L’ultimo segnale è simile a decine di precedenti. Solo che adesso è il clima ad essere diverso. Anche perché questa volta la scuola intitolata a Giovanni Falcone non è stata attaccata da un raid vandalico come tutti gli altri. Questa volta ad essere “decapitata” è stata direttamente la statua del magistrato ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio del 1992. Si dirà: la storia della scuola Falcone di via Trapani Pescia, a Palermo, è praticamente costellata da danneggiamenti di ogni tipo. D’altra parte quell’istituto intitolato al simbolo della lotta a Cosa nostra sorge allo Zen, uno dei quartieri più degradati della città. È anche per questo motivo che negli anni non hanno quasi più fatto notizia le decine di raid subiti dall’istituto: saccheggiamenti, incendi, computer e vetrate distrutte, sfregi allo stesso busto del magistrato. che era stato restaurato di recente.

Un attacco così massiccio che tre anni fa, quando i soliti ignoti avevano distrutto il muro della palestra, l’ex preside Domenico Di Fatta aveva gettato la spugna: “Non ci sono dubbi – aveva detto – Questo è un gesto mirato per farci capire che possiamo organizzare o aderire a qualsiasi iniziativa a favore della legalità ma alla fine a comandare sono loro“. E quel “loro” lasciato sospeso nell’aria altro non era che un riferimento diretto a Cosa nostra. La stessa Cosa nostra che negli ultimi tempi ha rialzato la testa in città. Solo due giorni fa la mafia è tornata a minacciare un giudice, il gup Nicola Aiello, e un giornalista, Salvo Palazzolo di RepubblicaA dare fastidio ai boss sono i servizi su Borgo Vecchio, storico quartiere di mafia che recentemente è stato stravolto dalla svolta di Giuseppe Tantillo: il picciotto ha deciso di saltare il fosso e collaborare con i magistrati.

Una scelta presa nello stesso periodo in cui Palermo si va ripopolando di soldati e padrini, capi e gregari, boss e tirapiedi. C’è chi ha finito di scontare la pena, chi ha ottenuto il riscatto di alcuni anni di carcere grazie al cosiddetto cumulo, chi semplicemente è stato fortunato: si attendeva una condanna pesante ma ne ha ricevuto una molto più leggera. È in questo modo che tra il 2016 e i primi mesi del 2017 sono tornati a casa una serie di personaggi che hanno fatto la storia recente di Cosa nostra. Una serie di scarcerazioni che ha destato l’attenzione degli investigatori, impegnati ad aggiornare in tempo reale la mappa degli storici mandamenti mafiosi cittadini: da San Lorenzo alla Noce fino all’Acquasanta e Porta Nuova.

“Questi recenti ritorni in libertà ci preoccupano un po’, perché gli uomini tornati liberi hanno avuto ruoli non certo secondari dentro all’organizzazione. Oggi Cosa Nostra è un’organizzazione criminale costantemente in cerca di leadership, alla ricerca di personaggi che appunto possano vantare un certo carisma: per questo monitoriamo ogni singolo movimento”, aveva detto al fattoquotidiano.it il questore Renato Cortese nel maggio scorso. Passano pochi giorni è l’allarme di Cortese si è concretizzato con tre colpi di pistola: sono quelli che in pieno centro colpiscono e uccidono Giuseppe Dainotti, 57 anni, ex braccio destro di Salvatore Cancemi.

Condannato all’ergastolo, Dainotti era riuscito ad essere scarcerato nel 2014: lo stesso anno in cui il clan di Porta Nuova aveva inserito il suo nome in una lista di “condanne a morte”, legate all’omicidio di Giuseppe Di Giacomo. Ed eseguite dopo tre anni di Pax mafiosa e a cinque mesi dalla scarcerazione di Tommaso Di Giovanni, ex reggente del clan di Porta Nuova, condannato in appello a otto anni e cinque mesi ma tornato libero a dicembre dopo la scadenza dei termini di carcerazione. È l’ultima scarcerazione eccellente in una città dove la temperatura si è fatta sempre più incandescente. “Sembra che qualcuno dei neo scarcerati pensi di potersi comportare come venti o trent’anni fa”, ragionano gli investigatori. Che questa volta non considerano a priori il raid alla scuola Falcone come un normale atto vandalico. Sulla vicenda è stata aperta un’indagine, mentre è difficile non notare come la distruzione della statua del magistrato sia andata ad allungare una lunga lista di fatti inquietanti che stanno surriscaldando il clima in città.

Pochi giorni fa, per esempio, tre uomini hanno fatto irruzione a casa della suocera di Tantillo, il pentito che ha mandato in fibrillazione Borgo Vecchio: di minacce ai familiari di collaboratori di giustizia è piena la storia giudiziaria italiana, ma a Palermo un atto simile non andava in scena praticamente dagli anni ’90. E d’altra parte era da dieci anni (dal 2007 con il caso di Lirio Abbate) che a Palermo la mafia non minacciava un cronista: lo ha fatto venerdì scorso infastidita proprio dagli articoli di Palazzolo sul raid a casa della suocera di Tantillo. Un modo come un altro per lanciare il più semplice dei messaggi: Cosa nostra è viva e lotta in mezzo a noi. Anzi, contro di noi.

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