Chi ha conosciuto Tullio De Mauro, morto a Roma ad 84 anni, lungo il “secolo breve” di un’Italia arretrata e rinata grazie al rinnovato apprendimento della lingua italiana nel dopoguerra, ha sempre ricordato come il professore, che di sintassi, parole e del loro senso aveva edotto il nostro paese, non avesse mai acquistato e comunicato con un telefonino. Nessun vezzo anticonsumistico. Solo un semplice ragionamento filosofico: a non esserne schiavi si guadagna tempo, altrimenti “le sollecitazioni alle conversazioni sarebbero tante”. Linguista attento e scrupoloso, sorta di antropologo del sapere con l’obiettivo di comprendere soprattutto l’impatto sociale che la lingua aveva tra gli italiani, De Mauro, padre chimico e madre matematica, era nato a Torre Annunziata nel 1932. Studi ginnasiali al Giulio Cesare di Roma, laureato in Lettere Classiche sempre a Roma nel 1956, iniziò la sua reale carriera accademica come professore incaricato di Filosofia del linguaggio nella Facoltà di lettere dell’Università di Roma nel 1961, poi nel 1967 vincitore del primo concorso di Linguistica Generale con insegnamento all’ateneo di Palermo. Per riportare ogni incarico universitario  avuto in 50 anni di carriera ci vorrebbe un’enciclopedia. Ci limitiamo a ricordare che dal 1974 al 1996 è stato ordinario di Filosofia del linguaggio nella Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Roma La Sapienza.

Fondamentali i due volumi Storia linguistica dell’Italia unita (prima edizione nel 1963 per Laterza) e poi il più esauriente lemmario della nostra lingua, il Grande dizionario italiano dell’uso (1999, Utet), ampio progetto di sei volumi curato da De Mauro. Poi ancora di recente Storia linguistica dell’Italia repubblicana (Laterza, Bari 2014) dove si analizzano nuovamente i problematici dati riferiti all’analfabetismo strutturale (totale incapacità di decifrare uno scritto) e soprattutto di quello funzionale (incapacità di passare dalla decifrazione e faticosa lettura alla comprensione di un testo anche semplice) nell’arco degli ultimi 50 anni in Italia, tema approfondito dal linguista in molte sue opere. “Dopo avere acquisito buoni, talora eccellenti livelli diliteracy e numeracy in età scolastica, in età adulta le popolazioni sono esposte al rischio della regressione verso livelli assai bassi di alfabetizzazione a causa di stili di vita che allontanano dalla pratica e dall’interesse per la lettura o la comprensione di cifre, tabelle, percentuali”, spiegava in un’intervista del 2014 De Mauro.

“Ci si chiude nel proprio particolare, si sopravvive più che vivere e le eventuali buone capacità giovanili progressivamente si atrofizzano e, se siamo in queste condizioni, rischiamo di diventare, come diceva Leonardo da Vinci, transiti di cibo più che di conoscenze, idee, sentimenti di partecipazione solidale”. Nel 2012 chiacchierando con Bruno Simili de Il Mulino parlava di “dati catastrofici per l’Italia (…) osservando il comportamento dinanzi a sei questionari graduati – uno di primo accesso e poi cinque di crescente complessità – e vedendo come gli interpellati rispondono, se rispondono, a richieste di esibire capacità di lettura e comprensione, scrittura e calcolo”. “Un 5% della popolazione adulta in età di lavoro – quindi non vecchietti e vecchiette, ma persone tra i 14 e i 65 anni – non è in grado di accedere neppure alla lettura dei questionari perché gli manca la capacità di verificare il valore delle lettere che ha sotto il naso”, affermava il professore. “Poi c’è un altro 38% che identifica il valore delle lettere ma non legge. E già siamo oltre il 40%. Si aggiunge ancora un altro 33% che invece legge il questionario al primo livello; e al secondo livello, dove le frasi si complicano un po’, si perde e si smarrisce: è la fascia definita pudicamente a rischio di analfabetismo. Si tratta di persone che non riescono a prendere un giornale o a leggere un avviso al pubblico. E così siamo ai tre quarti della popolazione. (…) Così facendo, si arriva alla conclusione che solo il 20% della popolazione adulta italiana è in grado di orientarsi nella società contemporanea: nella vita della società contemporanea, non nei suoi problemi, beninteso”.

Liberale e laico, De Mauro divenne consigliere della Regione Lazio come indipendente nelle liste del Pci tra il 1975 e il 1980, poi assessore alla cultura nel biennio 1976-77. Dal 26 aprile 2000 al 12 giugno 2001 è stato ministro della Pubblica Istruzione nel secondo governo Amato, con i voti del centrosinistra ulivista nella sua parabola governativa discendente. La querelle politica attorno al fratello Mauro, volontario della X Mas, aderente alla Repubblica di Salò, poi prosciolto in Cassazione nel 1949 dall’accusa di crimini di guerra, lo vide sempre silenziosamente defilato rispetto alla febbrilità della cronaca. Affare che si complicò quando Mauro De Mauro, divenuto giornalista per il quotidiano L’Ora di Palermo, si occupò nel 1970 nuovamente del caso Mattei su richiesta del regista Francesco Rosi, dopo che nel 1962 aveva approfondito la strana fine dell’ex partigiano democristiano alla guida dell’Eni. De Mauro scomparì il 16 settembre 1970 e il suo corpo non venne mai ritrovato. Recentemente Totò Riina è stato assolto dall’accusa di mandante del rapimento e dell’omicidio del giornalista. “Mauro, che stava appunto lavorando al materiale per il film di Rosi su Mattei, commise un errore frutto della sua ingenuità”, raccontò Tullio nel 2013 al Corriere della sera. “Disse a noi familiari e a molti, forse troppi amici, che aveva una notizia bomba, qualcosa di grande, enorme… Fu un clamoroso sbaglio, soprattutto in una città come Palermo. Leonardo Sciascia sintetizzò così: aveva detto le cose giuste alle persone sbagliate”.

Tullio De Mauro è stato socio ordinario dell’Accademia della Crusca e dal novembre 2007 ha diretto la Fondazione Bellonci presiedendo il comitato direttivo del Premio Strega. Sempre attento e guizzante nel riportare all’ordine e alla radice del problema ogni questione semantica della lingua italiana anche quando il rischio era quello dell’impopolarità. Davvero significativa la puntualizzazione che ricordiamo in almeno due occasioni recenti in cui ha dialogato di riforma dell’istruzione e memoria storica dell’Italia. A proposito dell’ex premier Renzi e della Buona Scuola esordì in un’intervista così: “Il primo abuso è la parola riforma. Ormai si usa per il più banale provvedimento”. O ancora sempre sul mistero sorto attorno alla fine del fratello Mauro: “Ecco, attenzione… non vorrei fare qui il linguista puntiglioso, ma suggerirei caldamente in futuro di non scrivere mai più ‘tragico incidente’ parlando di Mattei. Sarebbe una pia finzione. Fu un omicidio deliberato”.