Con due ultimi episodi decisamente “alti” per contenuto, messaggio e simbolismo, si è conclusa venerdì sera The Young Pope, la serie diretta da Paolo Sorrentino, prodotta da Wildside, Haut et Court TV, Mediapro per Sky, HBO e Canal+. Una scommessa folle, forse un azzardo, ma senza dubbio un capolavoro di stile, regia e recitazione che ridefinisce la serialità televisiva su scala globale (la serie è stata venduta in oltre 80 Paesi). Non racconteremo come è andata a finire la strana parabola di papa Pio XIII, il giovane e affascinante pontefice interpretato magistralmente da Jude Law, anche perché l’onda delle serie Sky è lunga, visto che vivono nell’arco minimo di una settimana e, grazie al servizio On Demand, anche molto più a lungo.

Quello che si può dire, però, è che nelle ultime due difficoltose puntate della serie Lenny Belardo sviluppa il suo cinismo, lo mette a frutto, lo spiega innanzitutto a se stesso e poi al mondo intero. È una evoluzione umana più che divina, che, attraverso le questioni aperte e scottanti all’interno della Chiesa cattolica (dalla pedofilia al celibato dei preti, passando per la percezione della presenza di Dio e l’atteggiamento nei confronti dell’aborto e degli omosessuali), affronta temi quotidiani, attuali e molto più vicini alla gente comune di quanto si possa immaginare. Lenny Belardo è l’Uomo alle prese col divino e col terreno insieme, dimensioni che si mischiano e si confondono e compenetrano di sé tutti e tutto.

Due puntate difficili, dicevamo, perché si alza il tiro a livello simbolico e filosofico. C’è tanto “sorrentinismo”, ma stavolta non sembra un mero esercizio di stile (pur eccelso, come il regista napoletano ci ha ormai abituati). È una ricerca continua di punti fermi, di appigli a cui aggrapparsi per sopportare il peso dell’esistenza. Meno spazio per il cardinal Voiello di Silvio Orlando e la suor Mary di Diane Keaton, più spazio per nuovi intrecci narrativi (a volte venuti fuori un po’ dal nulla) che danno alla vicenda una sterzata decisa.

Gli ultimi capitoli di The Young Pope dimostrano ancora di più la sana follia che ha partorito il progetto, l’azzardo che Sky e Wildside hanno preso e che correva il rischio di risolversi in una disfatta su tutta la linea. Non è andata così, ed è cosa giusta ribadirlo soprattutto perché la tv non è una scienza esatta e in molti, in troppi, continuano a dire tutto e il contrario di tutto per dar forza a tesi precostituite.

Particolarmente interessante, a questo proposito, è la discussione infinita sul successo o meno in termini di ascolti. La premessa necessaria e fondamentale è che i dati Auditel sono terribilmente sopravvalutati, e a loro viene spesso delegato il compito di decidere il destino di questo o quel prodotto televisivo. Sopperiscono, in pratica, alla mancanza di coraggio e di polso che stanno dimostrando troppi dirigenti del piccolo schermo, soprattutto per quanto riguarda la tv generalista.

E poi non va dimenticato che SkyAtlantic non è RaiUno, che è questione di matematica (questa sì scienza esatta). The Young Pope non poteva fare sette milioni di spettatori come I Medici, perché è diverso il mezzo e soprattutto è diverso (e molto più striminzito il target). Detto ciò, tuttavia, sarebbe un errore clamoroso definire un “flop” la serie di Sorrentino. Non ripeteremo, come comunque sarebbe lecito fare, che un capolavoro può anche non essere un successo di pubblico, ma se proprio vogliamo parlare di dati Auditel (e ne faremmo volentieri a meno), quantomeno lo si faccia tenendo conto del contesto, dei metodi e dei tempi di fruizione dell’abbonato Sky e del tipo di prodotto.

The Young Pope non è una serie da bingewatching. Non è Narcos, che ci tiene incollati alla poltrona per 10 ore consecutive. Non è e non può esserlo, perché Sorrentino ha un modo personalissimo e a volte sfiancante di fare arte cinematografica. E anche dando retta ai freddi numeri dell’Auditel, va ricordato che The Young Pope ha debuttato facendo meglio persino di Gomorra, stabilizzandosi nelle puntate successive e ottenendo ascolti più che soddisfacenti nell’arco dei sette giorni (il periodo ideale per analizzare le performance di un prodotto Sky). Quanto ha fatto, effettivamente, l’esordio di The Young Pope? Il 21 ottobre scorso, il primo episodio è stato visto da 1.142.187 spettatori medi, mentre il secondo è calato a 764.476, con una media di 953mila, ben oltre l’esordio di Gomorra.

Secondo qualche osservatore un po’ superficiale, nelle successive settimane il dato è calato fino a diventare un flop clamoroso. Ma è vero? Nemmeno per idea. La media dei primi sei episodi, considerando sempre l’arco temporale di una settimana, si attesta attorno al milione e mezzo di spettatori. Che per Sky è tutt’altro che un flop. Soprattutto considerando la difficoltà di fruizione della serie di Sorrentino.

Il problema, quando si parla di televisione ai giorni nostri, è che si tende a ignorare completamente il contesto inedito in cui ci si trova a operare. Ragionando come se fossimo ancora ai tempi del duopolio Rai-Mediaset e facendo finta che Sky non esista e Netflix sia solo una parola che ricorda un personaggio di Asterix, faremmo un pessimo servizio a un mezzo in tumultuosa evoluzione, a nuovi metodi di fruizione, a una rivoluzione copernicana che non è solo contenutistica e qualitativa ma anche, e forse soprattutto, di metodo e, appunto, di fruizione.

L’hic et nunc catodico di un tempo, con l’evento in diretta o la serie che vedevamo solo una determinata sera e poi dovevamo aspettare le repliche degli anni successivi, è finito per sempre. Ormai creiamo da soli il nostro palinsesto, scegliamo cosa e quando guardare, e lo facciamo infischiandocene dell’Auditel, delle curve che tanto appassionano (quasi eccitano) dirigenti e addetti ai lavori, e essendo parte attiva di quella rivoluzione televisiva che ha in Sky e Netflix i suoi avamposti, con la generalista (che non è morta, sia chiaro) che insegue e deve tentare di adeguarsi. Chi non lo ha capito, tra i dirigenti o i giornalisti di settore, è destinato a soccombere.