Al tradizionalmente “politico” Festival di Berlino quest’anno trionfa, a sorpresa, il cinema della poesia, intima ma assai potente. A portare a casa l’Orso d’oro della 67ma Berlinale è infatti la regista ungherese Ildikó Enyedi con il suo lirico, toccante e intelligente Teströl és lélekröl (On Body and Soul, Sul corpo e sull’anima), il racconto di due anime che s’incontrano nel sogno prima di permettere ai loro corpi di sfiorarsi e alle loro vite di essere condivise.

“Il nostro è un film semplice come un bicchiere d’acqua ma allo stesso tempo è rischioso, perché ci vuole un cuore generoso per accoglierlo, altrimenti non arriva”, dichiara emozionata la regista nata a Budapest nel 1955, già maestra di un filone femminista ad alto livello. Sembrava volerlo annunciare sotto “tra le righe” il direttore artistico Dieterk Kosslick che a vincere quest’anno il suo festival sarebbe stata la poesia, giacché – ha detto in apertura di cerimonia – “salvare la poesia del mondo equivale a salvare il mondo stesso”.

Non è la prima volta per l’Ungheria a salire sul podio più alto della Berlinale: un’altra donna, Màrta Mészàros, nell’ormai lontano 1975 aveva trionfato con Adozione. E un altro film poetico, forse il più applaudito del concorso e Orso d’oro per acclamazione, si è invece meritato quello d’Argento per la miglior regia: si tratta del bellissimo The Other Side of Hope di Aki Kaurismäki, che naturalmente non si è sottratto dal tradizionale show comico: invece di salire sul palco a ricevere il premio, il cineasta finlandese è rimasto al suo posto e ha fatto scendere Kosslick con tanto di Orso in consegna “a domicilio”.

Dopo la standing ovation del pubblico divertito, Aki ha preso la statuetta e l’ha usata come microfono per ringraziare. “Ladies and gentlemen thank you very much” si è limitato a pronunciare. Ben più lontano della Finlandia e cioè nella tumultuosa Kinshasa capitale della Repubblica Democratica del Congo, cuore inquieto dell’Africa equatoriale, è finito l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria: a riceverlo è stato Alain Gomis, parigino ma di evidenti origine africane mescolate fra Guinea-Bissau e Senegal, per il suo Félicité. Un film molto intenso, anch’esso non privo di poesia – specie musicalmente – che non nasconde le durezze della quotidianità in un mondo veramente poco noto all’Occidente. Molto del valore della pellicola si deve alla vibrante interpretazione dell’attrice Véro Tshanda Beya nei panni della protagonista Félicité.

Un’interessante scelta di Paul Verhoeven (presidente di giuria) e dei suoi colleghi è stata quella di premiare la veterana polacca Agnieszka Holland – classe 1948 – con l’Orso d’Argento Alfred Bauer Prize per le nuove prospettive: nel suo Pokot si evince il suo consueto tentativo (riuscito) di rompere i canoni della tradizione verso un cinema sovversivo sotto vari punti di vista. Meno condivisibili sono i premi per le interpretazioni: per quella femminile alla giovane sudcoreana Kim Minhee diretta dal regista cult Hong Sangsoo in Bamui haebyun-eoseo honja (On the Beach at Night Alone) mentre quella maschile al tedesco Georg Friedrich protagonista di Helle Nächte di Thomas Arslan, una delle opere più modeste dell’intero concorso.

Al cileno Sebastián Lelio per il suo buon Una mujer fantàstica è andato l’Orso d’argento per la sceneggiatura: in realtà per questo titolo la punta di diamante era l’attrice, rimasta ingiustamente a bocca asciutta, la transgender Daniela Vega nei complessi panni di una trans alle prese con un incidente che la mette a dura prova. L’ultimo premio della lista – l’Orso d’argento per il miglior contributo tecnico – va al montaggio del film più bello della competizione accanto alle opere di Kaurismaki e della neo Orso d’oro Enyedi; si tratta di Ana, mon amour del romeno Călin Peter Netzer. Forse avrebbe potuto vincere il massimo riconoscimento se questo non fosse già accaduto nel 2012 fa con il dirompente A Child’s Pose.

Cerimonia vivace ma sempre perfettamente snella e nei tempi, la serata di premiazione di Berlinale 67 ha visto solo un momento “esplicitamente” politico nelle parole della regista americana Laura Poitras (premio Oscar nel 2014 per il suo eversivo documentario Citizenfour girato su e “con” Snowden) che ha sferzato un duro attacco verbale a Donald Trump, in riferimento alla sua nota posizione “contro la stampa”. La Poitras ha sottolineato quanto la comunità di chi fa il cinema sia all’unanimità contro i nazionalismi, “with no exclusions”.