Mesi fa restai a bocca aperta quando una dirigente (sorry: portavoce) dei Cinquestelle mi spiegò che in un prossimo futuro gli italiani riconoscenti avrebbero intitolato a Beppe Grillo piazze e strade. “Come una sorta di nuovo Garibaldi?”, le chiesi.

Leggo quasi quotidianamente sui social i post di un giovane pop-filosofo renziano – cultore di Harry Potter, pornosofia e Jacques Derrida – che denuncia con toni sinceramente accorati la congiura di quanto chiama “la vecchia politica”, per mettere bastoni fra le ruote alle straordinarie potenzialità riformatrici dell’ex premier.

Verrebbe da chiedersi, “ma ci sono o ci fanno”? In effetti appaiono soltanto i testimoni del bisogno, dilatato a livello patologico, di un dato insito nella psicologia collettiva in questa stagione: la disperata ricerca della figura di un leader in cui riconoscersi. Sicché vengono presi persino in considerazione per tale ruolo personaggi del tutto improbabili quali Matteo Salvini e Giorgia Meloni; magari gli emersi dal sacello di Nosferatu Silvio Berlusconi o Massimo D’Alema. E persino Romano Prodi, caro al fluttuante flebile (tra il “Sì” al referendum del 4 dicembre e il bertinottismo soft) Giuliano Pisapia.

Del resto, un fenomeno esteso a livello mondiale, per cui gli americani hanno scelto di insediare quale presidente un personaggio incredibilmente pericoloso: il tronfio, sguaiato e irresponsabile Donald Trump. Per cui sono tanti – e non solo Giulietto Chiesa – che si scoprono supporter dell’ex KGB, il penombra Vladimir Putin.

Non a caso il quadro internazionale appare sempre più sgovernato e ingovernabile. Ma è quello nazionale, sotto gli occhi di noi tutti quotidianamente, che dovrebbe far riflettere sulla pochezza dei nostri statisti e guru. Come si è visto nella pantomima sulla legge elettorale, in cui la facevano da padroni soltanto i rispettivi interessi di bottega; mentre rifulgeva la fregola capricciosa del bambinone quarantenne Matteo Renzi di riavere il giocattolo Palazzo Chigi. La cicala che (forse) ha ballato una sola estate. Come si continua a scorgere nella crescente cupezza di Beppe Grillo; le cui espressioni ingrugnate sono rivelatrici di chi si muove in un contesto di cui non riesce a penetrare le logiche e ci si arrabbia. Dal germanellum proporzionale allo ius soli. A riprova che il santone di Sant’Ilario è un pesce fuor d’acqua se non viene sussidiato da un suggeritore. E quello attualmente al suo fianco lo ha indottrinato che quanto conta – secondo logiche aziendalistiche profit-oriented – è solo l’appuntamento nazionale del 2018. Da qui un totale disimpegno nelle elezioni amministrative e relativo flop, che potrebbe anche significare l’avvisaglia di una parabola discendente.

Sarà quel che sarà, in questo quadro di mediocrità diffusa. Comunque, dal punto di vista dell’analisi politica, si direbbe interessante cercare di capire la ragione per cui si è fallata la matrice di leader degni di questo nome. Per chi scrive la spiegazione è duplice: finanziarizzazione e comunicazione. Da un lato la prevalenza dell’Economico sul Politico, con le sue regole e metodologie in vigore da una quarantina d’anni, ha trasformato il personale di partito nell’indistinta corporazione di caporali del consenso. Sotto l’altro aspetto, abbiamo visto sostituire il ragionamento politico in una rimasticatura tarata sui tempi istantanei dei sondaggi e dei reality; le elezioni in una gara di marchi privi di significati intrinseci.

Questo il motivo per cui un tema emergente nella riflessione critica di tale stato delle cose individua nella ripresa dell’attivismo urbano e nella dimensione civica le energie e i laboratori per la rifondazione della politica. Per noi italiani, un “secondo tempo” dopo le delusioni del 1993; quando venne istituita l’elezione diretta dei sindaci e le nuove entrate – nella stragrande maggioranza dei casi – utilizzarono l’opportunità come trampolino per proiettarsi sulla scena nazionale. Da Francesco Rutelli ad Antonio Bassolino. D’altro canto, i messaggi che ci giungono dalle grandi città del mondo, dalla resistenza di quelle americane alle follie sfasciste di Trump, inducono a pensare che in questo momento storico lo spazio sub-statuale sia quello più confacente alla ricostituzione di una democrazia partecipata e responsabile. E magari per allevare un personale dirigente meno inaffidabile.