Dio strabenedica Valeria Bruni Tedeschi, eccelsa attrice (ma questo lo si sapeva già) e ieri sera salvatrice in extremis della cerimonia di premiazione dei David di Donatello. Senza il suo strampalato e irresistibile discorso di ringraziamento dopo aver vinto il premio come migliore attrice protagonista, la serata che celebra il cinema italiano sarebbe stata archiviata come una noiosissima liturgia funebre. Non che bastino i ringraziamenti strani a Franco Basaglia, agli ex compagni dell’attrice, a Natalia Ginzburg e alla “povera psicanalista” a farci dimenticare uno spettacolo misero assai, televisivamente palloso e tecnicamente mediocre.

Ora, la colpa di chi è? Gli indiziati sono tre: Sky e in generale il mezzo televisivo; la platea imbalsamata degli Studios sulla Tiburtina, che sembrava uscita direttamente da un film di zombie firmato Romero; lo stesso cinema italiano, che è quello che è, si sopravvaluta da solo e fa quello che può (poco) quando si vuole dare vesti californiane. Per quanto riguarda Sky, in realtà c’è da dire che lo scorso anno era andata molto meglio. Forse perché reduci da anni di catalessi made in Rai, ma nel 2016 i David erano stati più divertenti, più brillanti, anche Alessandro Cattelan (che comunque ieri sera se l’è cavata) era molto più in forma e poteva contare su una scrittura di testi e sketch di livello superiore. Dunque, il colpevole non è Sky, o perlomeno non è solo Sky, che ha dimostrato di saper svecchiare i David e che quest’anno, questo è indubbio, poteva fare di più.

La platea ha una enorme fetta di responsabilità, visto che si è dimostrata totalmente incapace di recepire i pur minimi input che arrivavano dal palco. Ma quella platea, ricordiamolo sempre, è composta dai soliti club di cinematografari capitolini, engagé anzicheno ma vittime della solita dicotomia romana: meglio il cinema d’essai con pochi spettatori ma tanta arte e impegno o la carbonara che li stava attendendo subito dopo la premiazione? Figuriamoci se si fanno entusiasmare da uno spettacolo “televisivo” (che poi era ben poco entusiasmante, in verità).

Il terzo indiziato coincide in larga parte con il secondo, visto che quasi tutto il cinema italiano che conta era lì, in sala, ad applaudire tiepidamente persino David Lang, perché è americano e probabilmente vive a New York o a Los Angeles, mica al Pigneto. Il cinema italiano, dicevamo, ha dimostrato ancora una volta quanto sia provinciale e autoreferenziale, noioso e annoiato. E niente spiega meglio questi difetti congeniti come la dichiarazione di Matteo Rovere, regista di “Veloce come il vento”, che durante il filmato di presentazione del suo film ha detto quanto segue: “Quando dicono che sembra un film americano, per me è un’offesa”. Ecco, non c’è altro da aggiungere. In pochissime parole abbiamo spiegato il peccato originale del cinema di casa nostra. Che sarà pure giovane e rinnovato, ma continua ad avere una insopportabile e immotivata puzza sotto il naso e un senso di superiorità che fa ridere nei confronti dei colleghi americani. Una spocchia evidentemente farlocca, che si è sbriciolata di colpo quando, a un certo punto, una delle attrici chiamate a premiare ha citato il grande regista americano MARTIN SCONZESE. Sipario.

Lo show televisivo di ieri sera è stato piuttosto deludente, dicevamo. Alessandro Cattelan poteva fare di più (e lo scorso anno ha decisamente fatto di più), gli ospiti chiamati a premiare sembravano mummie del Museo Egizio di Torino (con due piacevoli e divertenti eccezioni: Gabriella Pescucci e Maccio Capatonda), la regia è stata a tratti imbarazzante, con gente che impallava le camere e altre sbavature che in eventi del genere non dovrebbero semplicemente esistere. Anche i testi sono stati più scarsi del 2016, a cominciare dallo sketch di apertura (pur con qualche spunto divertente e autoironico). E i 45 secondi destinati ai ringraziamenti non andavano bene affatto, soprattutto se i premiati continuano a lamentarsene. Per fortuna, alla fine è arrivata Valeria Bruni Tedeschi che, infischiandosene dei 45 secondi, ha dato sfogo a una spontaneità che è completamente mancata in tutta la premiazione, confermando ancora una volta che noi italiani non possiamo fare gli americani e che il cinema italiano non è il cinema americano. E questo, sia chiaro ai cinematografari di casa nostra, non è un vanto. Tutt’altro.