Faenza, Forza Italia e Pd votano contro i matrimoni omosessuali

Mentre in molte città si discute se registrare o meno i matrimoni contratti all’estero da coppie omosessuali, a Faenza, in provincia di Ravenna, si risolve il problema alla radice. La famiglia è una sola, quella naturale “fondata sul matrimonio fra uomo e donna”. Lo afferma un ordine del giorno dal titolo “Valorizzazione e sostegno alla famiglia naturale” presentato dal consigliere di opposizione di Forza Italia Jorick Bernardi e approvato dal consiglio comunale. Il ‘sì’ è arrivato anche dal sindaco Pd Giovanni Malpezzi e dalla neoeletta in consiglio regionale Manuela Rontini, tra l’altro membro della direzione nazionale del Pd.

Il documento, giunto in aula con diverse premesse non proprio all’insegna delle pari opportunità (“la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna rappresenta l’unico adeguato ambito sociale in cui possono essere accolti i minori in difficoltà”…), è stato limato in sede di discussione. Alla fine l’approvazione è arrivata grazie a sette voti favorevoli del Pd (su 14 consiglieri) e a quelli del centrodestra. Contrari gli altri sette consiglieri democratici, un civico e l’esponente M5S. Il risultato è stato quello di impegnare l’amministrazione a dichiarare “la propria opposizione a qualunque tentativo di comprimere i diritti e i doveri dei genitori all’educazione dei propri figli e di ignorare l’interesse superiore dei minori a vivere, crescere e svilupparsi all’interno della propria famiglia naturale” e a impegnarla a “chiedere alla Regione l’organizzazione della “Festa della famiglia naturale” fondata sull’unione fra uomo e donna” e a invitare la giunta a introdurre il “fattore famiglia quale criterio di sostegno alle politiche attive e passive al reddito delle famiglie faentine”. In ultimo c’è spazio anche per una richiesta al governo centrale di “non applicare il documento standard per l’educazione sessuale in Europa, redatto dall’ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”.

Quanto basta per far credere “Faenza fuori dall’Europa”, per usare le parole dell’ex consigliere regionale romagnolo e membro del coordinamento politico regionale del Pd Thomas Casadei. “Cosa ne pensa Stefano Bonaccini?” si chiede. Una prima risposta arriva dal segretario ravennate Michele De Pascale: “Personalmente conosco un’unica definizione di famiglia naturale”, quella “fondata sull’amore e sul rispetto”. “Il problema è lo spirito che anima l’odg – aggiunge -, ancor prima del dibattito su alcuni singoli punti sui quali il Pd deve fare ancora molti passi avanti. La vicenda è stata gestita molto male e si è arrivati a un voto che ci lacera e che, nei prossimi giorni aprirà nel Pd di Faenza e provinciale un dibattito serio per chiarire le posizioni di tutti e uscire in maniera chiara e comprensibile”.

Ravennate è anche il deputato di Sel Giovanni Paglia, che si rammarica del punto a cui “si possa scendere quando si guarda il presente con le lenti del Medioevo e quando un partito perde ogni legame minimo con qualsiasi cultura politica liberale, se non progressista”. Negli ambienti progressisti faentini non desta troppa meraviglia la posizione della Rontini, “cresciuta in parrocchia” come si descrive nella sua pagina web, ex margherita non nuova a posizioni simili, quanto invece quella del sindaco Malpezzi. Il suo staff lo descrive “rammaricato per aver sottovalutato la possibile lettura di quel voto”. A spingere alla condivisione di quell’odg sarebbe stato il timore di esser tacciato di “incoerenza, perché nelle linee programmatiche del suo mandato è previsto il quoziente familiare”.

Allevamento a Vergato, “cani uccisi e sepelliti in fosse comuni”. Procura indaga

A Vergato, in provincia di Bologna, lo chiamano già tutti “l’allevamento degli orrori”. Perché in quell’appezzamento di terra collocato a pochi chilometri dal centro della città, in pieno Appennino, decine di cani di razza sarebbero stati soppressi e poi sepolti in fosse comuni a causa del loro aspetto: in salute, ma non abbastanza perfetti da vincere un concorso canino di bellezza. Si tratta dell’allevamento Vignola dei Conti di proprietà di Alberto Veronesi, membro del comitato direttivo di Federfauna e presidente dell’Associazione allevatori cinotecnici italiani, che da vent’anni, come si legge sulla pagina Facebook dell’azienda, alleva cani molossidi di razza Corso. Una realtà pluripremiata e pluridecorata che però, secondo quanto denunciato da un servizio di Striscia la Notizia andato in onda il 15 dicembre, dove si vede in diretta l’abbattimento di un cane apparentemente in salute, avrebbe soppresso gli animali ‘imperfetti’ attraverso la somministrazione del Tanax, un farmaco veterinario utilizzato per l’eutanasia animale. E poi seppellendo le carcasse in fosse comuni scavate all’interno del perimetro dell’allevamento, individuate dal Corpo forestale dello Stato nel corso di una perquisizione. Nell’abitazione di Veronesi sono state anche rinvenuti ingenti quantitativi del medicinale, e sostanze stupefacenti.

Su questi fatti ora indaga la Procura di Bologna con il pm Riccardo Rossi. A Veronesi e al veterinario sorpreso dalle telecamere di Striscia con il Tanax ancora in mano, Paolo Merella, infatti, sono contestati il reato di cui all’articolo 544 bis del codice penale, relativo alla soppressione di animali “senza necessità”, e le modalità di smaltimento delle carcasse. Come spiega l’avvocato di Veronesi, Umberto Rossi, a ilfattoquotidiano.it, poi, dall’allevamento sono stati sequestrati tre cani, gli altri esemplari, cioè, che avrebbero dovuto essere abbattuti la mattina del blitz della forestale, e un’area vicina all’allevamento, quella dove le carcasse degli animali soppressi venivano “smaltite”. In giornata, inoltre, è atteso anche il referto dell’autopsia fatta all’ultimo cane abbattuto, che potrebbe portare ad altre contestazioni relative a soppressioni non necessarie per Veronesi e Merella. “Per ora – spiega il legale rappresentante dell’allevatore – non abbiamo ancora il decreto di convalida del sequestro, effettuato d’iniziativa dal Corpo Forestale, tuttavia immagino che la procura di Bologna l’abbia confermato, quindi attendiamo di averne copia per contestarlo. Va precisato, comunque, che Veronesi sopprimeva cani con patologie che i veterinari ritenevano non compatibili con le finalità dell’allevamento, e che la prospettiva di un allevatore è diversa da quella di un normale cittadino”.

Il titolare di Vignola dei Conti, invece, punta il dito contro il veterinario che si è occupato materialmente dell’abbattimento dei cani. “Io ho chiesto di fare una cosa – racconta Veronesi al Fatto – il professionista ha sicuramente fatto un errore, però è lavorando che si sbaglia. Non voglio difendere quello che ha fatto, mi ha causato un danno incredibile”. Per quanto riguarda invece il futuro dell’allevamento, su Facebook Veronesi ha già pubblicato un post per annunciare che i cani (che ancora oggi si trovano tutti a Vignola dei Conti) saranno regalati, o ceduti ad altri allevamenti “di comprovata affidabilità”, proprio a causa “del venir meno delle condizioni economiche minime che mi consentivano l’esercizio della attività, e preso atto delle recenti iniziative, anche giudiziarie, che mi hanno coinvolto, e che mettono in discussione l’essenza stessa della professione di allevatore”. “Sono 23 anni che faccio questo mestiere e l’ho sempre fatto rimettendoci dei soldi, quindi evidentemente ero appassionato, ma ora non posso che chiudere – scrive il titolare – so come funziona la macchina, e so che verrò tritato. Quindi prima di tutto devo mettere gli animali da parte così che abbiamo una vita buona, e possibilmente qualcuno porti avanti il mio lavoro. Se non sarà possibile regalerò i cani ai privati. Comunque tempo e soldi li ho buttati via. Poi penserò a difendermi”.

A Vergato, nel frattempo, dicono di non essere mai stati a conoscenza della situazione. “E’ un fatto gravissimo – commenta il sindaco di Vergato, Massimo Gnudi – ciò che è accaduto ci lascia basiti, va al di là di qualsiasi immaginazione. Ora ci stiamo muovendo per approfondire la situazione e capire eventualmente quali responsabilità ci sono. Molte funzioni, anche di controllo, non competono al Comune, la parte sanitaria ad esempio spetta all’Asl, ma entro le prossime 48 ore faremo chiarezza”.

L’Ente nazionale protezione animali ha dato mandato al proprio ufficio legale di presentare un esposto alla Procura della Repubblica. “A seguito delle sconcertanti uccisioni di cani nell’allevamento di Vergato – attacca anche l’Enpa –  abbiamo chiesto di porre in essere tutte le iniziative necessarie, compreso il sequestro di tutti cani, per tutelare gli animali dell’allevamento ma anche per fare definitiva chiarezza su una vicenda che sembra lasciare pochi margini di dubbio. Se i fatti documentati dal servizio di Striscia la Notizia venissero confermati ci troveremmo in presenza di una serie di reati ignobili e ripugnanti”.

Bologna, polemiche per luci di Natale con simbolo della P2. “Ma è per far riflettere”

Nei giorni in cui a Bologna si torna a parlare della strage del 2 agosto 1980 e la cosiddetta pista palestinese, un dibattito attraversa la città e il web. Tre luminarie, in stile apparentemente natalizio, sono state infatti montate nei giorni scorsi sul ponte Matteotti, quello che attraversa proprio i binari della Stazione dove oltre 34 anni fa la bomba fece 85 morti e 200 feriti. Il punto è che le tre luminarie rappresentano il triangolo, l’occhio e il circolo dei raggi, e richiamano, se visti assieme, simboli utilizzati dalla loggia massonica deviata P2. Un’immagine che ha lasciato interdetti tanti passanti, in una delle arterie stradali più importanti del centro. Il motivo dell’opera è tuttavia spiegato sul sito del Comune di Bologna che ha commissionato le luminarie all’artista Luva Vitone: “Il triangolo, l’occhio e il circolo di raggi sono forme semplici e potenti che valgono singolarmente e si combinano in modi diversi. Da due punti precisi – si legge sul sito del Comune di Bologna – però la visione è speciale: in via Matteotti 6 e in via Indipendenza, all’altezza della fermata degli autobus davanti all’Autostazione, le tre forme, viste in prospettiva, combaciano l’una con l’altra, formando il simbolo massonico adottato dalla Loggia P2, il cui progetto eversivo è tragicamente legato all’attentato che ha provocato la strage del 2 agosto 1980 nella sala d’attesa della stazione di Bologna”.

Al processo per la strage oltre a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti fu infatti condannato in via definitiva per calunnia anche Licio Gelli, gran maestro e fondatore della P2, accusato di avere tentato di depistare le indagini sulla strage. Insieme a lui, tra gli altri, fu condannato per il depistaggio anche un altro aderente alla loggia deviata, Pietro Musumeci, ai tempi appartenente al Sismi, il servizio segreto militare.

Eppure non tutti hanno colto il messaggio artistico legato a quei fatti storici. Quando la gente passando nella zona si è accorta di quelle strane luminarie accese dal 13 dicembre (e che dovrebbero stare su fino al 31 gennaio) e le immagini hanno iniziato a fare il giro del web, la polemica si è scatenata. In molti hanno visto infatti nell’opera una esaltazione della P2. “Quando a ottobre mi spiegarono cosa avevano in mente – spiega a ilfattoquotidiano.it il presidente dell’associazione tra le vittime della strage alla stazione, Paolo Bolognesi – io ero rimasto un po’ perplesso. Avevo raccomandato fin dall’inizio che occorreva una spiegazione su che cosa si voleva mostrare con quelle luminarie. C’è anche chi delle vicende del 2 agosto e del coinvolgimento di uomini della P2 non sa niente e allora può equivocare”. Poi Bolognesi però chiarisce: “Certo, al di là di ciò che poteva essere fatto meglio, probabilmente opere artistiche del genere possono provocare, fare in modo che si parli della cosa e si vada a fondo sui mandanti di quella strage, proprio mentre la magistratura si occupa della cosiddetta pista palestinese”. L’Associazione si è sempre dimostrata scettica sulla teoria che dietro alla strage ci sia il terrorismo palestinese, mentre proprio sulla scia delle condanne definitive per il depistaggio ha chiesto che si risalga ai mandanti nell’ambito della strategia della tensione dispiegata in Italia tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. “Quell’opera serve a scatenare una riflessione, non a fare propaganda”, si è difeso l’assessore alla cultura del Comune di Bologna, Alberto Ronchi intervistato dal quotidiano il Resto del Carlino. Intanto misteriosamente martedì 16 dicembre l’opera è rimasta spenta.

Caso Paula Burci, ‘Gli assassini di tua sorella sono liberi’

Ciao Aurelian. Sono un giornalista di Ferrara. Purtroppo ti devo informare che gli assassini di tua sorella sono stati scarcerati.

È tutto quello sono stato in grado di scrivere ad Aurelian Burci. Sua sorella Paula venne torturata a bruciata viva a Ferrara. Paula lasciò il paesino natale nei Balcani, Segarcea, in Romania, per venire in Italia con nella valigia il sogno di fare la parrucchiera. Era l’inizio del 2008.

Prostituzione

Non sono riuscito a dirgli del perché la storia di sua sorella mi sia rimasta come uno spigolo nella memoria. Avrei dovuto spiegargli che commuoveva sapere che il giorno prima di essere avviata alla prostituzione la portarono a farsi fare un’acconciatura. “Il suo volto d’angelo sorrideva come una bambina”, “per lei fu uno dei giorni più belli della sua vita” racconteranno le testimonianze. E che quello fu probabilmente l’ultimo giorno felice della sua vita.

Non sono riuscito a dirgli che chi la costrinse alla strada fu proprio la persona di cui si fidava, l’unica che conosceva qui in città, Gianina Pitroescu, 41 anni. Lei l’aveva fatta ospitare a Villadose, in provincia di Rovigo. Il suo anfitrione, Sergio Benazzo, idraulico di 38 anni, si prendeva il disturbo di accompagnarla ogni sera sul luogo di lavoro. Per questa gentilezza incassava 180 euro al mese di affitto e 20 euro per ogni tragitto.

Non sono riuscito a dirgli che forse uno dei suoi clienti, un ragazzo poco più che maggiorenne, si invaghì di lei e la chiamò il giorno di San Valentino, firmando involontariamente la sua condanna a morte. I suoi aguzzini controllavano in continuazione il suo cellulare. Forse temendo una fuga Pistroescu e Benazzo la cedettero a “un gruppo di malavitosi di una città vicina”.

Non sono riuscito a dirgli cosa successe le ore precedenti alla morte di sua sorella. Da quel luogo Paula fuggì per tornare a Villadose. Erano i giorni successivi al 16 febbraio, quando di Paula ormai si erano perse le tracce. I suoi aguzzini la raggiunsero e iniziò il massacro. “Sergio usò un martello. E poi c’erano altre due o tre persone, loro amici”. Lo scempio continuò con calci e pugni, poi con un forcone che colpì lo sterno, con tale violenza da incrinare le ossa. Le ruppero i denti a martellate. La portarono “al margine di un bosco”, “respirava ancora” e la bruciarono.

Avrei dovuto spiegargli che queste cose i giudici le appresero da una testimone chiave. Sentita in Corte d’Assise in videoconferenza dal carcere romeno di Craiova, la detenuta Jana Serbanoiu raccolse la confidenza dell’ex compagna di cella della Pitroescu: “Gianina mi raccontò che Paula stava ancora respirando e che lei, poi, tornò a orinare nei pressi del cadavere”. No, non potevo spiegarglielo.

Non sono riuscito a dirgli che da quel furore animale si salvò solo un’unghia. Era tutto quello rimasto intatto del corpo rinvenuto il 24 marzo 2008. Lo smalto aveva preservato quel misero frammento, sufficiente per i carabinieri del Ris e la squadra mobile di Ferrara per estrarre il dna e risalire all’identità.

Non sono riuscito a dirgli che, nonostante la condanna in primo grado all’ergastolo (17 luglio 2012), confermata in appello (7 giugno 2013), ora i suoi carnefici sono stati scarcerati.

Non sono riuscito a spiegargli che quel verdetto che rendeva un minimo di giustizia, a lui e ai suoi genitori, è stato annullato a causa di qualcosa che viene chiamato eccezione di competenza territoriale. In Italia è importante il luogo in cui inizia la condotta che porterà all’omicidio. E quella condotta è iniziata in provincia di Rovigo. Poco importa se viene fatta valere al terzo grado di giudizio. Così è. Davanti al tribunale veneto ora dovrà ripetersi da capo l’intero processo. Mentre Pitroescu e Benazzo – scaduti i termini di custodia cautelare permessi dal codice di procedura penale – sono sottoposti al semplice obbligo di dimora. Non è colpa di nessun pubblico ministero, di nessun giudice. Gli articoli 303, 304 e 310 del cpp lo prevedono. A volte concordo con Rabelais quando descrive le leggi come “tele di ragno; ora qua i semplici moscerini e le farfallette vi restano impigliati; or qua i grossi tafani malefici le rompono, ora qua vi passano attraverso”…

Non sono nemmeno riuscito a spiegargli il motivo per cui questo delitto, come è maturato e come si è sviluppato in sede giudiziale, non interessa i giornali.

Sono riuscito solo a dirgli che conosco il posto dove sua sorella è sepolta. Paula, i resti di Paula, sono seppelliti in una fossa comune, nel cimitero di Mizzana, alle porte di Ferrara. Non c’è stato un funerale per lei. Non c’è una lapide oggi con il suo nome. La potrà riconoscere dai numeri di serie: fila 00, numero 102.

Aurelian mi ha promesso di venire un giorno a Ferrara. Io gli ho promesso che lo accompagnerò laggiù. Non c’era bisogno di dirgli che nessuno è mai stato a trovarla. Gli unici che la conoscevano sono coloro che fecero scempio della sua vita. Una vita che non è mai interessata a nessuno.

Strage Bologna, la lettera del terrorista Carlos: “Innoncenti Mambro e Fioravanti”

“The young neo-fascists must be innocent”, “I giovani neo-fascisti devono essere innocenti”. Si chiude così, con un riferimento ai due condannati per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, la lettera del terrorista Carlos indirizzata all’avvocato Gabriele Bordoni lo scorso agosto e ora acquisita dal giudice. E lo stesso Bordoni martedì 16 dicembre ha consegnato quella lettera manoscritta, che indica i responsabili dell’esplosione in “Gladio” e nell’“intelligence militare statunitense”, al giudice per le indagini preliminari Bruno Giangiacomo. Il gip di Bologna a giorni deciderà infatti sulla richiesta di archiviazione presentata lo scorso 30 luglio dal sostituto procuratore Enrico Cieri che per anni, assieme al procuratore capo Roberto Alfonso, ha indagato sulla cosiddetta pista palestinese.

Secondo questa teoria, scaturita una decina di anni fa da un dossier della commissione parlamentare Mithrokin, i colpevoli di quell’eccidio sarebbero stati da ricercare non nella destra neofascista, bensì nel terrorismo palestinese dell’epoca e tra uomini del gruppo del terrorista Carlos, che con i palestinesi del Fplp (Fronte popolare della Palestina) aveva collaborato a lungo. A innescare la rappresaglia contro l’Italia sarebbe stato l’arresto di Abu Anzeh Saleh, un importante terrorista del Fplp. Un arresto, quello di Saleh, che avrebbe infranto il (mai provato) lodo Moro: quello per cui l’Italia sarebbe stata risparmiata dagli attentati solo se si fosse dimostrata morbida con i militanti armati della causa della Palestina che agivano nella penisola. La presenza accertata a Bologna il 2 agosto 1980 di un ex terrorista tedesco di estrema sinistra, Thomas Kram, esperto di esplosivi e considerato vicino a Carlos (ma la circostanza è smentita dalle indagini della Procura), e la presenza (mai provata) di una terrorista polacca, Margot Crista Froelich, erano per i sostenitori della pista palestinese le prove che non ci fosse l’estrema destra dietro la bomba che uccise 85 persone e ne ferì 200, ma i terroristi arabi o filo-arabi. Una tesi che però, secondo il pm Cieri, non regge e non è suffragata da prove. Peraltro lo stesso Carlos interruppe la sua collaborazione coi terroristi del Fplp nel 1976, 4 anni prima del 2 agosto a Bologna. Per questo l’accusa di strage per cui erano indagati sia Kram che Froelich secondo la Procura va archiviata.

Eppure lo stesso Carlos, che non è mai stato indagato per la strage, ora torna a farsi sentire. Alcuni anni fa disse la sua sulla strage del 2 agosto, collegandola, ma in un certo senso ‘a rovescio’, alla pista palestinese: dietro la strage secondo la sua versione di allora ci sarebbe stata una reazione degli Stati Uniti e del Mossad, il servizio segreto israeliano. Motivo: la disponibilità che i governi italiani (con il lodo Moro) avrebbero dimostrato nei confronti dei palestinesi. Ora Carlos cambia il tiro e, riferendosi ai responsabili, parla della organizzazione segreta paramilitare che avrebbe dovuto ‘proteggere’ l’Italia da una eventuale invasione da parte del blocco sovietico: “Penso che la strage di Bologna sia di Gladio e dell’intelligence militare degli Stati Uniti”, scrive nella lettera all’avvocato Bordoni. Il pm Cieri, che in udienza ha chiesto la inammissibilità della lettera, nella sua richiesta di archiviazione aveva fortemente criticato la genuinità delle parole di Carlos su Bologna: “Il contributo informativo di Carlos (…) è apparso contraddittorio, grossolano, confuso e al fine irrilevante, in parte frutto non di proprie conoscenze dirette ma di notizie apprese”.

L’udienza davanti al Gip era stata fissata anche in seguito all’opposizione proprio dell’avvocato Bordoni, in rappresentanza degli eredi di Paolo Signorelli e dell’Associazione per la giustizia e il diritto Enzo Tortora Onlus. Signorelli, per decenni militante di estrema destra deceduto nel 2010, fu imputato nel processo per la strage, poi assolto dopo aver passato ingiustamente diversi anni in carcere. L’opposizione dell’avvocato Bordoni non è contro l’archiviazione degli ex terroristi, ma per chiedere che non sia abbandonata l’indagine e per approfondire “l’altra ipotesi investigativa proposta da Carlos”, che andrebbe, secondo il legale, nuovamente sentito.

Sempre in vista dell’udienza, una memoria è stata presentata al Gip dall’ex parlamentare di Alleanza nazionale Enzo Raisi, dal giudice Rosario Priore e dal giornalista Gabriele Paradisi. I tre, oltre a dirsi contrari all’archiviazione, chiedono tra l’altro di acquisire le carte sul rapimento dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo, avvenuto in Libano nel settembre 1980. Tra le carte, a loro avviso, potrebbero esserci le prove del lodo Moro.

Bernardo Bertolucci, laurea honoris causa dall’Università di Parma

Un ritorno a casa accorato e sentito dopo tanti anni e una laurea ad honorem ricevuta sul palcoscenico cittadino più importante per il regista che ha portato il nome di Parma in tutto il mondo. Bernardo Bertolucci torna nella sua città natale da star per ricevere l’onorificenza più alta dall’Università degli studi, e anche da esule, come lui stesso ammette, spiegando di avere sempre cercato a Roma “l’epicità dei volti dei contadini che da piccolo avevo lasciato a Baccanelli”, nelle campagne del parmense.

Al Teatro Regio il regista di Novecento e L’Ultimo Imperatore ha ricevuto la laurea magistrale honoris causa in Storia e critica delle arti e dello spettacolo. È il quarto titolo accademico per lui, ma la festa a Parma è più che altro per la presenza del grande autore nella terra natale, in una giornata carica di significato. Trent’anni fa infatti, il 15 novembre 1984, il titolo in Materie letterarie veniva conferito dallo stesso Ateneo al padre Attilio Bertolucci, tra i massimi poeti del Novecento, che molto ha influenzato l’impronta culturale del figlio.

Il 2014 poi è un anno speciale per Bernardo Bertolucci anche perché ricorrono i cinquant’anni di Prima della rivoluzione, uscito nel 1964, che ha segnato la sua carriera cinematografica dando inizio a tutto. Al centro della cerimonia, che ha ricevuto la medaglia presidenziale di Giorgio Napolitano, c’è il cinema di Bertolucci, ma anche la sua famiglia e il legame indissolubile con la sua terra d’origine. Lo squarcio sul passato si apre con il film Casarola, che mostra immagini di vita famigliare nel paese appenninico. Ci sono i ricordi del padre Attilio, “che mi ha fatto vivere in una grande mistificazione che è la poesia”, e il fratello Giuseppe, “che è stato sempre bellissimo”, che lo accompagnava nelle prime riprese da adolescente. Ma c’è anche un’altra famiglia, quella del cinema, che lo ha visto, giovanissimo, aiutare alla regia Pier Paolo Pasolini in Accattone. La famiglia che tutte le sere a Roma ascoltava parlare al ristorante: Pasolini, Moravia, Morante. “Era quella la mia università. Mio padre mi chiedeva se ci andavo, all’università. – racconta Bertolucci – Io gli rispondevo: ‘Ci vado tutte le sere, ma mi laureerò da vecchio’. E così è stato: anche se non ho mai fatto l’università, oggi ho avuto questa laurea”.

Ad applaudirlo autorità e istituzioni, e centinaia di cittadini che hanno voluto partecipare all’evento per salutare e applaudire il maestro che ha fatto diventare internazionale una piccola città di provincia come Parma. “Caro Maestro – ha introdotto il magnifico rettore Loris Borghi – da tanti anni lei non torna nella sua città natale, e questo pomeriggio la città di Parma la riconosce e la riaccoglie come un proprio figlio illustre, scegliendo di farlo per il suo tramite della sua antica e gloriosa Università”. Speciale la laudatio riservata a Bertolucci: in un video, a tesserne le qualità sono nomi di spicco del cinema italiano e internazionale: da Wim Wenders a Gabriele Salvatores, da Emir Kusturica a Ermanno Olmi e Marco Bellocchio, fino all’eclettico messaggio di Roberto Benigni: “Non si può lodare Bertolucci moderatamente. A Parma dovrebbero dargli l’università, era dai tempi di Maria Luigia che la città non diventava così famosa. Bertolucci ha sempre avuto l’ossessione della bellezza e ha insegnato agli italiani a guardare”.

Da tempo la città ducale si preparava al “giorno di Bertolucci”, accolto con due mesi di eventi e rassegne per ricordare la sua grandezza. La laurea infatti è solo il traguardo finale del progetto coordinato dall’Ateneo “Parma per Bertolucci”, che ha coinvolto diverse realtà cittadine nella celebrazione dell’artista tra esposizioni, rassegne cinematografiche e seminari. Da ottobre a dicembre si sono susseguite undici proiezioni delle opere del regista, a cui si sono aggiunte una mostra fotografica con scatti dei film e una con i manifesti originali. A novembre una giornata di studi dedicata alla famiglia di artisti ha esplorato la poetica di Attilio, Bernardo e Giuseppe Bertolucci nel linguaggio della poesia, del cinema e del teatro visto attraverso i luoghi che hanno ispirato e fatto da sfondo ai loro lavori, dalle montagne dell’Appennino parmense a Casarola, da Parma a Roma. E ancora, due volumi sul poeta Attilio Bertolucci e uno sul regista saranno presentati in questi giorni.

Momento più alto di questo percorso è stata la cerimonia al Regio, aperta alla cittadinanza per riallacciare il legame tra Bertolucci e la sua città, e che ha coinciso anche con l’apertura dell’anno accademico 2014-2015 dell’Ateneo. “Bernando Bertolucci è uno dei maggiori e riconosciuti cineasti al mondo – si legge nella motivazione del conferimento della laurea – Il suo cinema costituisce un punto di riferimento per intere generazioni di registi”. Ed è con il cinema di Bertolucci che si è conclusa la cerimonia: prima con uno spezzone dei suoi grandi successi, dal Piccolo Buddha a Ultimo Tango a Parigi, fino a Prima della rivoluzione, ambientato proprio al Teatro Regio di Parma. Poi con Scarpette rosse, il suo ultimo film- denuncia che documenta lo stato delle strade del Trastevere a Roma per chi deve, come lui, percorrerle su una sedia a rotelle. “Il sindaco Marino mi ha promesso che farà qualcosa – conclude prima di ringraziare per l’accoglienza tutta la città di Parma– forse con questo film girerò tutto il mondo”.

Centrale biogas, progetto di impianto a Forlimpopoli. Protesta comitato cittadini

Il Comune di Forlimpopoli e la Provincia di Forlì/Cesena tentennano davanti al nuovo progetto di impianto biogas che dovrebbe sorgere nella periferia del comune forlivese, vicinissima al centro abitato. Contro il biodigestore progettato della livornese SuvEnergy, che ha una potenza di 600kW e in un anno prevede di bruciare 22mila tonnellate di rifiuti agricoli, è nato il Comitato No Biogas riunitosi pochi giorni fa in assemblea al Teatro Verdi di Forlimpopoli con oltre 500 persone al seguito. “I margini per una nostra manovra diretta non sono tanti, per ora insieme alla Provincia abbiamo chiesto uno screening da parte della Regione”, spiega al fattoquotidiano.it l’assessore ai lavori pubblici di Forlimpopoli, Gian Matteo Peperoni. “Come amministrazione diciamo che il tipo di impianto di per sé non è negativo, ma è sbagliata la localizzazione vicino al centro abitato, soluzione che innesca problemi ingestibili”.

Dopo la legge Delrio sul “riordino” delle Province per un’azienda che vuole costruire un biodigestore a biogas ci sono due strade: una più lunga che coinvolge subito la Provincia, la quale a sua volta coordina i Comuni interessati e decide in via definitiva; una brevissima, consentita, di autocertificazione presentata al ministero dell’ambiente che avrebbe permesso alla SuvEnergy di partire anche subito. “La conferenza dei servizi ha disposto un processo di screening regionale per l’impatto ambientale. Attendiamo i risultati”, afferma Davide Drei, sindaco di Forlì e presidente della Provincia Forlì/Cesena. “La preoccupazione dei cittadini è più che legittima – prosegue – Il nostro orientamento è negativo, ma vogliamo avere tutti gli elementi tecnici per prendere una decisione poi inoppugnabile”. Non sono dello stesso avviso i cittadini che hanno formato il Comitato No Biogas: “Ci opponiamo alla costruzione di questo invasivo impianto perché non è un progetto di un’azienda che smaltisce i suoi scarti industriali per produrre energia, ma perché è puro e semplice business dello smaltimento rifiuti provenienti da ogni parte della provincia e non solo”, spiega al fattoquotidiano.it il presidente del comitato, Gianfranco Montaletti. “A bruciare sono sempre diossine e componenti del metano, polveri più sottili delle Pm10 dannose comunque per la salute in quanto la centrale verrebbe costruita vicinissima alle abitazioni e a un tiro di schioppo da un asilo. Senza dimenticare l’aumento vertiginoso di inquinamento in città prodotto dai camion che farebbero giornalmente avanti e indietro per conferire tonnellate di scarti all’impianto”.

Solo un anno fa sul tavolo di Comune di Forlimpopoli e Provincia di Forlì/Cesena – con sindaco e presidente diversi da quelli odierni ndr – era giunto il progetto di costruire una centrale simile ma più potente (900 kW); progetto poi tramutatosi, dopo la prima protesta dei cittadini di Forlimpopoli, in un impianto con minore potenza ad aprile 2014: “Solo che noi cittadini del nuovo impianto l’abbiamo saputo giusto due mesi fa quando i giochi sembrano già fatti”, ricorda Montaletti. La SuvEnergy è una società agricola a responsabilità limitata con sede a Livorno fondata dal Gruppo Trusendi srl (hanno sede fiscale allo stesso domicilio ndr), a sua volta storica società di costruttori edili che dagli anni ’90 ha deciso d’investire nel settore delle rinnovabili inglobando Progetto Energia srl – proprietaria di centrali biogas a Terzigno ed Ercolano (Napoli); Elettrogas srl, che gestisce gli impianti di produzione di energia elettrica da biogas situati a Castelvolturno (Caserta) e Montecorvino Pugliano (Salerno); e la P.A.T. Watt srl, società barese che lavora nel trattamento di rifiuti civili e industriali.

Suvenergy e Trusendi sono state protagoniste tra il 2012 e il 2013 della tentata costruzione a Suvereto in Val Cornia (Livorno), di una centrale a biomasse con una potenza di 17 MW che si sarebbe dovuta alimentare con gli scarti di campi di mais creati ad hoc con la riconversione di molti terreni agricoli. “Ci fu una vera e propria rivolta popolare che costrinse la Provincia a dire di no. Inoltre la società SuvEnergy nacque ad hoc per questo progetto”, spiega al fattoquotidiano.it, l’attuale sindaco Giuliano Parodi, all’epoca fondatore del comitato contro la centrale. “La Provincia di Forlì ha inviato alla Regione Emilia Romagna il progetto di Forlimpopoli, al fine di decidere se sia necessario o meno lo screening di VIA per l’impianto”, risponde via mail al fattoquotidiano.it, Marco Trusendi responsabile della SuvEnergy srl. “Non appena avremo risposta a questo quesito, provvederemo a contattarvi per eventuali chiarimenti – ha concluso Trusendi- cercando anche di far capire l’utilità di questo progetto ed il nostro punto di vista”. La centrale che dovrebbe sorgere in via Prati a Forlimpopoli brucerà in un anno circa 12.000 tonnellate di letame di coniglio, 4mila tonnellate di pollina, 1500 di scarti di macellazione, 2000 di frutta, 1500 di silomais e 400 di sansa di olive.

Tap, il gas di Ravenna, lo stoccaggio di Cremona e la lezione dei cinque chilometri di Foggia

Il giorno 10 dicembre 2014 c’e’ stata una esplosione a Ravenna, non lontano dal centro cittadino, con scoppi, botti, evacuazione e fiamme di varie decine di metri nei pressi nella centrale di smistamento del gas della Snam. Per fortuna nessuno si è fatto male. A me sono arrivate varie segnalazioni:

“… è stato davvero impressionante. Abito a qualche chilometro dal posto dov’è successo e i vetri vibravano talmente forte che sembrava un vento tremendo. Ho aperto le finestre e vento non ce n’era, c’era solo un rumore stranissimo tipo quello che di sprigiona dai cannelli del gas degli operai che saldano le guaine catramate nei tetti”

“è stato pauroso, vedevo le fiamme da casa mia, i vetri vibravano fortissimo, sembrava che ci fosse un gran vento e invece erano le fiamme” .

E non era neanche la prima volta che succede: a settembre 2014 c’è stata una esplosione simile non molto distante da questo scoppio, con simili fiammate, evacuazioni e paura.

E’ normale tutto questo?  Io credo di no, e credo che pensi allo stesso modo qualcunque persona di buon senso. Si obietterà che queste sono cose costruite tanti anni fa, e che il gas ci serve, e varie altre giustificazioni. Ma dalle lezioni del passato occorre pure imparare qualcosa, e la domanda è: vogliamo continuare così? A riempire i centri cittadini d’Italia di pozzi e di centrali e di oleodotti e di raffinerie?

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E non ci sono solo centrali di smistamento in centri cittadini, ma anche pozzi di gas trivellati vicino a centri residenziale e peggio ancora, faglie sismogenetiche. A Bordolano, per esempio, in provincia di Cremona, sono stati costruiti sette nuovi pozzi di stoccaggio di gas pericolosamente vicini ad una faglia attiva. Si tratta della Itcs002, che scorre a soli duecento metri di profondità maggiore rispetto al più profondo dei sette pozzi.  Secondo l’Istituto Nazionale di Vulcanologia, Sismologia e Tettonofisica, la faglia Itcs002 è capace di generare terremoti di magnitudo massima 6.1.

O vogliamo parlare dello stoccaggio di Brugherio a Cinisello Balsamo, in provincia di Milano che è invece attraversato a metà dalla tangenziale Nord di Milano?

Tuttapposto.

Ma alla fine, la saggezza sta nelle parole semplici e chiare del Tar della Puglia. Qui la filiale italiana della Medoilgas, ditta inglese ora passata alla Rockhopper delle isole Falkland e proponente fra l’altro di Ombrina Mare, aveva proposto di trivellare un pozzo esplorativo di gas a pochi chilometri dal centro di Foggia, come parte della concessione Torrente Celone. Chicco Testa, il noto opinionista che non perde l’occasione di difendere le trivelle, è stato nominato “non executive director” della Medoilgas nel 2012.

Siamo a circa cinque chilometri e mezzo dal centro di Foggia e il Comitato Via espresse parere negativo, già il giorno 19 Giugno 2012, per la vicinanza al centro pugliese. La Medoilgas ha fatto ricorso al Tar il quale ha confermato la bocciatura di Masseria Sipari 1 dir il giorno 3 Dicembre 2014, con queste semplici parole:il pozzo esplorativo interessa un’area troppo prossima al centro residenziale”.

Chiaro e semplice.  Non è tuttapposto – proprio per niente.

Ecco, spero che ci siano altri tribunali, ed altri funzionari che sappiano usare questa sentenza pugliese e vietare qualsiasi nuova opera petrolifera a cinque chilometri dai centri abitati, grandi o piccoli che siano. Quello che è pericoloso per Foggia, lo è anche per Cremona, Ravenna, Ortona, Ragusa e Rossano Calabro.  Nessuno deve vivere con l’angoscia che la centrale o il pozzo sotto casa possano scoppiare da un momento all’altro.

Cesena, indagato un ex dirigente della Cassa di risparmio

C’è un importante ex dirigente della Cassa di risparmio di Cesena indagato nell’inchiesta della procura della Repubblica di Forlì, che lunedì 15 dicembre ha inviato alla sede dell’istituto bancario romagnolo gli uomini della Guardia di finanza. Le fiamme gialle di Cesena, comandate dal capitano Arturo Tavani, affiancate da quelle del Nucleo Speciale di polizia valutaria arrivate da Milano (e competenti nelle materie di vigilanza bancaria), comandate dal colonnello Gabriele Procucci, si sono presentate su mandato del procuratore capo di Forlì, Sergio Sottani. Sono rimaste a lungo negli uffici, hanno acquisito molti documenti e potrebbero ancora tornare nei prossimi giorni per terminare il loro lavoro. Il magistrato ha infatti aperto una inchiesta per i due reati di false comunicazioni sociali e ostacolo alla vigilanza della Banca d’Italia. L’indagine (ancora in fase embrionale e le ipotesi di reato tutte da verificare), nasce a seguito di una ispezione fatta dagli uomini di Palazzo Koch risalente al 2013 da cui sarebbero emerse alcune ipotesi di irregolarità.

Tra i molti documenti che la Guardia di Finanza ha acquisito presso la direzione generale della Cassa di Risparmio di Cesena ci sono anche quelli relativi alla distribuzione dei dividendi per l’esercizio 2012. Secondo quanto segnalato dagli ispettori di Bankitalia, agli azionisti sarebbero stati infatti distribuiti dividendi per 1,9 milioni di euro sulla base di un bilancio che non avrebbe tenuto conto della svalutazione che gli immobili di proprietà della Banca avevano subito a causa della crisi economica e immobiliare.

Sempre a Cesena, altri uomini delle Fiamme gialle hanno acquisito documentazione anche nella sede di un altro istituto bancario del territorio, la Banca Romagna Cooperativa. Il tutto nell’ambito di un’altra indagine della procura della Repubblica nata sempre da una ispezione della Banca d’Italia del 2013. La Brc, nata nel 2008 dalla fusione di Banca Romagna Centro e Bcc Macerone, è stata commissariata nel novembre 2013 e i commissari inviati dalla Banca d’Italia, Claudio Giombini e Franco Zambon, avevano collaborato con la Guardia di finanza fornendo materiale relativo alle gestioni precedenti il commissariamento.

Riforma province, a Parma a rischio 200 lavoratori: “Senza stipendio già dal 2015″

Nella riforma delle Province del governo Renzi, a rimetterci potrebbero essere soprattutto i dipendenti, che con i previsti tagli ai costi del personale rischiano di trovarsi a casa da un giorno all’altro. L’allarme lo lanciano i lavoratori della Provincia di Parma, che con i sindacati lunedì 15 dicembre hanno occupato la sede dell’ente per un’assemblea di due ore in cui hanno espresso la loro preoccupazione per il futuro. I numeri per ora sono solo stime, ma a Parma si parla di circa 200 persone che rischiano un posto di lavoro garantito da anni da un contratto firmato con lo Stato, a cui hanno avuto accesso tramite concorso pubblico. I sindacati Fp Cgil, Fp Cisl e Uil Fpl guardano con apprensione al 16 dicembre, quando a Roma sarà votato un emendamento che potrebbe compromettere la stabilità finanziaria degli enti provinciali. A Parma la sforbiciata prevista è di oltre il 15 per cento sul bilancio e ciò significa che a farne le spese saranno la liquidità dell’ente, gli stipendi dei lavoratori che non avranno copertura per tutto il 2015, ma anche lo stesso livello occupazionale.

Per questo, dopo un primo confronto con l’amministrazione provinciale, i rappresentanti delle sigle hanno chiesto una revisione delle posizioni organizzative e del salario accessorio per garantire a tutti almeno il salario tabellare, ripartendo equamente i sacrifici imposti, e hanno organizzato un presidio nella sede della Provincia. “Vogliamo chiarezza sul futuro dei lavoratori – ha spiegato Matteo Casetti di Fp Cisl – chiediamo all’amministrazione che venga fatto un percorso condiviso e trasparente per garantire l’occupazione e le professionalità dell’ente”.

La manifestazione avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con l’assemblea provinciale dei sindaci, per portare le istanze dei lavoratori anche agli amministratori del territorio, ma la seduta alla fine è slittata alla settimana successiva. Il presidente della Provincia Filippo Fritelli però ha fatto sapere che “vi è la totale disponibilità ed attenzione a dialogare con le organizzazioni sindacali per avviare un processo di revisione e redistribuzione dei carichi e delle competenze di questo ente, oltre che un processo di eventuale mobilità di dipendenti verso gli altri enti del territori”.

La situazione di Parma rispecchia quella delle altre province dell’Emilia Romagna. Molti dei lavoratori in esubero dagli enti riformati dovrebbero essere riassorbiti da altre pubbliche amministrazioni, “ma la Regione – spiega Salati di Fp Cgil – ha già fatto sapere che non potrà farsi carico dell’onere totale perché rischierebbe il default”. I sindacati hanno chiesto l’apertura di un tavolo in prefettura e hanno chiesto al consigliere provinciale Paolo Bianchi, delegato al Personale, di promuovere un’azione da parte della Provincia per attivare un protocollo a livello territoriale in cui si coinvolgano tutti gli enti pubblici, per attingere al personale dell’ente prima di indire concorsi. Intanto si attende che da Roma arrivino indicazioni più chiare sul destino delle Province e dei loro dipendenti. “Oggi non siamo ancora in grado di valutare pienamente gli effetti del decreto sul personale – ha dichiarato Bianchi – perché mancano dei tasselli importanti: la legge delega del governo e il riordino della Formazione professionale e dei servizi per il lavoro e quello delle forze di polizia. Inoltre non si conosce chi dovrà gestire le materie delegate, poiché ancora la Regione non l’ha definito. E le funzioni trasferite dovrebbero portarsi dietro il personale. La legge di stabilità, dovrebbe anche prevedere dei prepensionamenti con la normativa pre-Fornero, e aspettiamo la Conferenza Stato – Regioni sulle funzioni. Quanto richiesto dai dipendenti potrà essere utilizzato per garantire almeno il salario tabellare.”