In principio c’era la Ford, e il suo piano d’investimenti in Messico. Per la nuova fabbrica di San Luis Potosi’ erano stati stanziati 1,6 miliardi di dollari, ma il progetto è stato cancellato dopo la minaccia del neo presidente Trump di imporre dazi altissimi sulla produzione messicana dell’Ovale Blu destinata ai consumatori americani. Nonostante l’ad Ford Mark Fields giusto un mese fa avesse dichiarato che era troppo tardi per fermare il piano…

Alla fine l’ha avuta vinta lui, dunque, il vecchio Donald. Anche perché Ford ha pure destinato parte di quei soldi, circa 700 milioni di dollari, all’ampliamento della fabbrica “americanissima” di Flat Rock. E se n’è pure vantato con un tweet dal sapore, ancora, di campagna elettorale: “Ford cancella fabbrica in Messico, investe in Michigan grazie alle politiche di Trump”. Naturalmente, dal quartier generale Ford si sono affrettati a dire che le cose non stanno così, e che il cambio di rotta è frutto di diverse “scelte di mercato”.

Gli slogan, del resto, a Trump non sono mai mancati. Solo che ora a quelli minaccia di far seguire i fatti. E il comparto automotive americano ben si presta a fare da esempio per le sue politiche protezionistiche. La Stella Polare è quel suo “comprare americano, assumere americano”, che qualche apprensione la sta creando.

Dopo Ford, è stata la volta di General Motors, rea di “vendere ai concessionari americani un modello di Chevrolet Cruze fabbricato in Messico, esentasse”. E proprio mentre la fabbrica Gm di Lordstown, in Ohio, sta per cancellare un turno di lavoro (e tagliare 1.200 lavoratori) a causa del calo di vendite della Cruze berlina. “Faccia (le auto, ndr) negli Usa o paghi pesanti tasse doganali!”, anche in questo caso l’anatema ha preso la forma di un cinguettio.

General Motors, che tutto sommato rimane sempre la più grande azienda automobilistica yankee con ben il 19% della sua produzione dislocato in Messico, non si è (apparentemente) scomposta più di tanto, e in una nota ha fatto sapere che in lì viene prodotta solo la Cruze hatchback destinata principalmente “ai mercati globali, con un piccolo numero venduto negli Usa”.

L’ultimo attacco, in ordine di tempo, arriva a pochi giorni dal salone dell’auto più importante degli Usa, quello di Detroit. Il bersaglio stavolta ha gli occhi a mandorla, ma toni e modalità restano gli stessi: “Toyota dice che costruirà un nuovo impianto a Baja, in Messico, per costruire le auto Corolla per gli Stati Uniti. Assolutamente no! Fate la fabbrica negli Stati Uniti o pagate una tassa alta alla dogana”. Toni distensivi da parte del presidente Akio Toyoda, che ha sottolineato quanto sia importante per Toyota mantenere buone relazioni con Trump. Basteranno? Ma soprattutto, a chi toccherà il prossimo cinguettio al veleno del presidente?