Ventotto arresti nel 2017, di cui 13 solo negli ultimi 2 mesi. Per il ministero dell’Interno sono 185 dal giugno 2015, mese in cui il governo di Madrid aveva alzato l’allarme al livello 4, il penultimo, e 230 dall’inizio dello stesso anno. Dalla strage di Atocha del 2004 il terrorismo islamico aveva pian pian smesso di popolare gli incubi degli spagnoli, ma negli ultimi anni la sua ombra era tornata ad allungarsi minacciosa. Lo raccontano le decine di blitz effettuati in tutto il Paese, che in pochi mesi hanno intessuto un puzzle fatto di legami con cellule con base in Marocco, foreign fighter rientrati dalla Siria, personaggi presenti sui luoghi degli attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles. E, soprattutto, delineato la presenza in territorio iberico di reti organizzate, come quella protagonista degli attacchi di Barcellona e Cambrils.

La Catalogna sotto la lente dell’antiterrorismo – L’ultimo fermo in terra di Al Andalous – nome utilizzato per indicare la Spagna dalla propaganda islamista che solo 2 settimane fa era tornata a parlare di un “attacco imminente” – risale a poco più di un mese fa. Il 12 luglio, proprio a Barcellona, la polizia aveva arrestato un palestinese di 42 anni cui era stata concessa la nazionalità spagnola, con l’accusa di essere un fiancheggiatore di Al Qaeda e Isis. L’uomo, seguace dell’imam salafita radicale Khaled al Rashed, è “una persona molto radicalizzata che aveva annunciato su internet di essere pronto ad aderire alla jihad“, spiegava il ministro dell’Interno Juan Ignacio Zoido. Erano passati pochi giorni dal 4 luglio, quando le manette erano scattate ai polsi di un 31enne di origine marocchina: per Europol e la polizia iberica collaborava con la struttura di propaganda in rete dello Stato islamico.

La capitale della Catalogna era da tempo al centro dell’attenzione dell’intelligence per via di quell’humus in cui prospera da anni la predicazione salafita: 265 le moschee ufficiali nella regione, di cui 79, un terzo, salafite. Solo due mesi fa Madrid aveva ricevuto informazioni precise dalla Cia: secondo la Central Intelligence Agency di Washington, la città e in particolare l’area della Rambla erano obiettivo di un attacco terroristico. Ma il faro degli inquirenti è acceso da tempo. Il 15 marzo la polizia spagnola aveva arrestato vicino a Girona, nel nord della Catalogna, un marocchino accusato di avere organizzato una rete di finanziamento dell’Isis: il danaro raccolto veniva inviato in Siria e Iraq. Una settimana più tardi altri tre cittadini marocchini finivano in carcere tra Barcellona e Valencia con l’accusa di indottrinare e reclutare su internet combattenti per la jihad. La stessa accusa per la quale il 7 febbraio a Badalona, 11 km a nord della capitale catalana, la polizia aveva arrestato altri due marocchini di 25 e 27 anni: secondo il ministero dell’Interno finanziavano le attività del gruppo con il traffico di droga.

Il filo diretto con il Marocco – Le operazioni dell’antiterrorismo hanno cominciato ad intensificarsi a partire da giugno. Il 28, in un’operazione congiunta con Germania e Regno Unito l’antiterrorismo aveva fermato 4 persone a Palma di Maiorca. Secondo il giudice Santiago Pedraz, si trattava di fiancheggiatori dell’Isis membri di una cellula organizzata dall’imam salafita Tarik Chadlioui, arrestato in Inghilterra, impegnati nella selezione giovani da inviare in Siria e nel raccogliere fondi per la causa. Non solo: uno di loro, Abdelkader Mahmoudi, aveva messo a punto un piano per diventare martire attaccando a coltellate la folla in strada a Inca, un comune del centro dell’isola.

Il 23 giugno era Melilla, enclave iberica sull’altra sponda del Mediterraneo, a finire nel radar delle autorità: agenti del servizio di intelligence arrestavano un uomo di 40 anni, marocchino di origine ma di nazionalità danese. Nato a Tensamane, l’uomo si sarebbe servito di una struttura formata da 24 società in Danimarca per evadere elevate somme di danaro – oltre 8 milioni di euro – destinate al finanziamento di una rete internazionale di sostegno ai combattenti di Isis e Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). Un’inchiesta che aveva preso le mosse da indagini della Guardia Civil su vari residenti nell’enclave spagnola nel Paese nordafricano che ricoprivano posti di responsabilità in imprese danesi. Quarantotto ore prima, il 21 giugno, a Madrid la polizia aveva fermato tre marocchini accusati di legami con Isis, uno dei quali, Rashid el Omari, 32 anni, definito dagli inquirenti “molto pericoloso”. Secondo la polizia era già “molto integrato” nell’organizzazione di di Abu Bakr Al Baghdadi e molto radicalizzato, con “un profilo simile” a quello dei terroristi che hanno colpito in Francia e Regno Unito.

Un legame quello con il Marocco, secondo Paese dopo la Tunisia per numero di foreign fighter partiti alla volta del Califfato, già emerso dai fatti dell’8 maggio: quel giorno due cittadini marocchini di 21 e 32 anni erano finiti in cella a Badalona e Reus, in Catalogna, in un’operazione coordinata con i servizi di sicurezza di Rabat che a Tangeri avevano fermato un terzo membro della stessa cellula legata allo Stato islamico: i tre reclutavano su internet combattenti da inviare in Siria e Iraq e si preparavano a loro volta a raggiungere il gruppo. Già il 26 aprile il filo rosso del terrorismo internazionale aveva portato la polizia iberica a Ceuta per arrestare un presunto reclutatore dell’Isis, membro di una cellula salafita stabilita nel quartiere di El Principe già parzialmente smantellata nel novembre 2016. Ma le operazioni nell’enclave erano cominciate all’inizio del 2017: il 13 gennaio la Guardia Civil aveva arrestato 2 membri di un gruppo “in fase avanzata di radicalizzazione“.

L’incubo dei foreign fighter – Un arresto effettuato il 1° luglio lasciava intravedere il peggiore degli incubi delle polizie di tutta Europa: quello dei foreign fighter di ritorno. Quel giorno a finire in cella a Malaga in un’operazione coordinata dalla Audiencia Nacional, il tribunale responsabile per la lotta al terrorismo, era stato un 29enne di origine siriana con passaporto danese: era rientrato in Europa dopo avere combattuto due anni sotto le insegne del Califfato in Siria. Le stesse sotto le quali militavano ‘Kokito’ e Mourad Kadi, marocchini uccisi nei combattimenti di Aleppo, mariti di Fatima Akil Laghmich e Asia Ahmet Mohamed, 21 e 26 anni, spagnole originarie di Ceuta: le due erano state arrestate il 28 dicembre 2016 al confine turco mentre rientravano in Spagna accompagnate dai figli di 2 e tre anni dalla Siria, dove avevano trascorso gli ultimi due anni.

I legami con l’attentato di Bruxelles – Martedì 25 aprile a Barcellona venivano arrestate due persone. Tre giorni dopo, interrogati a Madrid dal giudice della Audiencia Nacional Eloy Velasco, Mohamed Lamsalak e Youssef Ben Hammou confermavano di trovarsi nell’aeroporto di Bruxelles il 22 marzo 2016, nel giorno degli attentati all’aeroporto di Zaventem e alla metropolitana, rivendicati dall’Isis e costati la vita a 35 persone. In presenza di inquirenti belgi, i due negavano però qualsiasi legame con gli attentatori, sostenendo di essersi recati in Belgio il 16 marzo per comprare un’auto e di essere ripartiti all’indomani della strage.

La cellula di San Sebastian – Il tintinnar di manette aveva salutato l’anno nuovo a San Sebastian, nei Paesi Baschi. Il 17 gennaio le porte del carcere si spalancavano per un cittadino marocchino accusato di dirigere una cellula jihadista collegata con il gruppo smantellato in novembre in Francia che progettava un attentato per l’Isis a Natale a Strasburgo. Ventiquattro ore prima nella città basca era stato fermato un istruttore di boxe, anch’egli originario del Marocco, ritenuto il leader di una cellula jihadista: secondo gli inquirenti, usava la sua attività di insegnante per reclutare giovani per Isis ed era in contatto con due persone arrestate in novembre a Strasburgo e in Marocco al rientro dalla Siria dove avevano combattuto sotto le insegne del Califfato.