Gianluca Vacchi, l’uomo famoso per essere famoso, un po’ come i Kardashian in America, compie 50 anni. E chi se ne frega, diranno i nostri saggi lettori. Ma se il fenomeno esiste (ed esiste eccome), forse è bene interrogarsi sulla sua origine e sul fatto che, bene o male, continui a vivacchiare. Soprattutto se il Corriere della Sera, il più grande e prestigioso quotidiano italiano, decide di intervistarlo. Il fenomeno Vacchi si è sviluppato sempre più proprio perché per mesi, soprattutto lo scorso anno, ne parlavano tutti sul web. Siti di informazione (anche noi, per la precisione), blog, social star: eravamo tutti lì a condividere l’ultimo balletto strambo del Nostro, l’ultima bizzarria a uso e consumo dei social network. Era divertente, ammettiamolo, perché pur nel suo evidente vuoto pneumatico, il Vacchi mostrava un certo approccio divertito e divertente alla vita, senza prendersi troppo sul serio. Un signore pieno di soldi (secondo alcuni non certo merito suo ma dell’azienda di famiglia), che si gode la vita, si circonda di splendide donne. Soldi suoi, vita sua. Se vuole e può farlo, let it be.

Ma da qualche mese a questa parte, Gianluca Vacchi non si limita solo a fare il viveur e a pubblicare video sciocchi e a volte divertenti sui social. Ora si è messo in testa di essere un musicista, un dj, un producer. E quando Candida Morvillo, sulle pagine del Corriere, chiede a Vacchi la giornata tipo, lui risponde tranquillamente come segue: “Ho tre costanti: cura del corpo; cura della mente e studio della musica. Faccio sempre sport e la mattina m’iberno nella criosauna a meno 110 gradi: tiene giovane. Consigliano due minuti, io ne reggo sei. Studiando da deejay sei ore al giorno, ho trovato la mia realizzazione: suono e sento che spargo vibrazioni positive”. Sei ore al giorno, 360 minuti, di “studio della musica”, dove per musica si intende smanacciare su una consolle. Ora Vacchi fa le serate da dj e, presumibilmente, per questo viene pagato. Per i dj veri, è “un improvvisato”, e la Morvillo glielo ricorda: “Se in una professione non serve la licenza, decide il mercato. Io sono l’Uber della consolle”.

È quest’ultima frase, letta ieri sul Corriere, ad aver acceso la lampadina della nostra preoccupazione: Gianluca Vacchi ha smesso di prendersi poco sul serio, di divertirsi e farci divertire senza troppe pretese. Somiglia sempre più a quello che sembrava voler combattere lo scorso anno: lo stereotipo del ricco annoiato che prova a reinventarsi per non morire di noia, che finge (soprattutto con se stesso) di potere e sapere fare altre mille cose, di non essere obbligato a campare di rendita. Non è più stile di vita godereccio fine a se stesso, criticabile quanto si vuole ma lecito, finché i soldi ci sono e provengono da aziende sane e oneste. Vacchi è diventato un borghese annoiato alla continua ricerca di “botte di vita” per sentirsi utile e per illudersi di incidere sul mondo che lo circonda. Ha persino un precettore, con cui studia “storia, filosofia, teologia”.

Dov’è finito il personaggio ironico e autoironico che lo scorso anno ci strappava un sorriso? La colpa di questa involuzione vacchiana è anche (forse soprattutto) dei media (noi compresi) che hanno pompato il fenomeno perché “tirava”, e lui, il Vacchi, quello che è stato tenuto fuori dalla gestione esecutiva dell’azienda di famiglia, ha creduto di poter fare tutto, finalmente. La genuinità delle sue sciocchezze sui social si è trasformata in atteggiamenti da guru, dispensatore di verità profonde solo all’apparenza (e che invece hanno la profondità di una frasetta da Bacio Perugina). Gianluca Vacchi, il personaggio e non la persona, aveva un senso “pubblico” solo nella veste da “cazzaro divertente”. Così come vuole mostrarsi oggi, invece, è diventato noioso e persino trombone: si sente un dj affermato (non lo è, e se fa serate è solo perché è Gianluca Vacchi, non perché è bravo come David Guetta), si sente un modello culturale e morale (e non lo è, e fino a pochi mesi fa lo ammetteva serenamente). Gianluca Vacchi, si rassegni, non può rappresentare altro se non quello che ha rappresentato sino a oggi: un divertente cazzaro che dovrebbe tornare a prendersi meno sul serio.