Altro che tetto di 240mila euro. La Rai se ne frega e, in preda al panico e alla mancanza di idee, specie dopo aver perso pezzi importanti come la trasmissione Gazebo, conferma Fabio Fazio – che alla Rai aveva imputato la colpa di non valorizzarlo abbastanza – aumentandogli lo stipendio di un milione l’anno, 2,8 milioni per “ben” 64 serate su 365 giorni, 11,2 milioni per 4 anni. Sembra la scialuppa di salvataggio di un’azienda ormai irrimediabilmente a picco, dove ormai non c’è quasi nulla da guardare. Nessuna riflessione sul senso del servizio pubblico, nessun cambiamento radicale. Ci si aggrappa alle cosiddette “star”, temendo di perdere ascolti. Senza proporre programmi alternativi. Senza valorizzare talenti magari meno conosciuti ma che potrebbero tranquillamente rimpiazzare i vari Parodi e Giletti, di cui solo la Rai pensa che il pubblico non possa fare a meno.

Ma ecco che arriva la solita argomentazione. “Fazio (e gli altri) portano introiti pubblicitari più di quanto guadagnino”, argomentazione che fa breccia persino tra persone senzienti. Peccato che non si consideri un fatto fondamentale: la Rai non è un’azienda privata come tutte le altre, la Rai è un’azienda pubblica, impone un canone da pagare alla maggior parte degli italiani per fare servizio pubblico, come lei stessa sostiene. Il problema è che questa missione è completamente tradita, mentre permane un’ambiguità di fondo: la Rai è pubblica, però sta sul mercato come un privato, la Rai offre ai cittadini informazione di qualità indipendente dagli introiti, però al tempo stesso deve essere concorrenziale alle altre reti e dunque fa anche “intrattenimento culturale”, praticamente un ossimoro. È ovvio che con questa ambiguità non si va da nessuna parte, perché allora se bisogna essere concorrenziali qualsiasi cosa è legittima, pure la trasmissione più trash del mondo (e infatti). Ovvio che di questa mancata chiarezza approfittino persone, come Vespa, che si dichiarano “artisti” pur di mantenere un compenso mostruoso, laddove conducono trasmissioni che definiscono invece giornalistiche (e guai a dichiarare il contrario, parte la querela).

Bisognerebbe avere il coraggio di dire basta a questa ipocrisia, che induce a pagare quasi tre milioni di euro un giornalista, quando davvero la maggior parte della gente (e non è moralismo, è realtà) si sbatte un anno intero per portare a casa 20mila euro, sempre che il lavoro ce l’abbia. E bisognerebbe dire basta a questa ipocrisia rendendo la Rai solo e unicamente un servizio pubblico, esattamente come succede nel mondo intero. News, approfondimenti, documentari, talk show, condotti da giornalisti non faziosi, pagati quanto un giornalista dovrebbe prendere, di sicuro una cifra inferiore a quella che guadagna il capo dello Stato, 240mila euro, sopra la quale nessun dipendente pubblico dovrebbe andare.

Ma perché non si fa? Perché la Rai continua ad annaspare tra lo stare sul mercato e il rivendicare il ruolo “rigoroso” di servizio pubblico? Semplice. Per fare questo, bisognerebbe buttare fuori una quantità enorme di persone, a partire dai  pluripagati conduttori. Cosa ci fa un’Antonella Clerici, ad esempio, in un servizio pubblico? Nulla. E ovviamente bisognerebbe tagliare due reti, e farne solo una. Solo noi abbiamo tre reti (anzi per la verità sono molte di più. Rai 4, Rai 5, Rai Sport,Rai movie, Rai premium, Rai yoyo, Rai gulp, Rai storia, Rai scuola, Rai fiction, Rai educational etc) vecchio retaggio di una spartizione politica finita da tempo. Una cosa ridicola. Un solo canale basta e avanza, una sola redazione di telegiornale basta e avanza, un corrispondente per paese basta e avanza.

Via tutto il resto. Invece le reti si moltiplicano. Ma ce lo vedete il cda di turno, sempre e comunque a suo modo lottizzato, a decidere un’operazione del genere? Mandare via i big, e con loro i programmi che nulla c’entrano col servizio pubblico (a partire da kermesse come Sanremo, immaginatelo sulla Bbc) e fare programmi di vera qualità con (pochi) giornalisti di qualità, di cui è pieno il mondo? Ovviamente, nessuno lo farà mai. Ma se non si risolve la natura di ciò che dovrebbe essere servizio pubblico non si va da nessuna parte, e il risultato è quello che abbiamo sotto i nostri occhi. Non è chiaro se lo sappiano a Viale Mazzini. E non è chiaro cosa sia peggio: che lo sappiano, ma che non lo facciano, oppure che non se ne rendano neanche conto.