L’anno appena arrivato potrebbe rendere il fattore Renzi un unicum nella politica occidentale, un caso da manuale. Cioè: l’astro di un leader che nasce e tramonta senza essere mai stato investito direttamente dagli elettori. Un unicum, appunto. A una condizione, però. Questa, secondo lo scenario più ottimista dello schieramento (trasversale) dei suoi avversari: il dibattito sulla legge elettorale allunga la legislatura fino alla sua scadenza naturale, ossia la fine del 2017 non la primavera del 2018; nel frattempo si tiene il congresso del Pd e una nuova maggioranza interna silura l’ex Rottamatore con un altro segretario che poi farà il candidato premier alle Politiche, magari a capo di un nuovo Ulivo o di una nuova Unione. A quel punto, al quarantenne disoccupato di Pontassieve non resterebbe altro che continuare a dedicarsi alla meditazione zen: Matteo Ren-zen.

Questo scenario da incubo è il propellente che ha spinto Renzi alla guerriglia già all’indomani dell’immane sconfitta referendaria del 4 dicembre: ossia designare un premier grigio senza velleità leaderistiche e puntare al voto anticipato nel febbraio o nella primavera del 2017, con o senza una nuova legge elettorale. Per lui il vero Capodanno sarà il 24 gennaio, quando la Corte costituzionale si esprimerà sull’Italicum, il sistema concepito per la sola Camera dei deputati nella riforma Boschi bocciata dagli elettori. A quel punto, pur di scongiurare il pericolo mortale di un logoramento senza fine, il segretario del Pd potrebbe mostrare le sue vere carte e chiedere le urne con due sistemi diversi: il Consultellum per il Senato (cioè il Porcellum già corretto dalla Consulta) e quel che resta dell’Italicum per la Camera. Da qui origina il ripetuto avvertimento del capo dello Stato a Renzi e ai renziani ortodossi, spiegato pure agli italiani nel messaggio di fine anno: “No a pasticci del genere, al voto solo con una legge omogenea per le due Camere”. Lo scontro maggiore del 2017 sarà questo, tenendo d’occhio ovviamente il dibattito parlamentare che rischia di trasformarsi in un pantano nel duello tra due “ritorni”: quello al Mattarellum (il sistema maggioritario combinato con una quota proporzionale) e quello al proporzionale stile tedesco, con una soglia di sbarramento.

In ogni caso, tramonto oppure no, le manovre tattiche di queste ultime settimane hanno segnato un punto di non ritorno per la narrazione renziana: l’ex premier potrà anche rimanere sulla scena ma non sarà mai più il veloce rottamatore circondato solo dal giglio magico, in un giovanile delirio di onnipotenza. I mille giorni di governo così come li ha vissuti, a colpi di slide e imperativi, non li rivivrà mai più. Per un motivo semplice: che sia Mattarellum o proporzionale, l’eventuale candidato premier Renzi non governerà mai più da solo, consultando solo il fedele portavoce Sensi e il fedele braccio destro Lotti. Quella fase è finita e ha provocato macerie nel Pd e in tutto il Paese. In pratica, se c’è una sciagura che il 4 dicembre ha archiviato, è quella del renzismo nella sua veste più hard e irritante. Se sopravviverà, Renzi sarà perlopiù un capetto democristiano alle prese con le difficili mediazioni di una coalizione di larghe intese. Questo se vincerà. Se poi perderà – soprattutto in caso di voto anticipato qualora si verificasse il miracolo di una legge elettorale nuova approvata nei primi due mesi dell’anno – allora si verificherà il piano bersaniano elaborato subito dopo l’ultima direzione: “A noi interessa il congresso alla fine del 2017 se poi prima si andrà alle elezioni anticipate vorrà dire che Renzi chiuderà il suo ciclo con una sconfitta elettorale”. Non solo. Nell’ipotesi che il partito del rinvio e del vitalizio riesca a vincere e a far durare la legislatura, Renzi da segretario del Pd prenderà una probabile mazzata alle Amministrative di giugno. Sarebbe la terza in tre anni, dopo le Regionali del 2015 e le Amministrative del 2016. Una serie nera ancora più cocente dopo l’illusoria fiammata delle Europee del 2014.

Considerate tutte le variabili fin qui illustrate, ecco perché l’ansia di rivincita di Ren-zen assomiglia più a una disperata e folle corsa verso il suicidio politico anziché a un progetto lucido e vincente. Ed ecco perché persino vari suoi amici gli consigliano di saltare un giro. Le prossime elezioni prevedono due vie d’uscita dal renzismo. Una grillina, l’altra della rediviva coalizione berlusconiana, in significativa ascesa negli ultimi sondaggi. Il Pd più che interrogarsi e misurarsi sui destini personali di Renzi e dei suoi farebbe bene a entrare nella carne viva dei problemi esplosi con l’ondata vittoriosa del cosiddetto “populismo”. Suscita amara ilarità, però, che adesso siano proprio Bersani e D’Alema a dirla di farla finita con “il blairismo rimasticato” e a proporre una seria e solida linea di sinistra per il Pd. Se ci sono stati convinti blairiani nel ventennio della Seconda Repubblica, tra i postcomunisti, questi sono stati proprio loro, prediligendo banche e privatizzazioni alla questione sociale. In fondo, dal punto di vista ideologico, il renzismo non ha fatto altro che completare da destra il percorso della fatidica Terza Via.