Alla fine l’ha capito anche Massimo D’Alema a differenza del plotone dei pasdaran renziani, che continua imperterrito a presidiare i salotti televisivi ed il web, tanto esecrato a parole, per demonizzare il “populismo montante” ed il movimento che ne sarebbe la manifestazione più eclatante: niente più di un algoritmo, come sostiene l’ex presidente del Consiglio.

Nell’intervista al Corriere della sera, quello che fu il presidente della Bicamerale ribalta nei confronti di Renzi la frase profetica di Nanni Moretti: “Ormai è chiaro che con lui non vinceremo mai”. Massimo D’Alema tocca anche un punto essenziale e sfida l’ottusa cecità del Pd renziano. Sul post-Gentiloni non ha dubbi e senza perifrasi prevede che il Pd e Berlusconi “non avranno i numeri per fare nessun governo”, per il semplice motivo che tra il Pd ed il suo elettorato si è consumata “una rottura sentimentale” e che la “mano tesa” di B., per difendere come sempre il suo impero, questa volta da Vivendi, non intercetta “il sentimento dell’elettorato di centrodestra”. Quanto alla guerra permanente nei confronti degli avversari più temibili, e cioè il M5S, osserva banalmente, ma in controtendenza al tabù imperante nel Pd e in molta parte della sedicente sinistra, che “anziché deprecare il populismo cercando di delegittimare i nostri competitori politici, dovremmo cercare di metterci in sintonia con il popolo”.

Poi, colui che ha dato prove insuperate di tatticismo da politica politicante, mette insieme i dati sul gradimento degli amministratori locali per concludere che il Pd renziano sta perdendo platealmente il primato del governo locale, storicamente un punto di forza del suo partito: se “la Raggi paga a caro prezzo i legami con ambienti della destra romana” l’Appendino è considerata il miglior sindaco d’Italia e tra governatori primeggiano due leghisti.

Eppure non occorrerebbe la mente “acuminata” di D’Alema né il suo “dente avvelenato” per le reali o presunte mortificazioni subite nell’era ruggente della rottamazione per capire quanto sia alla fine controproducente, nonostante l’imponente avallo mediatico, una campagna permanente di delegittimazione con qualsiasi strumento, anche estraneo alla politica, da parte di un partito come il Pd che, soprattutto per bocca di Renzi, è ritornato a mettere al primo posto “il primato della politica”.

Quella in cui si ostina il Pd che continua a riconoscersi in Renzi, anche dopo l’inesorabile richiamo alla realtà del 4 dicembre, è un’offensiva a tutto campo che ignora i dati reali, gonfia in modo esasperato le pecche, le incongruenze e le giravolte imbarazzanti di un movimento che ha iniziato da un tempo relativamente breve il suo percorso istituzionale. E con l’obiettivo di far rotolare qualche testa particolarmente “esposta” nella speranza di mettere fuori gioco definitivamente il M5S c’è chi, non si sa bene se per conto del Pd o a titolo personale, come ha precisato Matteo Richetti, si è aggrappato invano e infondatamente alle vie giudiziarie per togliere di mezzo un sindaco eletto legittimamente dai cittadini, come ha stabilito la prima sezione del tribunale civile di Roma. Non occorreva essere dei giureconsulti per rilevare la mancanza di titolarità dei ricorrenti e l’insussistenza della pretesa violazione della legge sulle logge segrete alla base del ricorso presentato dal duo piddino Monello-Cirinnà per dichiarare incandidabile Virginia Raggi, rea di aver sottoscritto un codice di comportamento a tutela degli elettori con i garanti del M5S.

Paradossalmente tutto la mole di accanimento gratuito e a prescindere finisce per produrre un effetto di progressiva impermeabilità dell’elettorato “grillino” a cui il sistema politico-mediatico si interessa solo per incasellarlo a “destra”o al “centro” o per unirlo a quello leghista in un’alleanza molto evocata (dai media) e altamente improbabile. Tanto il caso Alde, che ha portato per giorni al centro dell’informazione il Parlamento europeo, una delle istituzioni più ignorate di sempre, come i guai di Virginia Raggi enfatizzati oltre misura non hanno secondo i sondaggi danneggiato il M5S che rimane il primo partito con il 30,9%.

Forse sarebbe ora di prenderne definitivamente atto e di interrogarsi sul perché il M5S erode consensi nel centro sinistra tra classe operaia ed operai e nel centrodestra tra artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che “una volta erano mondi diversi” e ora sono accomunati da analoghe “situazioni di frustrazione”. Finché nel Pd si baloccheranno con la cacciata della Raggi per il contratto da loggia segreta e B. si divertirà a irridere come “meteorine” Di Maio e Di Battista, Grillo si potrà permettere acrobazie europee di ogni genere e qualsiasi professione di simpatia per un “personaggino” come Putin, senza perdere un voto.