Inizierà nei prossimi giorni il tour di Anina Ciuciu per presentare il suo libro dal titolo: Sono rom e ne sono fiera. Dalle baracche romane alla Sorbona. Il testo, innocente e lucido racconto di una venticinquenne rumena, rappresenta uno schiaffo alla faccia dell’ignoranza e dell’ipocrisia nella quale, soprattutto in Italia, siamo impantanati.

Nella nostra rappresentazione collettiva, il più delle volte costruita e alimentata dal messaggio politico amplificato dai media, il termine “rom” si declina con quello di “asociale”, abitante della periferia più estrema, fantasma di paure che affondano le radici nella nostra infanzia. Con i dovuti distinguo oggi in Italia si ha paura di dichiararsi cittadino rom così come nell’Europa attraversata dal nazi-fascismo, si aveva timore di dichiararsi ebreo. Sono pochi coloro che hanno la forza e il coraggio di farlo ed Anina Ciuciu è una di queste persone.

La Romania dell’immediato post Ceaușescu odiava i rom, detestava la loro presenza e cercava ogni pretesto per allontanarli. “Mi ricordo la scuola d’infanzia in Romania – scrive Anina nel suo libro – nessun compagno mi dava la mano quando la maestra ci metteva in fila. In classe mia sorella e io abbiamo subito insulti, siamo state isolate”.

Aveva 7 anni quando la sua famiglia decide di lasciare un Paese diventato ostile per raggiungere il sogno di un occidente libero e tollerante attraverso le stesse strade oggi percorse da ragazzi afghani e siriani: l’Ungheria, la Serbia, la Slovenia e poi l’Italia. Il camion che li trasporta apre il suo cassone davanti alla baraccopoli del Casilino 900: “Sino ad allora – ricorda Anina – il mio naso aveva respirato il profumo dei fiori, delle arance, del sole. Ora l’acre odore della legna bruciata riempiva le mie narici”.

Oggi Casilino 900 è uno spazio abitato solo dai ricordi dolenti dei baraccati che in quel luogo hanno condotto una vita di stenti. Ma tanti bambini, dal 1960 al 2010 sono nati nel Casilino 900. La baraccopoli è stata una cloaca che ha risucchiato intere generazioni in una vita senza speranza e priva di qualsiasi futuro. Da quel luogo la famiglia di Anina, dopo vicende difficili, riprende il suo viaggio per terminarlo in Francia. Nel 1997 giunge a Bourg-en-Bresse. Con l’aiuto di due donne la famiglia Ciuciu trova un appartamento presso il quale alloggiare, Anina studia il francese e inizia a frequentare la scuola. Alla clandestinità segue la regolarizzazione e con essa i successi scolastici, fino alla Sorbona, una delle più prestigiose università europee.

Quale sorte le avrebbe riservato la scelta di restare nella baraccopoli romana? La risposta la ritroviamo nelle storie delle sue coetanee che, sgomberate dal Casilino 900 dalle ruspe di Gianni Alemanno nel 2010, sono oggi concentrate nei ghetti etnici di Salone, Gordiani e Candoni – sfacciatamente chiamati “villaggi” – in condizione di povertà estrema.

Il messaggio contenuto in questo libro non è rivolto ai gruppi di xenofobi e razzisti – persone con le quali si perde la connessione nel momento in cui il dialogo assume una qualche complessità – quanto a coloro che tra attivisti del sociale, volontari dell’area cattolica, associazioni rom e pro rom, si sentono investiti dal ruolo di paladini difensori di una presunta cultura rom, unica e cristallizzata, figurativamente espressa in scene bucoliche di insediamenti malmessi dove bimbi scalzi si rincorrono attorno al fuoco al suono del violino.

Ogni cultura – compresa quella incarnata dalle diverse comunità rom – sopravvive se si perde, si confonde, si contamina, muta e riprende forma scavalcando visioni stereotipate che mettono in pace la nostra coscienza. Nel titolo di questo libro Anina si dichiara fiera di essere una donna rom. Ma esserlo, come racconterà nel libro, significa respirare a pieni polmoni l’aria d’Europa, essere una donna francese e rumena.

Anina non è un personaggio straordinario né una donna fuori dal comune. E’ semplicemente una ragazza rom a cui è stata offerta un’opportunità che lei ha saputo e voluto cogliere. La stessa che stanno attendendo i quasi 20.000 minori rom presenti nelle baraccopoli italiane. A noi, cittadini di un’Italia civile e democratica, e agli amministratori delle nostre città la responsabilità di non rubare a questi bambini l’unico diritto ancora rimasto: quello di sognare un destino diverso al quale le nostre politiche discriminatorie e segreganti li hanno condannati dalla nascita.

Perché l’eccezionalità non è la storia di Anina, ma le esistenze sospese di migliaia di bambine e bambini senza orizzonti di fronte alle quali dovremmo provare solo vergogna.