Alle primarie per il candidato premier il M5S non è arrivato come la maggior parte degli iscritti, dei simpatizzanti e probabilmente degli elettori si sarebbe aspettato, e questo a prescindere dal fatto che fosse noto da oltre un anno che alla fine il nome da spendere sarebbe stato quello di Luigi Di Maio.

Il percorso, però, poteva e avrebbe dovuto essere diverso da quello che ha prodotto sette competitori sconosciuti, tra cui una sola parlamentare, qualcuno con qualche esperienza a livello locale, un ex assessore e un ex consigliere comunale e semplici cittadini che si sono candidati in mancanza di “sfidanti seri” per “mettere la propria laurea al servizio del Paese” o dare “un esempio” di disponibilità. In buona parte “stupiti” come ha dichiarato Andrea Frallicciardi che “Fico e altri non si siano candidati”. Poi non poteva mancare il candidato contro, il provocatore arrabbiato, questa volta il riccionese Vincenzo Cicchetti forte del suo corposo curriculum da candidato a tutto, incluse provinciali e regionali con l’Italia dei Valori nel 2009 e nel 2010, quando ormai a prevalere erano i riciclati e i navigatori di lungo corso trasmigrati da altri partiti con i noti esiti, che vuole mandare a lavorare almeno per 10 anni il fuoricorso Luigi Di Maio e tuona: “È tutto scritto, questa ‘gara’ manca di trasparenza”.

L’accusa di opacità, il copione prefabbricato dietro la regia occulta di quello che è rimasto della “Spectre” di Gianroberto Casaleggio, tanto rispettato da morto per quanto è stato demonizzato da vivo, non sono solo i cavalli di battaglia dei cosiddetti “dissidenti” o fuoriusciti dal Movimento, spesso approdati in partiti dove la trasparenza e la democrazia interna non godono di particolare fortuna.  Oggi sono gli “argomenti” di delegittimazione della scontata candidatura di Di Maio senza reali competitori così come lo sono stati ininterrottamente, senza soluzione di continuità, da quando i mondi speculari dei partiti e dell’informazione hanno dovuto fare i conti prima con l’affermazione e poi con la centralità del M5S, nonostante l’accanimento nell’ignorarlo e nel marginalizzarlo.

Ora, il movimento o il partito – i due termini sono usati alternativamente sempre e comunque per screditare il M5S o come soggetto immaturo e inadeguato alla funzione della rappresentanza politica oppure, viceversa, come formazione che ha perso la sua identità originale per omologarsi alle altre – si trova veramente a un passaggio cruciale e dalle giornate di Rimini non basterà che esca la proclamazione della vittoria in solitaria di Di Maio. Sarà interessante ascoltare l’intervento di Roberto Fico annunciato per il pomeriggio di sabato 23 settembre, vedere quale risposta ci sarà alle critiche espresse dal parlamentare Luigi Gallo sui criteri di selezione e alle perplessità e al disagio manifestato dalla base per la doppia investitura di Luigi Di Maio quale premier e capo politico che sceglie i probiviri arbitri di sospensioni, sanzioni ed espulsioni.

Anche se il passo di lato o indietro di Beppe Grillo era stato più volte annunciato e se, come riportano “i bene informati”, la richiesta di un espresso riconoscimento di “pieni poteri” sarebbe venuta direttamente da Di Maio, la scomparsa del garante non sembra quantomeno opportuna in un passaggio così delicato e insidioso: l’esperienza romana e l’opera di necessaria ricucitura del fondatore dovrebbero aver insegnato qualcosa. Quale sia la qualità dell’attenzione riservata al candidato grillino alla presidenza del Consiglio e il disprezzo nei confronti dei suoi elettori lo testimoniano l’acrimonia e la supponenza diffusa tra commentatori, opinionisti, analisti, intellettuali o sedicenti tali, anche senza arrivare alle sparate di Paolo Pansa sull’Italia a rischio guerra civile se Di Maio va al governo o agli scenari post voto sul blitz scontato tra Lega e M5S, con l’ibernazione di Luigino, prefigurati da un insider del potere come Luigi Bisignani.

Chi ha seguito il programma televisivo 8 e mezzo su La7 ieri sera in merito alle primarie senza competizione  avrà avuto modo come me di constatare il livore “datato” di un parlamentare, magistrato e scrittore di fama come Enrico Carofiglio che a corto di argomenti con Marco Travaglio ha dimostrato la sua di rabbia mal trattenuta e non solo nei confronti degli eletti ma anche degli elettori del M5S.

Anche per questi motivi e perché, al di là delle battute di Grillo sui giornalisti da mangiare solo per il gusto di vomitarli, se l’informazione avesse dedicato un centesimo dello zelo che riserva per affossare Virginia Raggi o Di Maio a chi li ha preceduti, forse staremmo un po’ meno peggio, come Ivo Mej “malgrado tutto” andrò al raduno di Rimini del M5S. Anzi ritornerò dopo Imola dove Gianroberto Casaleggio, in quella che credo sia stata l’ultima grande kermesse in cui ha preso la parola, mise al centro del programma di governo la giustizia: lotta alla corruzione, persone oneste nelle amministrazioni, la riforma a partire dall’eliminazione della prescrizione con il rinvio a giudizio. Per me sono ancora priorità.