La Cei, Roma e Milano. In un mese e mezzo Papa Francesco ha provveduto a fare tre nomine chiave della Chiesa italiana. Nel 2018 toccherà ad altre due diocesi cardinalizie della Penisola: Genova dove Angelo Bagnasco compirà 75 anni il 14 gennaio, l’età canonica delle , e Napoli dove Crescenzio Sepe arriverà allo stesso traguardo il 2 giugno. Già oggi non hanno più un porporato al loro vertice le altre diocesi italiane tradizionalmente cardinalizie: Torino, Venezia, Milano, Bologna, Roma e Palermo. Oltre a Genova e Napoli, che però sono entrambe in uscite, resta ancora Firenze con Giuseppe Betori che ha ancora un quinquennio di governo davanti sé.

In compenso Bergoglio ha nominato cardinali il neo presidente della Cei, l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti, l’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro e l’arcivescovo di Ancona-Osimo Edoardo Menichelli. Ma queste tre berrette rosse sono state imposte dal Papa nei primi due concistori nei quali ha nominato nuovi porporati. Negli altri due nessun vescovo italiano residenziale è più entrato nel Collegio cardinalizio. Non è un segno di disistima del Papa, ma un voler riportare i cardinali italiani in un numero che rispecchia la proporzione dell’espansione del cattolicesimo nel mondo contemporaneo. Attualmente i porporati elettori della Penisola sono 24, tantissimi se si considera che subito dopo seguono quelli degli Stati Uniti d’America che sono appena 10.

Quando l’ex vicario di Roma, il cardinale Agostino Vallini, chiese al Papa di accelerare la sua successione essendo sulla soglia dei 77 anni si sentì rispondere: “Perché non stai bene? Vai ancora avanti perché la lista dei pretendenti al tuo ruolo è talmente lunga che è meglio che tu prosegua ancora”. L’idea di Bergoglio per far crollare le aspirazioni di tutti gli autocandidati fu a dir poco geniale: un sondaggio, durato tutta la quaresima, tra il clero e i fedeli di Roma per indicare il profilo e il nome del successore di Vallini. Un’insolita telefonata, nel pomeriggio del 20 maggio 2017, annunciava la scelta del nuovo vicario di Roma. “Don Angelo, sei libero? Quanto tempo ci metti per raggiungermi?”. “Santità, mezz’ora in bicicletta e sono a Casa Santa Marta”.

Monsignor Angelo De Donatis, che era stato nominato e ordinato nel 2015 vescovo ausiliare di Roma proprio da Bergoglio, arrivò a quell’incontro consapevole che per lui sarebbe successo qualcosa di importante. “Io avevo pensato a te come nuovo vicario – gli disse il Papa – e nelle lettere il tuo nome ha il più alto gradimento. Lunedì, dopo l’apertura dell’assemblea della Cei, lo diciamo a Vallini”. Ma quella del nuovo vicario di Roma era solo il primo tassello delle nomine che il Papa si apprestava a compiere.

Il giorno dopo aver incontrato De Donatis, Francesco comunicò, nella sorpresa generale, anche all’interno della Curia romana, che aveva deciso di imporre cinque nuove berrette rosse. Nella lista non c’era il nome di De Donatis, la cui nomina era ancora riservata, ma nemmeno quello di qualche altro italiano. Un segnale che, almeno per il momento, il Papa ha deciso di privare della porpora anche il vicario di Roma e il nuovo arcivescovo di Milano, monsignor Mario Enrico Delpini. Una nomina, quest’ultima, pubblicata il 7 luglio 2017, ma decisa da Bergoglio almeno un anno prima.

Intanto, dall’assemblea generale della Cei il Papa aveva avuto la terna a partire dalla quale doveva scegliere il successore di Bagnasco alla presidenza dei vescovi italiani. Nessuna sorpresa: Bassetti, il vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla, e Montenegro. Francesco scelse subito il primo della lista che coincideva con il candidato che lui stesso aveva individuato da tempo. Del teologo Brambilla, ordinato vescovo ausiliare insieme con Delpini, Bergoglio non ha gradito le critiche espresse a voce alta sulla scelta di nominare cardinale il suo diretto predecessore a Novara, Renato Corti, che per dieci anni è stato vicario generale di Carlo Maria Martini a Milano. Brambilla, che oltre alla presidenza della Cei aspirava alla cattedra ambrosiana, è sicuramente rimasto a bocca asciutta. Ma di certo non è il solo.

Sarà forse a causa di questi mal di pancia che Marcello Pera, autore con l’allora cardinale Joseph Ratzinger di un volume sulle radici cristiane dell’Europa, ha puntato nuovamente il dito contro Francesco. Per l’ex presidente del Senato “Bergoglio fa solo politica, cerca l’applauso facile dell’Onu e si fa anche ‘sindacalista’”. Ed “è in atto uno scisma nascosto nel mondo cattolico ed esso è perseguito da Bergoglio con ostinazione e determinazione”. Evidentemente la scelta di “pastori con l’odore delle pecore” a discapito delle consolidate cordate episcopali sta incidendo ferite profonde nel carrierismo ecclesiale.