Manca qualcuno, manca qualcuno. Delusione, smarrimento. Il foyer della Scala non è il solito. C’è un senso di vuoto. Si cerca al guardaroba, si guarda bene al bancone del bar, si butta la testa dietro le colonne. “Hai guardato dietro quella tenda?”. Niente, Valeria Marini non si è vista. Dev’essere il periodo: la Marini si ritira dalla sfida tradizionale contro l’albero di Natale della Scala, Rosberg smette dopo aver vinto, cade il governo invincibile. L’edizione passata era stata quella della Prima super-renziana, scatto di gruppo dei Rottamatori che si erano fatti Nuovo Potere. Ora di quella stagione rimangono solo rimasugli, cioè Antonio Campo Dall’Orto che con un sorriso rifiuta di farsi fare foto forse perché oggi c’è poco da festeggiare. In un anno il presidente del Consiglio passa da avere per mano Agnese sul tappeto rosso ad avere in mano le dimissioni al Quirinale. E la Scala, nel frattempo, se ne frega: mentre Renzi firma l’addio, platea e palchetti hanno piuttosto il problema di capire se il soprano è all’altezza della Butterfly, se Chailly piace fino in fondo oppure no, se il vestito alla zia casca bene. D’altra parte “a prescindere dalla politica, la cultura va portata avanti” dice James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera.

Non è il calcio, non è Sanremo e tantomeno il Parlamento, lo specchio del Paese. E’ la Scala, il suo foyer. Manca la politica, ma tutto scorre, soprattutto gli strascichi che certe impollaccate non riescono a portarsi dietro. Il vuoto di potere di Roma è un problema, sì, ma solo per i giornalisti, che in questo nulla sono i più disorientati. Senza politici – quindi non Matteo Colaninno che infatti arriva alla poltrona senza essere fermato nemmeno da una maschera – saltano tutti i punti di riferimento, è l’anarchia: tutti sparsi come i piccioni sotto la statua di Leonardo. Non si formano ali di microfoni e obiettivi “tanto passano da qui”. Telecamere e macchine fotografiche vagano come anime in pena nel salone, con l’angoscia di non sapere mai dove buttarsi, sulla prima, sulla seconda, sulla terza porta. Vale più Alfonso Signorini con un tabarro rosso fuoco o l’assessora regionale di Forza Italia? Ecco: se ci fosse un

 

politico, uno solo, almeno tirerebbe fuori una dichiarazione da agenzia con quella solita noiosissima, vecchissima storiella che usano i politici, quella dell’asino di Buridano.

Invece no, resta l’imbarazzo della scelta, ma più l’imbarazzo: la ex di Calderoli o Plateroti del Sole 24 Ore? Enzo Miccio con una giacca che vale tre crisi di governo in vari Paesi d’Europa o Renato Balestra, come sempre lucidissimo, nel senso della sua pelle? Quando accanto a Signorini spunta Marcella Bella (fa ancora dischi, dice Wikipedia), è tutto più chiaro, ma nessuno capisce cosa. In quel mentre Carlo Cracco, socievole com’è, devia in derapata per evitare di dover rispondere a domande tipo “cosa cucinerebbe alla Madama Butterfly? Sushi?”. “Facci! – esclama a alta voce un signore con il foulard – Sempre al pezzo eh! Continua così”. Facci, per l’appunto, continua, nel senso che lo scarta senza rispondergli.

Senza Mattarella, in teoria quello che dovrebbe essere il più alto in grado è Juan Carlos di Spagna, ma il pover’uomo non è più re da due anni e ormai fa meno titolo di Maroni. I fotografi allora si buttano sull’ambasciatore del Giappone affamati come se fosse Paris Hilton nuda e ricoperta di Nutella, i cronisti intervistano il sindaco Sala con domande su tutto, come se fosse Stephen Hawking. Come al solito è la serata delle grandi coppie: Mario Monti e Corrado Passera entrano nello stesso momento. Quando arriva dicembre, sentono sempre che è arrivato il loro momento: cinque anni fa erano loro a prendere il posto di un governo dimissionario. Il Professore, che ha contribuito alla caduta di Renzi votando No, come sempre non risponde a nessuno e va dritto come le macchinine telecomandate. L’ex ministro resta cauto su Monte dei Paschi se non altro per non fare la fine dell’altra volta, quando piombò nel foyer e spiegò a tutti che avrebbe vinto le Comunali di Milano.

La crisi di governo fa scomparire i governi, la crisi del Monte dei Paschi non fa sparire i banchieri. Da Jean Pierre Mustier di Unicredit che rassicura sulle banche in francese a Fabrizio Viola della Popolare di Vicenza che rassicura con l’accento milanese a Carlo Messina di Intesa San Paolo che rassicura con l’accento romano. D’altra parte è grazie a loro – alle banche insieme alle imprese – che la Scala va avanti, leggi e decreti degli ultimi anni non hanno spostato di un millimetro lo stato di salute di certe fondazioni liriche. Nessuno, nemmeno tra gli imprenditori, sembra strapparsi i capelli per la caduta di Renzi: prima tutti lì a dire che col No sarebbe venuto giù il mondo, ora – come Diana Bracco – assicurano che “le linee sono tracciate”. Più che altro, dice il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, “speriamo che il prossimo governo duri più del matrimonio della Butterfly e che finisca meglio”. Considerando che la Madama si sgozza, il paragone con l’ultimo capo del governo pare calzante. Nel dubbio, dopo i 13 minuti di trionfo per la Butterfly, dai palchi qualcuno grida: “Viva il presidente”. Chiunque sia.