Rischia nuovamente di essere annullato il maxiprocesso nei confronti degli imputati coinvolti nell’inchiesta “ambiente svenduto” sul disastro ambientale e sanitario di Taranto causato dalle emissioni nocive dell’Ilva. I legali della difesa hanno infatti chiesto l’annullamento delle attività processuali per una violazione del diritto di difesa: i legali di Fabio Riva e altri imputati hanno sostenuto che nella “seconda” udienza preliminare per disposizione del giudice sarebbe stato impedito agli imputati di farsi interrogare, rendere dichiarazioni spontanee o chiedere riti alternativi come l’abbreviato.

Se la loro tesi verrà accolta si dovrà ricominciare ancora daccapo, dopo il precedente annullamento. A cui la nuova richiesta è strettamente legata. Un passo indietro: il 9 dicembre 2015 la Corte d’assise accolse la richiesta della procura ionica dichiarando nulli tutti gli atti emessi per un errore formale contenuto in un verbale. In particolare in quello dell’udienza preliminare del 23 luglio 2015 nel quale non era stato indicato il sostituto difensore per alcuni imputati. Una violazione del diritto di difesa che costò carissima: tutti gli atti furono di nuovo inviati dal giudice dell’udienza preliminare. In quell’ordinanza di annullamento, però, la Corte d’assise scrisse che gli atti erano inviati per “l’emissione di un nuovo decreto che dispone il giudizio”.

Un dettaglio non trascurabile che fu accolto tra i malumori della difesa che sosteneva che il rinvio a giudizio non poteva essere un obbligo, ma solo una possibilità. Il “nuovo” giudice, tuttavia, diede avvio alla “seconda udienza preliminare” affermando che “specifiche residue attività processuali e difensive avrebbero dovuto essere svolte nell’udienza del 23 luglio”. Secondo la difesa questa imposizione avrebbe appunto impedito agli imputati di esercitare diritti garantiti dalla legge come essere interrogati, rendere dichiarazioni spontanee o addirittura chiedere riti alternativi come quello abbreviato.

E così il “secondo rinvio a giudizio” pronunciato a febbraio 2016 è stato considerato dagli avvocati Nicola Marseglia, Pasquale Annicchiarico, Luca Perrone, Gaetano Melucci, Vincenzo Vozza e Giandomenico Caiazza come un  “epilogo “imposto”. Per una parte dei difensori dei 47 imputati, in sostanza, “procedere alla emissione del nuovo decreto che dispone il giudizio, dopo avere preventivamente inibito l’esercizio del diritti di difesa” vuol dire giungere a una conclusione che non poteva essere che quella: cioè il giudice sarebbe stato obbligato a rinviare a giudizio gli imputati poiché la possibilità di prosciogliere qualcuno sarebbe stata imposta dall’annullamento della Corte d’assise.

Sulla richiesta, ora i giudici togati e popolari della corte d’assise dovranno esprimersi nelle prossime ore. Secondo alcuni legali di parte civile, però, sarebbe solo una questione formale dato che nessuno nella ”seconda udienza preliminare” avrebbe chiesto effettivamente di esercitare il diritto di difesa con un interrogatorio, dichiarazioni spontanee o chiedendo riti alternativi.

Anche questa volta, insomma, la questione è strettamente procedurale, ma potrebbe avere conseguenze catastrofiche sul processo che dovrebbe fare luce sulle responsabilità di quanti sono coinvolti, a vario titolo, nella vicenda. Un eventuale annullamento, infatti, oltre a causare un ulteriore ritardo nel raggiungimento di un verdetto, farebbe ingigantire a dismisura l’ombra della prescrizione. Ma non è l’unica richiesta spinosa a cui la Corte d’assise dovrà rispondere. La difesa ha infatti sollevata anche la richiesta di trasferire il processo a Potenza spiegando che i giudici di Taranto devono essere considerate come parti offese dal disastro doloso.

Richieste che hanno profondamente scalfito l’entusiasmo delle parti civili: in mattinata, infatti, la Corte d’assise aveva stabilito l’ammissione di tutte le parti civili che aveva fatto richiesta. Tra queste anche quelle di Legambiente, assistita dai legali Eligio Curci e Ludovica Coda, e dell’Asl che hanno chiesto il risarcimento dei danni direttamente all’Ilva. La società, attualmente in amministrazione straordinaria, era stata inizialmente esclusa dall’elenco dei responsabili civili, ma la corte d’assise ha sancito che la società dovrà risarcire le parti civili costituite nel processo. E l’eventuale risarcimento miliardario da rendere all’Azienda sanitaria locale di Taranto per le spese sostenute per curare i malati del capoluogo ionico potrebbe essere la spada di Damocle sulla vendita dell’Ilva a meno che lo Stato non decida di spacchettare la fabbrica ionica e vendere solo ciò che interessa lasciando i debiti a marcire nella massa fallimentare della bad company.