Il dibattito pubblico sull’italica corruzione va concentrandosi in questi giorni soprattutto su questioni di toponomastica. All’ordine del giorno vi è infatti la questione se si debba o meno onorare con l’intitolazione di una pubblica strada la memoria del pluripregiudicato ex-presidente del consiglio Bettino Craxi, deceduto da latitante in Tunisia dopo essersi sottratto alla giustizia italiana che ne aveva accertato il ruolo di artefice e “utilizzatore finale” di un meccanismo di capillare prelievo di denaro pubblico. Come accertato dai magistrati, infatti, per oltre un decennio qualsiasi rigagnolo di spesa intercettato dagli emissari del partito socialista era decurtato di una quota di tangenti destinata ai suoi vertici.

Lo stesso Craxi a un certo punto aveva intuito che per minimizzare il rischio penale era opportuno che le principali imprese nazionali trasformassero le mazzette in una “tassa” annuale svincolata dalle singole gare, condizione necessaria per accedere al grande banchetto degli appalti. E’ poi entrato nella storia del malaffare italiano il discorso alla Camera del 3 luglio 1992 con il quale l’allora segretario del Psi rivendicava la conoscenza condivisa della natura “irregolare o illegale” di quelle modalità di finanziamento, giustificabili in quanto generalizzate tra le forze politiche, tutte ugualmente ricattabili: “Non c’è nessuno in quest’aula (…) che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo” – in effetti tutti restarono seduti e silenti.

Non sarebbe facile spiegare natura e retroscena di un simile dibattito a un osservatore straniero, magari originario di uno di quegli strani Paesi europei dove è sufficiente l’evidenza del plagio di un capitolo di tesi di dottorato o il mancato pagamento dei contributi alla colf per indurre alle dimissioni un ministro e sancirne la definitiva eclissi politica. Con un interessante corto circuito, proprio il 19 gennaio è stato pubblicato il quarto rapporto sull’Italia del Gruppo di Stati contro la corruzione (Greco) del Consiglio d’Europa che, come nelle precedenti relazioni, opera un minuzioso screening delle nostre politiche anticorruzione. A partire dal 2009 gli esperti del Greco hanno messo in risalto come agli indubbi progressi – l’istituzione di un’Autorità anticorruzione degna di questo nome, ad esempio – abbiano fatto da contraltare il persistere di lacune, omissioni, amnesie. L’ultimo rapporto presenta un quadro impietoso dei punti deboli delle politiche anticorruzione presso due categorie talvolta defilate: parlamentari e magistrati.

Il Parlamento italiano ha introdotto per tutti i dipendenti pubblici un codice di condotta e previsto l’obbligo di restrizioni successive all’impiego nell’amministrazione dello Stato, eppure non ha avvertito con analoga sollecitudine l’esigenza – e, si potrebbe aggiungere, il senso di coerente responsabilità – di dotarsi di regole equivalenti per i propri componenti, che si trovano così in modo formalmente lecito le mani (e le tasche) libere. Il Greco affonda il coltello nelle pessime abitudini di parlamentari a libro paga delle varie lobbies– da quella del gioco d’azzardo a quella dei petrolieri o dei venditori d’armi – e nella loro capacità di riciclarsi come procacciatori d’affari. Vi sono poi ulteriori raccomandazioni rivolte all’altra “casta”: quella dei magistrati, cui ugualmente viene imputato uno scarso rigore nell’elaborazione di adeguati codici etici.

Infine, con la leggerezza che solo uno sguardo “alieno” può concedersi, gli esperti del Greco rilevano l’anomalia italiana del persistere di “porte girevoli” tra la carriera in magistratura e l’impegno politico. Non si scherza, ci rammenta il Consiglio d’Europa, con i fondamentali principi di indipendenza e imparzialità – anche percepite – del potere giudiziario. Si tratta di valori compromessi dallo spettacolo di magistrati che sfruttano la notorietà mediatica acquisita con le loro inchieste per conquistare consensi a livello locale e nazionale, e per giunta possono contare – in caso d’insuccesso elettorale – sul ritorno al confortevole ovile della prestigiosa e ben retribuita posizione in magistratura. Per questo occorrerebbero norme rigorose d’incompatibilità – non reversibile – tra i ruoli nel potere giudiziario e l’impegno politico.

Il 30 aprile 2018 è il termine che il Greco ha posto alle autorità italiane per riferire in merito all’adozione di misure utili a raccogliere le sue raccomandazioni. Dato il calore bipartisan che sostiene la causa della riabilitazione di Craxi nel dibattito sulla toponomastica della corruzione si potrebbe suggerire agli osservatori europei di accompagnare quel riscontro con un computo delle strade che saranno intitolate all’ex leader socialista o ad altri misconosciuti eroi della tangentopoli italiana. C’è almeno da sperare che si tratti di viuzze poco illuminate, frequentate da scippatori e borseggiatori.

Aggiornato da Redazione Web il 24/01/2016 alle ore 12.30