di Stefano Manganini

La madre superiora nella casa di Playboy“. Così l’Economist definisce l’incontro alla Casa Bianca tra il nuovo presidente americano Donald Trump e la prima ministra britannica Theresa May. Un incontro dall’esito inaspettato visto che i due leader non potrebbero essere caratterialmente l’uno più diverso dall’altro. Da una parte l’esuberante miliardario americano e dall’altra la sobria e meticolosa prima ministra britannica che, sebbene non abbia mai mostrato una particolare simpatia per il primo, ne ha ora bisogno per portare avanti l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Trump, infatti, sembra l’unico personaggio influente sullo scenario mondiale ad esserle rimasto amico nell’arduo cammino sulla via della Brexit.

Tuttavia, la May in una intervista tv del 22 gennaio, si è trovata in imbarazzo quando le sono state poste questioni riguardanti le posizioni del neopresidente americano in materia di Nato, protezionismo e sui suoi comportamenti nei confronti del gentil sesso.

Il miliardario americano da mesi assicura che la stesura di un accordo commerciale tra Stati uniti e Gran Bretagna sarebbe cosa di pochi mesi ma, ovviamente, si astiene dal fornire maggiori dettagli in base al come e al quando. Nonostante i sorrisi di Trump e il recente discorso della May è al momento difficile capire come la Gran Bretagna si aspetti di stipulare accordi favorevoli tanto con gli Stati Uniti quanto con l’Unione Europea. I due paesi sono infatti rispettivamente mercati da 300 e 500 milioni di persone ed è quindi difficile credere che un Regno Unito isolato e dipendente da un Commonwealth allo sfascio, sia in grado di imporsi oltreoceano e oltremanica. E’ naturale infatti che le economie più grandi abbiano maggiore potere nel definire i termini di un accordo commerciale.

Da notare, inoltre, che il peso specifico della Gran Bretagna tra i paesi del Commonwealth è stato profondamente ridimensionato, sia a livello politico che economico, dall’ascesa di paesi come l’India, Sud Africa e Canada, anch’essi membri dell’organizzazione. Quella che era la nazione colonizzatrice per eccellenza si troverebbe ora ad essere percepita, nel migliore dei casi, alla pari degli altri membri rendendo impossibile ogni atto di forza politica.

Sembra che i sudditi di sua maestà stiano creando il vuoto intorno a loro stessi nel tentativo disperato di ristabilire quell’antico prestigio che non sembrano voler accettare di avere perso. Questa strategia è però un gioco estremamente pericoloso vista la totale dipendenza da Trump e dai suoi Stati Uniti d’America isolazionisti che, in ogni momento, potrebbero scaricare lo storico alleato britannico qualora quest’ultimo non si decidesse ad accettare le condizioni imposte dalla Casa Bianca. Insomma, quella Brexit che sarebbe dovuta servire a riprendere il controllo sul proprio paese sembra avere avuto l’effetto di lasciare ai politici britannici solo l’opzione di prostrarsi all’alleato americano.

Suonano fuori luogo le parole di Theresa May quando minaccia di volere dare un taglio alle relazioni tra Gran Bretagna e l’Intelligence americana dopo che questa, è notizia di oggi, sembra avere ricevuto dal presidente americano il nulla osta per la riapertura i Black Sites – strutture di detenzione (e tortura) per i sospettati di terrorismo. Una manovra di questo tipo corrisponderebbe all’isolamento quasi totale del paese.

C’è molta confusione nel Regno Unito e forse è arrivato il momento che i britannici si rendano conto che, usando le parole di Doris Lessing, un tempo “l’idea che l’Impero Britannico potesse finire era assolutamente inconcepibile. Eppure è scomparso, come tutti gli altri imperi”. Ora il nostro impero è l’Europa stessa che, pur con tutti i suoi difetti, faremmo meglio a tenerci stretta.

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