di Rosangela Urso

Attraversano il deserto. Scendono fino all’inferno nella speranza di trovare la salvezza sulle nostre coste. Se il viaggio di un migrante è un’odissea verso un futuro pieno di incognite, per una donna il percorso è una salita disseminata di ostacoli: mariti violenti, diritti negati, indipendenza proibita. Una lotta continua per il rispetto.

Il viaggio, la fatica di queste donne, attraverso storie di maternità negate e offese, si percepisce in Madri clandestine, uno degli e spettacoli delle Maratona teatrale del Suq. Prima le Donne e le bambine che porta in scena artiste di tante provenienze: Nigeria, Siria, Russia, Giappone.

Il teatro incontra l’attualità, e ritorna alla funzione per cui è nato: dare rappresentazione a grandi temi, di sempre e di oggi. Madri clandestine si svolge lungo il filo della solidarietà femminile, quella che attraversa culture e latitudini differenti, e vuole cullare una speranza di vita, una bambina nata su un barcone.

Alcune delle protagoniste arrivano appunto da Paesi lontani e hanno vissuto la propria Odissea. Come Mirna Kassis, una delle voci del coro multietnico. Mirna, 30 anni, è arrivata in Italia dalla Siria nel 2011 con un sogno: diventare una cantante lirica.

Dopo aver fatto il conservatorio a Damasco era venuta in Italia per perfezionare il suo canto. La guerra la conosceva bene. Le bombe facevano tremare la sua casa, ma quando lasciò Damasco la situazione non era così drammatica e sperava di tornare a casa con il suo diploma e il suo bagaglio di esperienza. Ma nel giro di poco tempo tutto precipita. I bombardamenti si fanno più insistenti. I genitori le dicono di non tornare. In quel momento “è come se avessi ricevuto uno schiaffo in pieno viso”, racconta.

Quando se n’era andata aveva detto “arrivederci” e non “addio”. Ma la guerra non tiene conto dei sogni di nessuno. Mirna oggi canta, ha realizzato in parte il suo sogno, ma non vede i suoi genitori e i suoi amici da quell’ultimo “ciao”. Per aiutare chi come lei arriva in Italia e non conosce la lingua fa la mediatrice culturale. È qui che Mirna conosce le storie di tante donne meno fortunate di lei. “Vivendo a Damasco, una città più aperta, non immaginavo cosa potesse accadere in alcune periferie”. Ha così conosciuto una moglie che veniva picchiata non solo dal marito, ma anche dai suoceri. Arrivata in Italia il marito ha continuato a maltrattarla. Ci è voluta pazienza e dialogo per spiegare a quest’uomo che quello che faceva era sbagliato. “Ha capito”, dice Mirna.

Non si può non pensare anche alle tante spose bambine che arrivano sulle nostre coste per sfuggire a matrimoni combinati con uomini molto più grandi di loro, vittime di sfruttamento. L’associazione Terre des Hommes, che sarà presente durante le repliche dello spettacolo – allo Stabile di Genova dal 28 al 30 aprile – , conferma come questa sia un’emergenza. Per questo, dice Federica Giannotta, responsabile diritti dei minori dell’associazione: “È fondamentale una prima accoglienza competente e ben strutturata, che come Terre des Hommes stiamo cercando di portare avanti”. E “un festival come il Suq è importante, per ribadire concetti chiavi come l’attenzione al migrante bambino“.

Ma nessuno deve sentirsi in diritto di “scagliare la prima pietra”, stando alle statistiche di violenze e femminicidi, in Italia e in Europa. I centri antiviolenza, stanno facendo un grande lavoro ma non basta. Quelli di Genova saranno partner della Maratona Suq e si potranno avere contatti, informazioni utili, da diffondere per aiutare chi può fermare la violenza anche solo con una telefonata. Tutti, uomini e donne, possono diventare artefici di una nuova cultura. Nei giorni di Pasqua vengono in mente le parole di Don Andrea Gallo, grande amico del Suq: “La Pasqua è resurrezione, ciascuno di noi è protagonista per costruire un mondo migliore“.

Nella foto Mirna Kassis, Carla Peirolero foto di G. Cavallo

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