Si riunivano di giovedì i responsabili delle forze di polizia, della Guardia Civil e dell’intelligence (in Spagna la CNI) con il fine di scambiarsi ogni settimana informazioni sulle ultime evoluzioni del mondo del terrorismo. È da tempo che il Centro di Intelligence contro Terrorismo e Crimine Organizzato (Citco) di Madrid incentra la sua attenzione principalmente sul fenomeno dello jihadismo. Del resto la febbre del separatismo violento dell’Eta, che nel giugno ’87 aveva colpito la stessa capitale catalana col devastante attentato al supermercato Hipercor (21 le vittime), è andata nel tempo attenuandosi fino a risanarsi del tutto con la tregua del 2011, perfezionatasi lo scorso aprile. La memoria dell’«11-M» (11 marzo 2004) – ossia gli attacchi dinamitardi nelle tre stazioni madrilene di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia, ancora oggi il più pesante attentato in territorio europeo – è viva negli occhi degli spagnoli, ma dopo 13 anni il substrato che alimenta il terrorismo islamico è profondamente mutato.

Lo sanno le forze di polizia quando divulgano dati che fanno riflettere: 208 cittadini spagnoli, molti di essi magrebini di seconda generazione, hanno ingrossato le fila dell’Isis nel conflitto siriano. Oltre trenta foreign fighters hanno fatto rientro sul suolo europeo, sono loro i più pericolosi avendo acquisito un’elevata esperienza militare sul campo e godendo, nel mondo del radicalismo, di un’alta considerazione, trattati come eroi contemporanei.

Dall’«11-M» ad oggi le forze dell’ordine non sono state a guardare, hanno arrestato ben 687 persone, circa il 40% nate su suolo iberico, implicate in indagini su attività jihadiste, l’intelligence recentemente ha trovato forti connessioni tra i gruppi radicali operanti in Spagna e la rete del narcotraffico internazionale. Nelle ultime settimane si sono intensificate le operazioni antidroga nel suggestivo quartiere multietnico de El Raval, per alcuni osservatori la Molenbeek catalana, dove 21 appartamenti usati come centri di spaccio sono stati sequestrati dai Mossos d’esquadra, la polizia regionale.

Di certo l’attentato sulle Ramblas inciderà notevolmente sull’agenda politica spagnola, sia interna che estera. Sul piano internazionale, l’esecutivo del conservatore Rajoy avrà gioco per proporre misure più restrittive sulle politiche migratorie, oggi secondo i dati dell’osservatorio andaluso della comunità islamica spagnola (Ucide) i musulmani sono oltre 1.800.000, di essi quasi 500.000 in Catalogna dove è consistente la comunità marocchina. Si intensificheranno, in chiave preventiva, i rapporti con Rabat, rimasta estranea alle primavere arabe ma con turbolenze interne nella regione della Rif e nelle aree limitrofe alle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla.

Sul piano interno, l’ondata di terrore che si è abbattuta sull’area pedonale più famosa di Spagna, può essere l’occasione per vedere rinsaldati i rapporti tra le istituzioni, con il premier di destra Rajoy trasferitosi a Barcellona per coordinare le operazioni anti-jihad, fianco a fianco con i leader politici regionali, tutti convinti sostenitori della causa indipendentista, promotori del referendum indetto il 1 ottobre che potrebbe segnare il distacco da Madrid.

Gli attentati dei radicali islamici hanno già dimostrato di poter lasciare un segno profondo sulla politica spagnola, nel 2004 una sicura vittoria dei Popolari si tramutò, per l’errata strumentalizzazione elettorale che si fece delle bombe di Atocha, in una pesante sconfitta. Oggi la consultazione referendaria potrebbe essere percepita come questione secondaria, e soprattutto perniciosa per gli indipendentisti. Dunque, malgrado le rassicurazioni di Puigdemont, presidente della Generalitat, potrebbe anche slittare ad altra data.