Dopo 1992, l’idea di Stefano Accorsi per Sky fa un passettino in avanti di un anno e torna in tv da stasera con “1993. Il secondo capitolo di quella che nelle intenzioni degli sceneggiatori dovrebbe essere una trilogia racconta gli sviluppi ulteriori e drammatici di quanto successo l’anno prima, con l’esplosione di “Mani pulite” e l’inizio della fine della Seconda Repubblica. Se il 1992 era stato l’anno della rivoluzione, il 1993 è quello del terrore. Tutto diventa più cupo, più frenetico. L’immagine dell’Italia cambia in fretta e il crollo di un sistema durato quasi mezzo secolo rischia di travolgere tutti, senza distinzioni di sorta. È un racconto più incalzante rispetto al primo capitolo (la lentezza di “1992” era a tratti esasperante) e questo non può che essere un pregio.

I personaggi che abbiamo imparato a conoscere in “1992” si trovano sempre più invischiati in dinamiche torbide. Non ci sono buoni o cattivi, ma solo uomini e donne che per raggiungere i propri scopi (questi sì, buoni o cattivi) sono disposti a tutto. Leonardo Notte, il personaggio interpretato da Stefano Accorsi, è sempre più centrale nella vicenda, visto che diventa l’ombra di Silvio Berlusconi e spinge affinché il Cavaliere scenda in campo (“Mi sta sempre attaccato come se avessi la figa”, sbotta allegramente il futuro premier in una scena già cult dei primi episodi). Per ovvi motivi di intreccio narrativo, i personaggi di fantasia sono al centro di ogni evento cruciale di quell’anno così intenso. Ogni tanto viene da pensare che siano sfortunati assai, visto che si trovano sempre in mezzo al guaio più grosso del giorno. È un po’ troppo, in effetti, ma serve per saldare fatti reali e inventati, verità storica e finzione narrativa.

Veronica Castello, la spregiudicata showgirl interpretata da Miriam Leone, si trova coinvolta persino nell’attentato fallito della mafia contro Maurizio Costanzo in via Fauro, mentre il poliziotto Luca Pastore (che nella seria è nel team investigativo di Antonio Di Pietro) è al contempo sieropositivo e in prima linea contro la corruzione e lo scandalo del sangue infetto che è la causa del suo contagio. Torna anche la Bibi Mainaghi di Tea Falco, ovviamente, anche se nei primi due episodi compare pochissimo e dalle poche parole recitate non si capisce bene se il lavoro sul personaggio che l’attrice siciliana dice di aver fatto (anche dopo le tante polemiche di “1992”) sia servito a qualcosa o no.

Sempre più travolto dal vortice romano è anche l’onorevole leghista Bosco, magistralmente interpretato da Guido Caprino, ma il vero protagonista di queste prime puntate sembra essere Silvio Berlusconi (un efficacissimo Paolo Pierobon). Se il ritmo degli episodi successivi si confermerà al livello dei primi due, questo “1993” potrebbe essere più avvincente ed efficace del capitolo precedente, grazie anche al fatto che in quell’anno fatidico è successo davvero di tutto, tra arresti, suicidi, bombe della mafia, crollo del sistema partitico della Prima Repubblica. Roba che neanche il più fantasioso sceneggiatore americano avrebbe potuto immaginare.

E proprio per questo sbaglia chi continua a definire “1993” la “House of Cards” italiana: nella splendida serie americana non si è avuto il coraggio di contestualizzare la finzione all’interno di vicende reali, non si fanno nomi, non ci si ancora alla storia recente degli Usa, pur ricca di spunti scandalosi e scandalistici. 1993, il cui nucleo centrale è comunque una vicenda inventata, ha la fortuna, il pregio e il coraggio di raccontare anche la storia italiana, con l’ovvia attenzione che merita una ricostruzione televisiva di anni dolorosi e ancora così vicini. Anni che non si riesce ancora a raccontare con serenità d’animo perché molti protagonisti di quelle vicende sono ancora al centro della scena politica (Berlusconi su tutti, ma non solo). E allora “1993” può avere quantomeno il pregio di raccontare i più giovani cosa è successo in Italia in quell’annus horribilis. Ci sarà tempo per giudicare artisticamente il prodotto televisivo (sperando sia migliore del primo capitolo), per adesso sfruttiamo il lato “divulgativo” di una serie che anche stavolta, c’è da giurarlo, dividerà e innescherà un dibattito storico e politico.