La maggioranza perde pezzi. Nessun pericolo per il governo alla Camera, un po’ più di fiato corto al Senato, ma il dato è soprattutto politico ed è frutto dell’atmosfera che circonda il governo, indebolito dalla corsa alle elezioni lanciata da buona parte del Parlamento, a partire dal partito di maggioranza relativa, cioè il Pd. A quello si aggiunge una riforma elettorale che trova l’accordo dei partiti più grandi, ma che fa arrabbiare quelli più piccoli. E così al voto di fiducia per la manovra bis, l’operazione correttiva sui conti che il governo ha concordato con l’Unione Europea, non partecipano né Articolo 1-Mdp – cioè gli ex Pd fuoriusciti a febbraio – né l’Udc, finora fedele stampellina per tutte le decisioni di tutti i governi degli ultimi 4 anni. Alla fine Montecitorio conferma la fiducia al governo con 315 voti a favore (Pd e i partiti centristi), 142 contrari (M5s, Forza Italia, Sinistra Italiana e Lega Nord tra gli altri) e cinque astenuti. Ma resta la cicatrice di qualcosa di più di un incidente di percorso.

Non è una sorpresa il fatto che i 40 deputati Democratici e progressisti non abbiano risposto all’appello dal banco della presidenza di Montecitorio. Già nei giorni scorsi il capogruppo Francesco Laforgia, ma anche Arturo Scotto, avevano protestato contro la reintroduzione dei voucher contenuta nella manovrina. E già sabato scorso Mdp aveva votato contro il provvedimento in commissione. “Non saremo dentro questo passaggio” perché “non vogliamo essere corresponsabili. Noi abbiamo sempre dimostrato senso di responsabilità e continueremo a farlo” ha detto Laforgia in Aula alla Camera. “Dovete invece guardare a chi ha tirato dritto in barba ad un referendum” ha aggiunto riferendosi all’inserimento della norma sui voucher da parte del Pd. Laforgia ha parlato di “vulnus“, “strappo” con l’approvazione dell’emendamento del relatore che ha reintrodotto uno strumento per regolare il lavoro occasionale “uscito dalla porta e rientrato dalla finestra” e ha aggiunto di sperare in un correzione al Senato e, ha detto, “spero” che se questa correzione arriverà “non avvenga per ricucire il rapporto con noi ma per riannodare il filo che avete spezzato con il Paese”.

Resta da capire cosa accadrà ora al Senato: “Se non rinsaviscono e non cambiano il testo nella parte sui voucher, non parteciperemo al voto di fiducia nemmeno al Senato” dice Laforgia all’agenzia Dire. A Palazzo Madama l’esecutivo è sostenuto da una maggioranza che fluttua intorno ai 172 voti, quindi 11 in più rispetto alla linea di maggioranza assoluta. E lì Mdp ha 15 senatori.

Ma per la prima volta non voterà la fiducia nemmeno l’Udc, circostanza che suggerisce quanto pesa il clima “anti-partitini” dopo che sta passando lo schema di riforma elettorale frutto dell’accordo tra Pd, Fi e M5s. Paola Binetti ha spiegato in Aula, durante le dichiarazioni di voto, che i motivi sono tre: il primo è che “è difficile dare la fiducia ad un Governo che ha innestato un processo accelerato verso il proprio dissolvimento“, il secondo è nel merito e cioè “nella manovra non ci sono le aree terremotate” com’è scritto nel titolo della legge, “ma cose che rispondono a logiche di lobbies“, il terzo è più politico “perché siamo stanchi di fiducie, di scorciatoie che privano il parlamento della sua possibilità di intervenire, a favore o in dissenso, esercitando un proprio diritto”.