Quanto è stronzo Don Giovanni e quanto è bello. Tutti lo detestano perché è irresistibile. Non è Casanova, non è solo seduzione la sua, ma narcisismo: il gusto di prendersi quello che vuole, in modo prepotente, truffaldino, subdolo, affascinante perché uomo forte, perché l’uomo forte è seducente anche se bruttarello e prepotente. Non è Leonardo Di Caprio, dunque, è Frank Underwood. Il suo è il piacere dell’abuso di potere, di essere dalla parte del più forte, di spezzare le catene delle regole di tutti, ricchi e poveri, belli e brutti, giovani e vecchi. Ecco, se nascesse oggi, un’opera come Don Giovanni per come la pensarono Mozart e Lorenzo Da Ponte in certi ambientucci vivrebbe momenti complicati: sarebbe imbullettato alle etichette di sessismo, di maschilismo, scatenerebbe qualche dichiarazione indignata, qualcuno invocherebbe pure il vilipendio. Se ne farebbe subito un santino al contrario. Sì, è un sociopatico, che succhia il sangue e butta via la preda, ma mentre il “cavaliere licenzioso” viene inghiottito dagli inferi, resta sempre la nostalgia di vederlo già sparire.

Di più: resta da capire se la morte è davvero la sua, condannato alle fiamme eterne per la sua vita dissoluta, Questo è il fin di chi fa mal. O piuttosto degli altri personaggi, che in confronto vivono la vita con l’impeto di un impiegato del catasto e per questo salvi, però apparentemente. Come sembra far intendere un’altra volta Robert Carsen nell’allestimento dell’opera mozartiana al teatro alla Scala in programma fino al 6 giugno: nell’ultima scena, subito prima del sipario, fa sprofondare giù Don Ottavio, Donna Elvira, Masetto e gli altri, mentre il Don Giovanni – che in teoria è appena stato trascinato all’aldilà – li guarda e fuma e ride. Un finale ancora più ambiguo di quanto non sia già quello di un’opera ritenuta tra le più geniali della storia della musica e della drammaturgia, se non perfetta. A non essere d’accordo furono solo i viennesi che furono i secondi, dopo l’entusiasta gente di Praga, a vedere l’opera, ma erano un po’ scettici nel vedere un nobile morto ammazzato, vedi mai che a qualcuno nel popolo gli venissero idee strane (un anno dopo sarebbe assaltata la Bastiglia eppure lì Mozart non c’era).

Il ritorno di Carsen che con questa produzione sbancò la Prima 2011
Al Piermarini si è andati sul sicuro: la produzione è la stessa del 2011, che inaugurò la stagione di quell’anno e che fu un successone (alla Prima 12 minuti di applausi). E’ rimasto il regista, Carsen, è cambiato il direttore (per la prima volta a Milano l’estone Paavo Järvi), rivoluzionato tutto il cast: Don Giovanni è il baritono americano Thomas Hampson al quale gli esperti rimproverano una voce non più potente come un tempo e che di sicuro ogni tanto inciampa sull’italiano; mentre il più energico della ditta è il Leporello incarnato alla grande da Luca Pisaroni, uno che sulla carta d’identità ha la residenza a Busseto. L’intesa tra signore e servo in scena è degna di un duo anche perché nella vita Hampson e Pisaroni sono suocero e genero, essendo il secondo il marito della figlia del primo, Catherine. Come nel 2011, Carsen usa tutto il teatro per fare teatro: Don Giovanni entra in scena dal palchetto in cui di solito è seduto il sovrintendente Alexander Pereira, Leporello si aggira tra la platea e dà un bacio a una fortunata non meglio identificata seduta intorno alla decima fila (forse, chissà, la baritonetta Catherine), ancora Don Giovanni fa due moine con una signora su un palchetto centrale, Don Ottavio, Donna Anna e Donna Elvira si aggirano mascherati tra le file di poltrone, il Commendatore o quel che ne resta (cioè il fantasma, il Convitato di Pietra) si affaccia dal palco reale per invitare a cena Giovanni, impenitente e impunito ancora per poco. E poiché tutto è uguale a 6 anni fa, torna anche il nudo integrale della serva di Donna Elvira che Don Giovanni vuole farsi dopo uno scambio di identità con il suo Leporello. Inutile dire che il nudo ha svegliato dal torpore qualche fila di retroguardia.

Il seduttore seriale che da deplorevole diventa (quasi) eroe
La vera impresa è raccontare in breve di cosa parla il Don Giovanni, l’opera perfetta, per la complicazione psicologica dei personaggi più che per la trama. E’ la storia di un seduttore seriale cui piace più capire di aver conquistato la donna che non portarsela a letto (per un motivo o per l’altro durante l’opera va fino in fondo solo con la cameriera di cui sopra). Ha un servo, Leporello, che lo rincorre, ora cercando di frenarlo, ora divertito, ora ammirato. L’opera comincia con la più violenta delle scene: Don Giovanni sta cercando di violare Donna Anna, arriva il padre di lei – il Commendatore – che lo affronta più volte invano perché l’abusatore della figlia non ha nessuna voglia di duellare. Finché, all’assalto del Cumenda, Don Juan si difende e ammazza il suo aggressore. Nessuno lo riconosce, lui scappa e ricomincia la vita di tutti i giorni, facendo cioè il cavolo che gli pare, senza obblighi morali, senza regole, senza sensi di colpa. Preso dalla furia divoratrice, gli capita anche di ri-sedurre la stessa per sbaglio, Donna Elvira, così innamorata che fino in fondo cercherà di salvarlo nonostante tutto, invano, perché – tanto per dire una banalità non degna di Mozart – le persone non cambiano. Nonostante, per giunta, Donna Elvira sia stata avvertita da Leporello, incaricato dallo stesso padrone del compito di dire la verità alla nobildonna con l’aria più attesa, Madamina il catalogo è questo, durante la quale – con il ritmo divertito dell’orchestra – viene fatta la lista della spesa delle bandierine messe dal conquistador: 91 in Turchia, 640 in Italia, il record spagnolo dove son già mille e tre. Don Giovanni non si ferma davanti a nulla: Masetto e Zerlina si sono appena promessi in matrimonio e arriva quello che circuisce lei, la quale non fa i salti mortali per resistere: non cede, ma è più merito del caso che suo. Là ci darem la mano, Là mi dirai di sì, dice lui, Vorrei, e non vorrei, Mi trema un poco il cor, dice lei. E non cede non solo al pensiero del promesso sposo, ma perché ha capito che quel tale la prenderà per i fondelli.

Don Giovanni alla fine da moralmente discutibile – secondo tutti i canoni – diventa improvvisamente eroico perché invita a cena il Convitato di pietra – cioè il fantasma del Commendatore -, accetta da lui un controinvito (e questa volta non esattamente in una sala piena di lussi) e infine per una, due, tre, quattro volte risponde No all’invito a pentirsi, unico modo per salvarsi. No, non si pente e rimane così: condannato ma ammirevole.

Non c’è soluzione, la bilateralità non si scioglie: non accade nemmeno alla musica di Mozart (che raggiunge il sublime proprio con il Don), non accade nel passaggio continuo dal tono tragico a quello comico (comico vero, si ride). Da Ponte, librettista fine psicologo, lo chiamò infatti “dramma giocoso”. Il fascino del maligno, pezzi di bene dentro a pezzi di male, il frizzo e il lazzo in mezzo alla disperazione, alla rabbia, al dolore, alla sete di vendetta. Don Giovanni, alla fine, piace a tutti: piace al suo servo Leporello, piace a Zerlina e piace a Donna Elvira, piace perfino a Don Ottavio – fidanzato di Donna Anna, violata nella prima scena – al quale l’amata chiede un paio di volte di vendicarla, ma quello niente, prima non crede che quell’amico abbia potuto fare quelle cose poi non si smuove. Don Ottavio è l’anti-Don Giovanni si è detto: quasi anonimo, privo di slancio, romantico ma non passionale, in balia di Anna che rinvia in continuazione il matrimonio.


Don Giovanni, il turbamento preferito dagli intellettuali
Piace a tutti nonostante sia deplorevole. E infatti inquieta intellettuali e artisti da secoli. Goethe disse che dopo quella era impossibile scrivere una roba più bella e probabilmente c’ha preso, Kierkegaard ci fece un libro fissandosi sulla parte erotica e sensuale di Don Juan, nel senso del mondo dei sensi liberato dalla morale, Albert Camus sostiene invece che el burlador (l’ingannatore, così si chiamava nella prima opera di Tirso de Molina, nel Seicento) non passa da una donna all’altra perché non le ama, ma perché le ama tutte. Non le scarta perché non le desidera più, ma perché ne desidera un’altra e un’altra e un’altra. “Moltiplica ciò che non può unificare – scrive Camus nel Mito di Sisifo – e scopre, così, un nuovo modo di essere, che almeno lo libera nella stessa misura in cui libera coloro che l’avvicinano. Amore generoso è soltanto quello che si sa, al tempo stesso, passeggero e singolare. Sono tutte le morti e tutte le rinascite che fanno l’insieme della vita di Don Giovanni, ed è, ancora, il modo che egli ha di dare e di far vivere”. E infatti nel lavoro di Carsen, Don Giovanni alla Scala, all’inizio e alla fine dell’opera, si trova davanti a un enorme specchio in cui si riflette l’intero teatro a luce piena: ciascuno può essere lui.