Sarà che coi suoi 31 anni ancora non ha incontrato una donna chiamata Dalila.  Lei che aveva estorto a Sansone il segreto della forza che lo aveva reso invincibile. Le guerre coi Filistei erano ricorrenti come i matrimoni di convenienza. Sansone aveva ucciso un leone e per dimenticanza mangiato il miele nel frattempo deposto nella carogna della fiera. Con la mandibola di un asino aveva fatto stragi dei nemici di sempre. Ancora non esistevano muri per separare i palestinesi. Sansone era crollato miseramente ai piedi di Dalila e le aveva rivelato il segreto della sua forza. Lei lo ha tradito e i Filistei l’hanno catturato e poi imprigionato. Sola alla fine della storia Sansone è morto coi Filistei, e da allora di Dalila non si è saputo più nulla.

L’altro Samson ancora non ha trovato la sua Dalila. Fin dal 2002 aveva deciso di lasciare la sua terra di origine. Il Tchad è una Paese qualsiasi con giacimenti di petrolio alle appendici del Sahel. Raggirato e confiscato dai politici, beffato dagli investitori, truffato dalla sorte e dalle frontiere. Lui mette da parte quanto non basta e tanto per cominciare raggiunge una zia a Niamey nel 2009. Quasi due anni di transito immobile che lo fanno spostare dal Niger al vicino Mali. Un altro anno se ne va lavorando e facendo il pendolare tra la capitale Bamako e Gao, già snodo del traffico d’oro, di schiavi e ora di migranti. Culla di un fiorente impero e oggi circondato da gruppi di jhadisti cuciti a pezzi da signori della guerra e commercianti di armi e cocaina. Samson passa l’altra frontiera e si trova in Algeria. Da Oran a Algeri e infine il Marocco.

Neppure il tempo per riposare. Qualche mese nella tragica foresta di Nador, tra pulci, bastonate e viveri offerti da alcune Ong umantarie. Samson tenta una, due e tre volte l’assalto della rete che separa l’inferno dal paradiso europeo di marca spagnola. L’enclave di Melilla finisce al terzo tentativo con la ferita nella gamba e qualche giorno di ospedale e cure gratuite. Gratuita è anche la deportazione a Rabat e poi a Casablanca. Lasciato così, lungo la strada ad aspettare che torni la sera e poi la mattina dopo. Era presto quando Samson tenta l’imbarco col canotto insieme a tanti altri che come lui non sanno nuotare. Sono bloccati in acque internazionali e riportati al mittente. Le guardie costiere si avventurano dove capita e il bottino migrante sostituisce la pesca in acque territoriali. I contratti vanno rispettati: forti coi deboli e deboli coi forti.

Samson  è ancora forte perché continua il viaggio. Sarà che coi suoi 31 anni non ha ancora incontrato una donna di nome Dalila. La quale ha sedotto Sansone e gli fatto confessare sulle ginocchia il segreto della sua forza. Dettagli da nulla senza dubbio. Ognuno ha il proprio segreto da custodire. Samson è stato riportato a casa con un volo organizzato dall’Oim, che coi migranti fa i conti a nome dei paesi donatori. La politica è quella conosciuta. Migrazioni concordate, scelte, utili, ponderate, organizzate, stagionali, limitate, calcolate, intelligenti e con accordi bilaterali per i rimpatri delle eccedenze. Per questo Samson è tornato a Djamena, la capitale del Tchad, dov’era partito sette anni prima. Lo stesso petrolio rubato dai cinesi, mal distribuito e inquinante, una votazione presidenziale fasulla, torture a domicilio e l’opposizione presa alla gola.

Samson riparte dal suo paese e si trova da poco a Niamey da un’altra zia. La polvere delle strade, la foresta, il muro spinato, le deportazioni, la paura del mare e la fame lo hanno segnato per sempre. Un segreto che gli cammina dentro e non lo lascia tranquillo neppure un momento. Per non farsi sorprendere prepara un’altra partenza. Ha confessato di aver lasciato parte dei suoi bagagli incustoditi in Tunisia. Ed è proprio a Tunisi che Samson vuole andare. La ‘primavera araba’ era iniziata in Tunisia e quella di Samson comincerà presto.