Renzi è entrato nella fase Zen. Riconosce “spietatamente”, dopo adeguata pausa riflessiva per l’insediamento del suo governo-protesi, la sconfitta: “Abbiamo straperso al sud e con i giovani”; ammette abbastanza incredibilmente di essersi sbagliato nel non essersi accorto della “politicizzazione” del voto referendario, imposta da lui prima con la gestione governativa di una riforma costituzionale e poi con il crescendo forsennato a ridosso del voto di una personalizzazione, rinnegata solo a parole, e di una delegittimazione pianificata dell’“accozzaglia” del No.

Ma 15 giorni dopo l’esito del referendum da cui è uscito sconfessato, come padre costituente, presidente del consiglio e segretario che non si è fatto scrupolo di dilaniare il partito di maggioranza per ottenere un’investitura plebiscitaria che gli italiani gli hanno sonoramente negato, unisce alla “spietata” autocritica il monito per il rischio “palude” a cui “gli amici del No” avrebbero condannato il Paese, inchiodato secondo lui a un perenne immobilismo dopo la bocciatura della riforma Boschi.

All’assemblea del suo partito che ha condiviso la sua relazione e ha relegato, per il momento, il livello più acuto e basso dello scontro alle offese volgari di Giachetti, immemore dei suoi recenti richiami al bon ton politico, nei confronti di Speranza , il Renzi Zen ha consegnato l’immagine del segretario di tutti, del politico ritornato tra la gente per “ascoltare”, del membro di una grande comunità che vuole ripartire, del quarantenne che non ha capito le ragioni dei giovani e dei suoi coetanei ma che vuole ricominciare, naturalmente da quel 41%.

Gli attacchi li ha riservati senza nominarlo al nemico di elezione Beppe Grillo e al suo movimento, accusati, tra molto altro, anche di diffondere falsità sul web, invece che scusarsi per le accuse pretestuose e infondate a proposito della hacker Beatrice Di Maio, alias signora Brunetta. E non si è dimenticato nemmeno Pierluigi Bersani, ricordato per quell'”abbiamo non vinto quando il Pd perse clamorosamente Parma al fatidico ballottaggio con Pizzarotti.

Ma la relazione di Renzi è stata “significativa” anche per le rimozioni: sulla possibile data del voto è stato possibilista e non ha fatto alcun riferimento esplicito all’urgenza espressa dagli elettori e dalle opposizioni, anche se con modalità e toni più o meno condivisibili, tanto che sul punto è intervenuto Graziano Del Rio. E nel vocabolario del Renzi che ha rivendicato come una palese discontinuità dalla Prima Repubblica e dalla “democristianità” il suo slancio a “lasciare la poltrona” non c’è più alcun riferimento alla legge elettorale più bella che tutti ci avrebbero invidiato, imposta dal governo a colpi di fiducia.

L’Italicum è uscito totalmente di scena, ora che quasi sicuramente sta per essere riscritto secondo i principi costituzionali dalla Consulta e che, una volta scongiurato il “combinato disposto” con la riforma Boschi-Verdini mantiene le due caratteristiche più sgradite: consentire la vittoria del M5S e dare la possibilità agli italiani di andare a votare in tempi ragionevolmente brevi.

Per andare avanti Renzi vuole ritornare indietro al Mattarellum che non è certamente peggiore delle leggi elettorali successive, ma è difficile capire come e perché possa trovare meno resistenze ora, in una situazione più critica e  contraddittoria, per usare un eufemismo, quando nel Paese cresce l’esigenza di esprimersi con il voto. Renzi, insieme a molti altri,  dovrebbe tenere presente che se le condizioni complessive si deteriorano ulteriormente e i tempi si allungano a beneficiarne nelle urne potrebbe non essere lui. E se dovesse perdere consensi anche il M5S, potrebbe solo aumentare l’astensione e/o farsi largo Salvini, forconi o analoghi.