Nel gergo giudiziario quando una sentenza contiene qualche elemento che ne infici dal di dentro la tenuta presso le corti che ne dovranno vagliare la correttezza, viene definita sentenza ‘suicida’. Più precisamente, qualora un provvedimento giudiziario sia affetto da incompatibilità o gravi contraddizioni tra dispositivo e motivazioni, allora si evince una volontà dei redattori di mandare quel provvedimento incontro a una fine certa. Si tratta di una prassi che è stata persino oggetto di un tentativo di regolamentazione, ovvero si è tentato di rendere questo atteggiamento un ‘illecito disciplinare’ da sanzionare, posto che l’unica sanzione a cui va incontro una sentenza suicida è quella processuale stessa. Pare che questo escamotage abbia un’origine nobile: durante il fascismo, le corti d’appello condannavano seguendo desiderata politici, ma poi motivavano in modo da predisporre la sentenza a una bocciatura da parte della Cassazione.

Questa vicenda mi è venuta in mente a guardare l’ultimo provvedimento approvato dalla Camera dei Deputati con ampio risalto sui media: la norma che prevede il ricalcolo dei vitalizi dei parlamentari su base contributiva, ovvero secondo ciò che essi hanno versato durante la loro carriera politica da deputati o senatori. Si tratta dell’applicazione dei principi della cosiddetta legge Fornero, che prevede il passaggio al contributivo per le pensioni dei lavoratori ‘comuni’, alla ‘casta’. Dunque grande favore da parte dell’opinione pubblica e grande giubilo, con tanto di rissa sui meriti, da parte del Pd e del Movimento 5 Stelle. Peccato che il provvedimento sia ‘suicida’. È chiaro infatti che la legge sia altamente esposta al colpo di scure della Corte costituzionale, perché la retroattività rischia di intaccare i cosiddetti diritti acquisiti.

Tuttavia il problema si pone, eccome se si pone. I parlamentari, solerti nel riformare le pensioni per gli altri, si sono ben guardati, allora, dall’intaccare i propri privilegi. E questo è odioso come da sempre è odioso ogni privilegio della politica. Ora la soluzione è alla carlona. E questo, se volete, è ancora più scandaloso, soprattutto se si tratta, come pare, di un nuovo modo di agire a livello legislativo: lisciare il pelo all’elettorato, piazzando nei provvedimenti delle mine che compromettano la stabilità dell’edificio. In sostanza, il Parlamento delibera ciò che la gente vuole, compiacendola, ma sapendo che quelle deliberazioni saranno cassate, in toto o in parte, dalla Corte costituzionale, che riporterà la situazione allo stato precedente. Certo, si può sostenere che se la Corte casserà la retroattività, il provvedimento varrà comunque per il futuro. Anche se fosse – ed è da vedere – occorre sottolineare che l’elettorato arrabbiato ha a cuore la questione dei privilegi del passato più che di quelli del futuro. Le generazioni future, come ricorda Ferdinando Menga in un suo interessante libretto sulla questione (Lo scandalo del futuro. Per una giustizia intergenerazionale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2016), non esistono e non possono contrattare alcunché. Certo, come ricorda l’autore occorrerebbe porsi il problema di un’etica per le generazioni future; ma, aggiungo facendo mio quanto già diceva il principe di Salina, sono responsabile solo di coloro a cui posso tenere la mano sulla testa.

Il punto, dunque, non è tanto pensare alle generazioni future, ma vendicare, come avrebbe detto Walter Benjamin, i torti subiti dai padri. Quei padri che si sono visti cambiare il sistema previdenziale e il calcolo della pensione dal (c’è da dirlo) iniquo retributivo al severo contributivo.

Questa legge suicida non vendica alcunché, ma si profila come un deliberato inganno per i cittadini, accontentati apparentemente nella loro sete di giustizia – ché non è populismo pensare alla riduzione dei privilegi della casta, che pure andrà pagata e profumatamente, però il troppo stroppia – ma gabbati da un provvedimento che non potrà applicarsi a quei parlamentari che quei privilegi li hanno già maturati e di cui stanno già godendo. E se è giusto così, se è giusto cioè che i diritti acquisiti non vengano intaccati (ma per i cittadini normali pare la cosa non valga poi tanto), non sarebbe stato più onesto dirlo apertamente, invece di mettere in piedi questa pantomima della retroattività?

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