Unioni Civili, no alla stepchild adoption, il Fertility day (orrore assoluto), la manifestazione di Non una di meno il 26 novembre, il supporto alle vittime di violenza di genere, riconoscersi l’un l’altr@ per le rivendicazioni collettive, la vittoria del no al referendum, le interminabili discussioni sulle riforme elettorali a beneficio di maggioranze discutibili, anzi, inesistenti.

Il linguaggio omofobico e sessista giustificato sempre con un “ma fattela una risata“. Il “Mostro Gender“, la colonizzazione culturale e il pinkwashing da parte di chi usa le rivendicazioni femministe per legittimare qualunque istituzione o industria. La vittimizzazione costante delle donne descritte come infanti da consegnare alla tutela dello Stato. La negazione del diritto alla libertà di scelta sull’uso dei nostri corpi da parte di maschilisti e sedicenti femministe, subito pronte a formulare dogmi, a imporre ruoli, a normare le nostre vite decidendo al posto nostro, di ciascun@ di noi, quel che dobbiamo fare della nostra pelle, del nostro respiro, dei nostri uteri, delle nostre vagine, braccia, bocche, lingue.

La costante inversione semantica di chi si appropria di lotte declinate con forza, grinta, e riconsegnate al pubblico come lamenti, piagnistei, urgentemente a chiedere l’intervento di alcune donne che vorrebbero parlare a nome di tutte. Del 2016 ricordo con chiarezza il tentativo di scippare il nostro diritto all’autodeterminazione da destra a “sinistra”, da uomini e donne che infine parlano lo stesso linguaggio: sessista, misogino, omofobo, razzista.

Ricordo il diritto negato a migranti che fuggono da guerre e povertà e che da destra vengono descritti come invasori. Le destre estreme che usano la lotta contro la violenza sulle donne per insinuare un collegamento tra quella violenza è l’etnia di chi la compie. L’omertà diffusa da parte di chi protegge assassini e stupratori, e il victim blaming contro chi alla fine “se l’è cercata“.

L’interessante adesione ai motivi del femminismo intersezionale da parte di una ampia parte del movimento femminista italiano (finalmente), e gli appuntamenti che seguiranno (4/5 febbraio a Bologna) per parlare ancora di violenza di genere non solo intesa come assassinio, ma come negazione dell’esercizio della libertà di scelta alla donna che vuole abortire, a quella che non vorrebbe essere usata come cavia da laboratorio quando partorisce e subisce violenza ostetrica.

E’ stato un anno ricco, di rabbia costruttiva, di progettazione del futuro, di risposte non basate sull’unità tra donne, sempre e comunque, perché ora è chiaro che le donne non si uniscono in quanto donne ma per obiettivi, unite assieme a persone di altri generi che vorranno condividere battaglie che riguardano tutt* noi. Un anno entusiasmante per la capacità delle donne di tutto il mondo di mettersi in rete, dalla Polonia delle donne in lutto per il mancato diritto all’aborto, alla Spagna, l’Irlanda, i Paesi d’Oltreoceano, la chiamata ad aderire allo sciopero delle donne l’otto marzo, coinvolgendo donne del mondo intero.

Del 2016 ricordo tristemente il suicidio di Tiziana Cantone, la pubblicazione del numero privato della pornostar Valentina Nappi, le molestie e lo stalkeraggio online ad opera di uomini e donne che continuano a praticare cyberbullismo esprimendo odio e perfidia in ogni commento. Il body shaming contro quella bella, brutta, grassa, magra, depilata o non depilata, con gli shorts o senza. Ricordo la disattenzione dei media mainstream quando parlano, ancora oggi, di raptus giustificando un femminicidio o, come avviene in questi giorni, un infanticidio, caratterizzati in ogni caso da cultura del possesso.

Auspicando nuove sfide, augurandoci/vi un nuovo anno che ci riconosca il diritto di dissentire, senza dover subire repressione di alcun tipo, così termino confidandovi il mio più grande desiderio: se volete decidere quel che è bene per le donne, in gruppi, categorie, divise per mestieri o utilità sociale, sarebbe il caso di consultarci e consultare i soggetti protagonisti delle rivendicazioni e non chi si sostituisce alla loro voce.

Perciò cammino con le femministe, le sex workers, le lesbiche, le trans, le precarie, le mamme strane o definite “cattive”, le donne che non vogliono essere madri, quelle che vogliono abortire e che pretendono una pillola del giorno dopo; e poi, ancora, le disabili, le migranti, le badanti, le persone rispettose dei nostri desideri, le depresse, eternamente stigmatizzate come “pazze“, cosa che accade ancora oggi, a fine 2016; quelle che pretendono di godere e che non si vergognano di provare piacere, i disertori del patriarcato, gli uomini che rivendicano il diritto di autodefinirsi senza scusarsi troppo con le femministe radicali o della differenza, senza ritenere di essere colpevoli per nascita, in quanto maschi, ma essendo essi stessi, vittime di un sistema che coinvolge e colpisce tutt*. Qui è d’obbligo l’asterisco che serve a dirci tutti e tutte, insieme, senza l’uso del maschile inclusivo che resiste perché qualcuno afferma che dietro l’asterisco si nasconde l’orco gender.

Mi serve ancora un momento per parlare di un augurio alle persone che non sanno fare altro che insultare sul web, screditando chi non la pensa come loro a suon di balle sovrumane e di descrizioni apocalittiche e complottiste. Auguro loro di farsi una vita, perché mi pare evidente che non ce l’hanno, e di decidersi a contribuire alla dialettica femminista senza volontà di escludere, sex worker, trans, coppie omogenitoriali con figli nati da una gestazione per altri (Gpa), senza quei toni da crociata, inquisitori e orribili, tanto viscerali e impotenti, perché privi di argomenti. Un augurio anche a voi, per tutto il male che sapete fare, per le ferite che sapete infliggere e perché spero, tuttavia, che prima o poi impariate a trattare le persone, per l’appunto, da persone.

Buone feste e che il nuovo anno vi porti meraviglie.