Su La La Land se ne sono dette di ogni, chi pro chi contro: chi lo ha profondamente amato, chi invece lo ha detestato fin dai primissimi frame e dalle primissime note. Da una parte come dall’altra quella che è mancata è stata, come spesso accade, l’argomentazione. Perché piace? Perché non piace? Perché le musiche, a detta di molti, sarebbero quel niente di ché ad oggi pienamente smentito da ben due statuette conquistate agli Oscar? Non che gli Oscar siano di per sé l’indiscusso ago della bilancia qualitativa del cinema, e di esempi, a conferma di ciò, ne avremmo non pochi. In questo caso però il sommo riconoscimento cinematografico ha fatto centro: miglior Colonna sonora e miglior Canzone originale, queste le candidature che le musiche di Justin Hurwitz sono riuscite a trasformare in oscar, andando così a sgonfiare di colpo le enormi bolle d’aria viziata riempite dalle parole di una sedicente critica che di critico, spesso, possiede solo il proprio epiteto.

Spieghiamo dunque alcuni dei motivi per cui quelle musiche meritavano di stravincere agli Oscar, entrando così di diritto negli annali della produzione di musica per film.

Partiamo dal primissimo punto fermo: il “sinfonismo” che brani come Another day of sun, Someone in the crowd, A lovely night e Planetarium presentano all’ascoltatore non è affatto di facciata, non è affatto quel tipico sinfonismo hollywoodiano tutto archi e niente arrosto. La tessitura timbrico-orchestrale di questi brani è di grande spessore, complessa ma al contempo fruibile, densa e comprensibile insieme. Seconde, terze e quarte melodie, incessanti spunti motivici a mò di pennellate impressioniste, costanti crescendo e diminuendo e continui rimbalzi tematici tra le varie famiglie orchestrali sono solo una parte delle mille invenzioni da cui derivano il grado di emozione e bellezza che queste musiche sono capaci di trasferire allo spettatore.

Un gran risultato che è anzitutto frutto del sapiente grado di scrittura di un compositore come Hurwitz che, a costo di collocarsi al di fuori dai canoni classici del musical e apparire poco allineato, realizza un lavoro, nel suo complesso, molto più suonato che cantato, una colonna sonora nella quale gli strumenti, l’orchestra e le continue invenzioni melodico-motiviche e timbrico-armoniche trovano uno spazio, a scapito delle voci, spesso inusuale per le regole acquisite dalla tradizione di genere.

La musiche del film di Damien Chazelle sono, in termini sonori, l’esatta traduzione di quella dimensione di profonda solitudine che, prima ancora dei due protagonisti e dell’intera vicenda filmica, nutre l’uomo moderno: le voci si assottigliano e, eccezion fatta per Another day of sun, unico brano in cui emergono vere e proprie masse corali, compaiono solo a sprazzi e in modo sempre molto discreto. I pezzi concertati, tipica cifra stilistica del grande musical di tradizione, scompaiono del tutto. A sopravvivere sono solo due duetti, neanche a dirlo interpretati dalle due solitudini protagoniste, Ryan Gosling ed Emma Stone: il primo in A lovely night, il secondo, timido e quasi imbarazzato, viene intessuto dai due amanti nella parte centrale del brano forse più commovente dell’intera vicenda filmica, City of stars: su un inciso motivico del pianoforte si dipana prima la voce di lui, poi quella di lei, infine insieme, sofferenti e gioiose al tempo stesso, sole e insieme nel medesimo arco temporale.

Povertà creativa? Neanche per sogno: a rendere queste musiche, oltre che belle ed emozionanti, uniche, è la totale aderenza, come dicevamo sopra, alle intenzioni filmiche, allo spirito che regna nella pellicola di Chazelle. Sono musiche dunque estremamente funzionali alla vicenda narrata, e la funzionalità drammaturgica è la primissima qualità per qualsiasi musica voglia commentare, interpretare, animare una scena, teatrale o filmica che sia. La fusione dei linguaggi è poi ciò che rende La La Land un musical perfetto: il jazz addomesticato di Hurwitz è infatti il vestito di suoni che il compositore cuce intorno alla figura e alla vicenda umana del protagonista maschile, musicista jazz che sceglie, suo malgrado, di darsi alla musica di grande comunicazione, di grossa fruizione. Per poi, infine, farvi ritorno, così come chiunque senta forti le proprie radici torna infine nella dimora natale.