L’Eni ha chiuso il 2016 con una perdita netta di 1,464 miliardi, dopo il rosso di 8,778 miliardi registrato nel 2015. Nel quarto trimestre dello scorso anno il gruppo petrolifero partecipato dal Tesoro è tornato all’utile (per 460 milioni), ma non è bastato per risollevare la performance dell’intero esercizio. Il Cane a sei zampe, il cui consiglio di amministrazione martedì ha approvato i risultati preliminari 2016, ha fatto sapere anche che l’indebitamento finanziario netto al 31 dicembre 2016 è risultato pari a 14,78 miliardi di euro, 2,09 miliardi in meno rispetto al 2015, per effetto sia del “flusso di cassa netto da attività operativa di 7,67 miliardi” sia “del closing dell’operazione Saipem con un incasso netto di 5,2 miliardi”. A valle della ricapitalizzazione della società dei gasdotti, infatti, Eni ha potuto “deconsolidare”, cioè non deve più iscrivere nel proprio bilancio il maxi debito della controllata guidata da Stefano Cao.

Sempre nel 2016 il gruppo ha pagato agli azionisti, tra cui il ministero dell’Economia che detiene il 4,34% direttamente e il 25,76% attraverso Cassa depositi e prestiti, 2,88 miliardi di dividendi tra saldo per il 2015 e acconto sul 2016, esercizio per il quale sarà proposta la distribuzione di una cedola di 80 centesimi di euro per azione. Il risultato 2016, spiega la società, riflette essenzialmente il “moderato recupero” dello scenario petrolifero nella seconda parte dell’anno, “incorporato nella revisione al rialzo della previsione di prezzo di lungo termine del Brent a 70 dollari rispetto ai precedenti 65 dollari” adottata dal management ai fini delle proiezioni del piano 2017-20.

L’amministratore delegato Claudio Descalzi, per il quale i pm di Milano l’8 febbraio hanno chiesto il rinvio a giudizio per corruzione internazionale in Nigeria, in una nota ha commentato scrivendo che “con questo bilancio si chiude un triennio durante il quale Eni ha completato un processo di profondo cambiamento che ha consentito di affrontare un contesto tra i più difficili nella storia dell’industria oil&gas, rilanciando le prospettive di crescita e preservando la solidità patrimoniale del gruppo”. Poi ha confermato “per il futuro la nostra politica di remunerazione crescente in funzione dell’atteso miglioramento dello scenario e degli utili”. Il suo mandato però sta per scadere e il Tesoro, anche tenendo conto dell’inchiesta che lo riguarda, è chiamato a decidere i nuovi vertici nei prossimi giorni in vista dell’assemblea del 13 aprile, convocata per deliberare sull’approvazione del bilancio e l’attribuzione dell’utile nonché appunto sulla nomina degli organi sociali, sul piano di incentivazione di lungo termine 2017-2019 e sulla politica di remunerazione. Descalzi, rispondendo alle domande nel corso della conferenza stampa, ha affermato che “non c’è nessun impatto in Nigeria” rispetto all’inchiesta in corso sul blocco Opl245, “di nessun genere”. Ma a fine gennaio un giudice nigeriano ha disposto che il giacimento venga trasferito in via cautelare al governo mentre proseguono le indagini.