Era stato scarcerato dopo oltre vent’anni di galera dopo aver fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Stanotte il boss mafioso Giuseppe Dainotti, 57 anni, ex braccio destro di Salvatore Cancemi, è stato ucciso a colpi di pistola a Palermo, nel quartiere Zisa, in via D’Ossuna. Dainotti è stato colpito alla testa, almeno due volte, mentre stava andando in bici: secondo una prima ricostruzione, è stato affiancato da due killer che gli hanno sparato alla testa. In realtà, al momento, non ci sono testimoni oculari dell’omicidio: a dare l’allarme, dice l’AdnKronos, è stato un agente della squadra mobile libero dal servizio che ha sentito gli spari. Le modalità dell’agguato, tuttavia, rendono praticamente certa la matrice mafiosa del delitto.

Il nome di Dainotti era in una lista di “condanne a morte” programmate dal clan Porta Nuova nel 2014. Una “guerra di mafia” che i carabinieri avevano sventato con un’operazione del 2014. Secondo gli investigatori, dal carcere, il boss Giovanni Di Giacomo avrebbe dato l’ordine al fratello Giuseppe Di Giacomo – ucciso prima di poter portare a termine il compito – di ammazzare alcuni esponenti mafiosi che si stavano organizzando per assumere il comando del mandamento dopo l’arresto del padrino di Porta Nuova Alessandro D’Ambrogio. Tre i delitti programmati, quattro le vittime destinate a morire. Oltre a quello di Dainotti, gli altri nomi che si fecero erano quelli di Luigi Salerno e dei fratelli Onofrio ed Emanuele Lipari. “E’ stato necessario intervenire – dissero all’epoca i vertici dei carabinieri – Abbiamo dovuto eseguire i provvedimenti di fermo perché l’ordine era già stato impartito. Un ordine esecutivo. Non c’era tempo da perdere”. In quell’operazione furono arrestati in otto.

Imputato al maxiprocesso, una sfilza lunghissima di condanne per mafia, omicidio, favoreggiamento, rapina, droga, Dainotti era uno dei fedelissimi del capomafia Salvatore Cancemi, poi passato tra i ranghi dei collaboratori di giustizia. E’ il primo omicidio di Cosa Nostra dopo tre anni di pace tra le cosche. L’ultimo padrino a essere ucciso è stato proprio Giuseppe Di Giacomo, che secondo i piani del fratello, avrebbe dovuto assassinare Dainotti.

Dainotti sapeva di essere nel mirino da quando era stato scarcerato – tra le polemiche – nel 2014, dopo una condanna per mafia. In particolare era stato ritenuto colpevole dell’omicidio del capitano dei carabinieri Mario D’Aleo e dei carabinieri Bommarito e Morici che l’accompagnavano, delitto del 1983. Sul fascicolo aveva scritto “fine pena mai”, ma i suoi legali videro accolto un loro ricorso alla Consulta nel quale si sosteneva che per una legge del 2000 (una riforma del codice di procedura penale nella legge Carotti) doveva scontare trent’anni e non l’ergastolo. Con lui, grazie alla legge Carotti, furono scarcerati altri boss come Giovanni Matranga, Francesco Mulé e Giulio Di Carlo.