nel 2007, diffondere l’idea che sia necessario esprimere i sentimenti legati alla fine della vita ed al lutto, in quanto elementi fondamentali dell’umanità, il cui timore (legato al morire, all’ignoto ed al non sapere ciò che accadrà dopo la morte), va affrontato e non relegato.

La manifestazione è stata la prima iniziativa culturale a indagare tematiche, ancora oggi considerate scabrose e per lo più da allontanare o rimuovere. L’originalità del progetto ne ha scandito il successo, ispirando manifestazioni analoghe in Italia ed all’estero. La metodologia della ricerca interdisciplinare con la finalità di costituire, in un ambito territoriale, un “modello” connesso alla death education, è la singolare e audace caratteristica della manifestazione, che individua in ambiti artistici e culturali di psicologia, musica, arte, letteratura, cinema, teatro, architettura, forme diverse di rappresentazione in cui scoprire tracce impensate, per incontrarsi e ritrovarsi, per cercare di riscattare la morte dalla marginalità in cui è stata relegata, riconoscendole nuovi linguaggi.

Forse, anche grazie a questa rassegna, non è più possibile ignorare la morte, o parlare di silenzio intorno ad essa ma ciò non significa che la paura sia pur sempre presente e forte.

L’invito a partecipare alla rassegna Il Rumore del Lutto è rivolto a tutti, per portare esperienze, storie vissute e la propria personale sensibilità, avvicinandosi con l’ascolto e l’immaginazione…

Programma dell’ottava edizione, dal 30 ottobre al 2 novembre

 

 

 

Gender Bender, “Buon costume”: film, incontri e concerti sull’identità di genere

Ricordate Clark Kent/Christopher Reeve costretto a svestire i panni dell’umile impiegatino di redazione dentro una cabina telefonica? Sotto ai più compunti completini grigiastri celava lo stratosferico costume di Superman. Mutatis mutandis, lo stesso gesto lo compie il direttore artistico di Gender Bender 2014, Daniele Del Pozzo, mostrando sotto gli apparenti panni sicuramente più glamour ma pur sempre formali di Clark, una semplice t-shirt con il marchio di Superman: “Un festival in un certo senso è come un supereroe, un condensato di eccellenza, un’esplosione di forza. Un arguto esploratore dotato di supervista, ma anche un interlocutore facilmente riconoscibile a cui rivolgersi, dandogli del tu”, sorride sotto i baffi Del Pozzo versione Superman, “Gender Bender quest’anno si straccia i vestiti e mostra la sua S sul petto. Per apparire non solo come una vetrina splendente di ciò che la cultura delle differenze ha prodotto intorno al mondo, ma anche come un grande collettore di buone pratiche (superpoteri), azioni e interrogativi da coltivare per un anno intero”.

Tanta e sempre più allargata a livello internazionale la popolarità e l’appeal della vetrina Lgbt bolognese giunta alla dodicesima edizione – dal 25 ottobre al 2 novembre 2014 – che il rischio di qualche chiamata al supereroe rischia di arrivare per davvero. 73 gli appuntamenti in nove giorni: 33 repliche di 15 spettacoli, 27 film e documentari, 4 feste a tema, 3 concerti, 5 incontri con gli autori, laboratori ed attività per anziani e bambini, il Gender 2014 parte lancia in resta alla conquista del sentimento omofobico molto presente nel dibattito politico di queste ultime settimane. “Noi continuiamo a dare un convinto sostegno al festival nonostante le difficoltà economiche degli enti pubblici”, spiega l’assessore regionale alla cultura uscente, Massimo Mezzetti, “è una battaglia di idee, anzi contro le idee sbagliate. Se esistono le sentinelle conservatrici dell’inciviltà, noi come amministrazione pubblica regionale siamo le sentinelle della civiltà”.

Via allora alle anteprime nazionali di film provenienti dai migliori festival mondiali con “Pride” – cinema Odeon, 29/10 -, diretto da Matthew Warchus, distribuzione italiana Teodora dall’11 dicembre, con le star british Imelda Staunton, Bill Nighy e Paddy Considine, tratto da una storia vera e ambientato in Gran Bretagna nel 1984 durante l’era Thatcher. Una commedia divertente e amara che porta lo spettatore al celebre sciopero dei minatori inglesi, che andò avanti per circa un anno. Un gruppo di attivisti gay e lesbiche decide di raccogliere soldi per aiutare i minatori. Ma c’è un problema: tutti i sindacati sono imbarazzati nel ricevere aiuto dagli omosessuali. Gli attivisti non demordono, trovano un piccolo paese sperduto nel Galles e vanno di persona dai minatori, con i quali iniziano un rapporto di aiuto reciproco, non senza problemi di comprensione e pregiudizi di genere. Ancora da segnalare, tra gli altri, “Land of storms” dell‘ungherese Ádám Császi, tratto dalla storia vera (Lumiére, venerdì 31 ottobre), di Szabi, calciatore gay che scappa dall’ambiente macho dello spogliatoio per tornare nel suo paese d’origine, in Ungheria; “Salvation Army”, il sorprendente film di esordio dello scrittore marocchino Abdellah Taia; “Menstrual Man” dell’indiano Amit Virmani, basato sul tema della mancanza di uso degli assorbenti durante il ciclo mestruale da parte delle donne indiane (la media è 1 su 10!); e l’omaggio a Lou Reed, un’enciclopedia di immagini e suoni che racconta il genio musicale e poetico dell’artista attraverso rarissimi materiali di archivio e una lunga serie di testimonianze e interviste a David Bowie, Patti Smith, Laurie Anderson, Andy Warhol, Joe Dallesandro.

La sezione danza si arricchisce quest’anno del contributo del ministero della cultura (8mila euro, ndr) e di nomi come William Forsythe, sue le coreografie di “legitimo Rezo” in prima nazionale l’1 e 2 novembre, con Jone San Martin; e Patrick Lander con Cascas D’Ovo all’Arena del Sole il 30 e 31 ottobre. “In questi ultimi giorni si è capito qui a Bologna che le battaglie di gay e lesbiche non sono solo nostre battaglie, ma anche delle istituzioni”, ha spiegato il presidente de Il Cassero, Vincenzo Branà, “con la vicenda della registrazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso sposate all’estero, il sindaco Merola ci ha insegnato il valore politico di un piccolo gesto di disobbedienza”.

Università Bologna, codice etico per prof e studenti: “Critiche vietate sui social”

Meglio non polemizzare o questionare sul prestigio e l’immagine dell’Università di Bologna, anche sui social network. E’ l’obbligo a cui la comunità accademica – docenti, ricercatori, personale e studenti – dell’Alma Mater bolognese dovrà sottostare a partire dal 1 novembre 2014 quando entrerà in vigore il nuovo Codice Etico. Al quarto comma dell’articolo 15 del Codice il riferimento alle nuove forme di comunicazione sul web è scritto a chiare lettere: “L’università richiede a tutti i componenti della comunità di mantenere un comportamento rispettoso delle libertà costituzionali, del prestigio e dell’immagine dell’istituzione, anche nell’utilizzo dei social media”. “Non è una norma eversiva e nemmeno un divieto, come non c’è nessun intento censorio o di lesione della libertà di espressione della singola persona”, spiega al fattoquotidiano.it Patrizia Tullini, prorettore al personale dell’Unibo, “chiediamo semplicemente un comportamento corretto come viene già chiesto di adottare su altri mezzi di comunicazione: radio, tv e giornali”.

La dimensione comunicativa pubblica del web irrompe anche tra i dettami comportamentali dell’ateneo più antico del mondo occidentale, che già nel 2006 con rettore Pier Ugo Calzolari adottò per primo in Italia un Codice Etico uniformandosi ad altre realtà europee e statunitensi: “Quel codice all’avanguardia in soli dieci anni sembra diventato preistoria”, scherza Tullini, “la nuova versione è stata discussa per un anno da tutti gli organi accademici e poi ne è stata richiesta approvazione al nucleo di valutazione e anche ai sindacati. E poi abbiamo dovuto affrontare il tema dei social ed inserirlo perché è diventato d’uso comune sia tra studenti che tra i dipendenti”.

Siti web di studenti dove si commentano esami, pecche e virtù dei docenti, Tweet al vetriolo per commentare scelte e parole di colleghi, post con riflessioni polemiche su un blog o su Facebook, la rete è diventata una giungla spesso inesplorabile che ora richiede un minimo di ordine: “Espressioni critiche contro un rettore o un professore ci sono sempre state. Diciamo che la norma è voluta per casi come foto o espressioni ingiuriose e diffamatorie per qualcuno che si fa prendere la mano. Su Facebook, ad esempio, ci sono almeno due modi per discutere con i cosiddetti amici: uno aperto a tutti e uno con una cerchia di amici più ristretti, insomma una parte più riservata e non pubblica esiste e, se proprio si vuole, può essere usata. Ad esempio io uso i social solo per pubblicizzare il mio master. Si può fare”.

Una scelta che è stata subito ripresa dal collettivo Cua che ha contestato nei giorni scorsi davanti al rettorato di via Zamboni l’adozione del Codice Etico: “E’ un codice dell’ipocrisia”, hanno scritto su un volantino distribuito in strada, “apriremo a tal proposito una pagina Facebook chiamata proprio “Dillo all’Alma Mater””. Il mancato rispetto dell’articolo 15, tra l’altro, prevede “sanzioni disciplinari” per gli studenti, mentre docenti e ricercatori possono andare incontro a “note di biasimo”, come alla “esclusione dall’assegnazione di fondi e contributi di Ateneo”, o alla decadenza o esclusione dagli organi delle strutture d’Ateneo e dagli organi di governo dell’Università che “non potranno avere una durata superiore a due anni”. Non ci sarà un organo ispettivo per verificare la violazione degli obblighi richiesti: “Basta una segnalazione al rettore o al proprio superiore”, specifica Tullini, “cerchiamo però di capirci, quello che più mi meraviglia e che ci ha spinto a formulare questo articolo del codice è l’uso e l’abuso del logo della nostra università. Finisce dappertutto e senza motivo. Dobbiamo tutelarci come fanno alla Sorbona o Yale. E’ il nostro patrimonio storico”.

Don Mario Rocchi è morto, Modena piange l’esempio del cattolicesimo sociale

Salvò ufficiali inglesi rinchiusi su un treno diretto ad Auschwitz, liberò prigionieri, sfamò rifugiati. E quando la Seconda Guerra Mondiale finì, dedicò la sua vita ad aiutare i giovani, costruendo la Città dei Ragazzi di Modena, punto di riferimento e casa per intere generazioni in difficoltà. E’ morto il 19 ottobre a 101 anni, don Mario Rocchi, ricordato dall’Italia così come dall’Inghilterra tra i più alti esempi di cattolicesimo sociale. Il sacerdote che, assieme a don Elio Monari, trucidato dall’esercito nazifascista, salvò la vita di un gruppo di soldati britannici accompagnandoli sino allo Stato Vaticano, guadagnando così la gratitudine della Regina Elisabetta II, che lo ricordò nel suo discorso della Corona.

Ma anche il ‘don’ di tanti giovani, italiani e stranieri, che a partire dal dopoguerra crebbero e crescono tutt’oggi fra le mura della Città dei Ragazzi, scuola professionale e luogo d’aggregazione nato per insegnare alle nuove generazioni un mestiere. Quello dell’artigiano, del meccanico, dell’elettricista. Una realtà fondata dal sacerdote nel 1947, e costruita pietra su pietra anche con il contributo della sovrana inglese, di Papa Pio XII, e di una sottoscrizione realizzata in Gran Bretagna, terra che non dimenticò mai l’aiuto che il prete fornì ai connazionali in tempo di guerra. Una città nella città, a Modena, che dà rifugio per giovani scampati alla guerra nel tempo è cresciuta, trasformandosi un istituto che forma nuovi professionisti al passo con le esigenze del mondo del lavoro, e che ospita attualmente 250 minorenni.

“E’ una perdita che addolora tutta la città – è il messaggio di cordoglio del sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli – ricorderemo don Mario Rocchi per il suo instancabile impegno nell’aiutare tutti, e in particolare i più giovani, per l’esempio di generosità e altruismo che ha dato in tutta la sua vita, e per la capacità di concretizzare le sue idee, con passione ed entusiasmo”. Nato a Montefiorino, in provincia di Modena, nel 1913, don Rocchi venne ordinato sacerdote nel 1938. Durante la Seconda Guerra Mondiale si distinse per il suo contributo alla Resistenza, salvando, cioè, prigionieri italiani e alleati dall’esercito nazifascista, offrendo loro un rifugio, un pasto caldo, un futuro. Nel 1944 decise di avviare un oratorio a Modena, in un’area che un tempo era paludosa ma che poi divenne via Tamburini, sede della Cdr.

Nel 1947, quindi, iniziò la faticosa ricerca di fondi per costruire la Città dei Ragazzi, in un’epoca in cui i fondi scarseggiavano, la fine della guerra e un’Italia da ricostruire. Ma gli aiuti alla fine non mancarono: intervennero, in favore del suo progetto, imprenditori del territorio emiliano romagnolo, emigrati italiani all’estero, pure dalla lontana America, prelati, e anche il Papa, Pio XII. E gli inglesi, che oltre a finanziare don Rocchi vennero a Modena per visitare il centro appena costruito, con la rivista britannica Everybody’s che scrisse in un reportage di quell’incontro il sacerdote modenese. “Sedemmo ad un lungo tavolo da conferenza e tutti i ragazzi si fecero largo nella sala da concerti ridendo e schiamazzando felici – scrive Everybody’s – il pensiero andò a Don Monari e Arturo Anderlini, due uomini che mai vacillarono nella lotta contro l’oppressione e che pagarono la loro devozione con la vita. C’erano molti altri come loro, non solo a Modena ma in tutta l’Italia, nelle città e nelle campagne, che rischiarono la prigione, la tortura e la morte per aiutare i prigionieri alleati a ritrovare la libertà. Subito dopo l’armistizio con l’Italia c’erano 20mila prigionieri di guerra britannici di cui la maggior parte fuggì. Quello che stiamo facendo ora, raccogliendo fondi per una delle case nella Città dei Ragazzi, compenserà una parte – una piccola parte – del debito di gratitudine che tanti di noi hanno. Molti ex prigionieri di guerra vivono oggi in pace e sicurezza con le loro famiglie grazie a uomini coraggiosi che considerarono la causa della libertà al di sopra delle loro vite”. “La scomparsa di Don Rocchi ci lascia un grande dolore – lo ricordano oggi i ragazzi della Cdr – ma ci lascia anche un messaggio di speranza”. Le parole, cioè, del suo testamento, un ultimo pensiero rivolto ai suoi ragazzi: “Dal cielo, se il Signore mi riterrà degno di accogliermi, pregherò per tutti e continuerò a lavorare per i Ragazzi”.

Cgil, consiglieri Pd Emilia a Roma contro Jobs act. Ci sarà anche la nipote di Prodi

Parte dall’Emilia Romagna la ribellione di consiglieri comunali e amministratori locali del Pd (in gran parte composta da cuperliani ed ex Ds e Margherita) che si oppone al Jobs act del premier Matteo Renzi. Una dissidenza che spacca i democratici in due fazioni visto che è in aperto contrasto con la linea della dirigenza democratica e del candidato alla Presidenza della Regione Stefano BonacciniI ribelli del Pd annunciano che parteciperanno alla manifestazione convocata dalla Cgil a Roma, il 25 ottobre, contro le politiche sul lavoro del premier. Fra loro, spicca un nome di rilievo, quello di Silvia Prodi, nipote dell’ex premier Romano. “Sabato prossimo – assicura – sarò insieme ai lavoratori che scenderanno in piazza per manifestare. Ci sarò con spirito costruttivo, per ascoltare opinioni e pareri di chi protesta contro le politiche sul lavoro del Governo”. Silvia Prodi è candidata per il Pd di Reggio Emilia alle regionali. La scelta di partecipare alla manifestazione “rappresenta un atto politico per ribadire la necessità di stabilire un dialogo costruttivo con le parti sociali e i lavoratori, interlocutori indispensabili per dare spessore a un progetto di governo realmente di sinistra”. “Sono convinta – conclude – che non esista sinistra senza lavoratori e che, nel processo di riforme necessarie al nostro Paese, non si possa prescindere dal dialogo con tutte le parti sociali”.

Ma Prodi non sarà certo sola in questa battaglia, la controffensiva alle politiche del lavoro di Renzi passa anche da Bologna e soprattutto da San Lazzaro e Pianoro (Bologna). Oggi è stato redatto un documento con cui la maggior parte della dirigenza Pd di San Lazzaro e Aldo Bachiocchi, membro dell’assemblea e della tesoreria del Pd bolognese, insieme a membri del Pd di Pianoro e Loiano, attacca il jobs act di Renzi e anticipa il suo “convinto sostegno” alla manifestazione di sabato prossimo, “per corrispondere anche alla situazione di disagio e smarrimento che sta colpendo tanti nostri iscritti, elettori e semplici simpatizzanti”. A San Lazzaro hanno aderito al documento, tra i tanti, i consiglieri comunali Morena Gubellini; Giacomo Landi e Alessandro Battilana; Renato Ballotta, presidente dell’Unione Comunale del Pd; Denis Barbieri del direttivo circolo Due Giugno; Marco Camorani, segretario del circolo Enrico Berlinguer; Corrado Fusai del direttivo circolo Strazzari e Anna Poli Coordinatrice dell’Assemblea delle Donne del Pd. Ci sono poi le firme di Vincenzo Cesari del direttivo del circolo di Ponticella, Marco Zuffi, consigliere comunale di Pianoro e Sergio Minni, segretario del circolo di Loiano. Alla trasferta romana parteciperà anche una rappresentanza di Sel e L’Altra Emilia Romagna. Infine, oggi da Bologna è arrivata una sfida all’esecutivo anche dalla Uil regionale che avverte: “Siamo di fronte ad un Governo che vuole mettere in ginocchio lavoratori e sindacati: dobbiamo stare insieme e lottare”.

I dissidenti sottolineano anche la “grande partecipazione alla manifestazione della Cgil del 16 ottobre, a Bologna contro le politiche del premier”. I ribelli mandano un messaggio a Renzi e alla dirigenza Pd che lo sostiene: “Crediamo che quando migliaia di lavoratori manifestano la sinistra debba sapere ascoltarli. Ciò non significa che abbiano ragione su tutto, ma la politica, il Pd, il Governo hanno il dovere di coglierne le istanze positive per unire il paese e non dividerlo fra precari e garantiti o fra generazioni”. Il documento, che in pochissime ore ha raccolto molte firme, termina con l’auspicio che “la piazza di Bologna inviti tutti quanti, governo e parti sociali, a trarre spunto per riaprire una discussione troppo frettolosamente superata con lo scopo di modificare e migliorare i testi in discussione in Parlamento riguardanti il tema del lavoro e la legge di Stabilità”.

La posizione dei ribelli è in aperto contrasto con quella del segretario provinciale Raffaele Donini che, a proposito della manifestazione del 16 ottobre, aveva scandito: “Dialogo sì ma in piazza no” e di Bonaccini, segretario regionale Pd e candidato alla Regione, che pur aprendo al confronto con i sindacati (“Quando si parla di lavoro la concertazione e il dialogo devono rimanere gli strumenti per attuare le riforme”) non ha partecipato al corteo bolognese della Cgil, al fianco della quale si sono schierate invece Sel e l’Altra Emilia Romagna.

Bonaccini, il 25 non sarà alla manifestazione a Roma ma seguirà la riunione dei renziani alla Leopolda a cui parteciperà con ogni probabilità domenica 26 ottobre. Quella dei dissidenti, al contrario, sarà proprio “una testimonianza anti-Leopolda” spiega Aldo Bachiocchi, uno dei firmatari, che ha trascorso una vita nel partito, è stato sindaco di San Lazzaro ed è sostenitore di Cuperlo. E’ un’iniziativa – assicura – “che sfonderà” in Emilia Romagna e nel resto d’Italia, perchè “nel Pd il disagio riguardo al modo in cui Renzi sta affrontando le politiche del lavoro è diffuso”. “Non ci va bene che il tema del lavoro sia affrontato dal governo come se fosse un fastidio – si sfoga -. E’ completamente passato in secondo piano il fatto che il lavoro si incarna in persone in carne e ossa che hanno una loro dignità garantita dalla Costituzione”. “Parteciperemo alla manifestazione di sabato prossimo – spiega – perchè Renzi deve capire che non si può discutere di argomenti importanti come il lavoro solo in conclave ma bisogna farlo all’interno del partito e con la base”.

Bachiocchi sa che l’iniziativa dei ribelli non sarà certo gradita alla dirigenza Pd. “Mi aspetto la tirata d’orecchie di Donini – dice –, ma i dirigenti del partito, in Emilia, si limitano a rimanere in una posizione in cui non aderiscono completamente alle politiche sul lavoro di Renzi ma neanche le sabotano. Il partito, invece, deve dare un segno di esistenza: non può limitarsi a accettare decisioni imposte dall’alto. La base è scontenta e i dati sull’affluenza delle primarie l’hanno ampiamente dimostrato”.